1408

Quanti sono i film davvero belli tratti da racconti di Stepehn King? Davanti a questa domanda la mente viene spesso dirottata sull’elenco dei terrificanti film horror che traggono o tentano di trarre spunto dalle sue storie (e manca poco al prossimo The Mist, speriamo nel meglio), dove pochissimi titoli (in mano a registi di un certo calibro) si salvano davvero.

Quindi andare a vedere 1408 è innanzitutto una scommessa che si spera di vincere, pensando alla lunghezza del racconto, che viene tirato da ogni parte per farlo durare i 94 minuti del film, la cui sceneggiatura presenta impronte di ben tre individui diversi, dall’originale di Matt Greenberg (Halloween H20) alle modifiche successive di Scott Alexander e Larry Karaszewski (Ed Wood, Man on the moon). Regista del tutto lo svedese Mikael Håfström (proveniente dal deludente Derailed).

Ma veniamo intanto alla trama: Mike Enslin, un tempo brillante scrittore con alle spalle un ottimo romanzo d’esordio, non è mai riuscito a superare il trauma della morte della figlioletta e ha perso scrittura e moglie dopo il dramma. Da tempo accumula la stesura di innumerevoli libri fra il cinico e il sensazionalistico in cui racconta la sua permanenza notturna in vari luoghi (cimiteri, camere d’albergo, case, castelli…) famosi per la presenza di fantasmi, poltergeist e fenomeni soprannaturali. La serie di lunghe notti solitarie alla ricerca di fantasmi inesistenti, tuttavia, è destinata a interrompersi quando Mike entra nella stanza 1408 del famigerato Dolphin Hotel. Sfidando gli avvertimenti del direttore dell’albergo, decide di pernottare proprio nella stanza che tutti considerano infestata, nella speranza che possa essere l’inizio di un nuovo bestseller.

Cosa ci aspetta dietro la porta della stanza 1408? Quasi ogni cosa, ma soprattutto una buona storia, che per una volta rispetta i canoni di un horror ben scritto, senza scivolare negli errori che contraddistinguono troppo spesso oggi le uscite di questo genere.
Abbiamo uno scrittore che si è dato allo studio delle case stregate dopo un trauma familiare (questo è a quanto pare un punto inevitabile per un horror) che verrà sviscerato proprio grazie alla sua permanenza in quella casa. Abbiamo una sceneggiatura seria, senza buchi e che riesce ad alternare con ritmo i momenti più tesi a fasi lente (solo in qualche punto forse un attimo troppo lente) e a calare il protagonista in una vera e propria stanza degli orrori per sottoporlo ad ogni genere di angheria fisica e psicologica.

Si badi bene, qui siamo lontani galassie dalle torture insensate e alle budella esposte di dei vari Hostel di serie o degli scarti di Enigmisti di passaggio. Gli spettri ci sono, i morti tornano, ma l’angoscia deriva da un muro senza finestre (forse un’altra parete di carta strappata dal Seme della follia?), da una porta impossibile da aprire, dall’incapacità di capire ciò di cui noi, o la nostra famiglia, è vittima, e quindi di poter reagire in modo sensato per poter andare oltre.

Se la locandina mostra i mezzi volti di due attori, John Cusack e Samuel L. Jackson, il film in realtà poggia interamente sulle spalle del primo, che dimostra un’ottima capacità di saper reagire ad ingiurie di ogni tipo in modo banalmente (ed efficacemente) umano, donando un ottima prova del suo talento. S. L. Jackson, sopravvissuto ad aerei devastati da serpenti assassini, qui ha tutto il tempo di rilassarsi sorseggiando liquori da 800$ alla bottiglia ma non riesce a dare, nella sequenza di apertura e di confronto con Cusack, il tono giusto al suo personaggio.

Per questa volta quindi, King dovrebbe essere soddisfatto, perché ad essere messa sullo schermo non c’è solo la sua storia, ma il suo concetto di orrore e di paura, terrore psicologico e non si ferma alle scosse elettriche nelle sedie degli spettatori (ma qualche sobbalzo lo si fa, e ben venga). Questa volta nessuno uscirà dallo schermo per spiegarvi come sono andate veramente le cose e fino alla fine (ed anche oltre) i dubbi rimarranno, com’è giusto che possa essere.

In fin dei conti, come recita quella scritta sopra un caminetto, in un club della 137a strada, è la storia, non chi la racconta. E questa è una buona storia ed è pure raccontata bene.

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