World of Warcraft: Dalaran

I remember the first time I’ve seen the lost city of Dalaran. I was a young shaman, about level 20, running shapeshifted like a ghost wolf in the low level zone of Silverpine Forest, enjoying a gentle rain on my brown fur. Inspecting the undead infested forest I came in front of a giant pink semisphere, created by magic and I stared at it.
It was awesome (remember, it was two years ago, far far from things like the Core, the Plaguelands and more far from the colorful beauty of the Outlands) and really really big in size.
Some days ago, after a badge run in the ancient rooms of the Medivh’s Tower, Karazhan, a quest never completed [The New Directive] send me back to the city that I’ve to admit, I completely forgot.

Dalaran

So, this is a part of the story of Dalaran, as reported by wowwiki (to read the whole story click here):

Dalaran was one of the original human cities in the Arathorian Empire. Long the center of magical learning, a conclave of mages called the Kirin Tor oversaw its mystic happenings from the Violet Citadel. Undead forces overran the city in the Third War; and Archimonde, then the Burning Legion’s commander, destroyed the city with his foul magic. The Scourge abandoned the ruins, but a group of mages reclaimed it months later. Now, an opaque violet dome of magical energy covers and protects Dalaran. No means, either magic or mundane, can determine the goings-on inside the dome. Archmages patrol its perimeter, but the dome is powerful enough to destroy creatures that venture too close. The mages are certainly working on something — but none can discover what it is.

The quest reward:
Violet Badge
Binds when picked up
Trinket
+36 Stamina
+45 Arcane Resistance

World of Warcraft: New Gear New Language

Ok, writing down my post in english is really not the best way to explain my thought about my Azeroth life. My english is poor and I think it could be a serious obstacle to my wish of let you understand my stories, but on the other side is really the best exercise to learn deeper the most used language in the World (of Warcraft and not).

Shaman Warcraft

So, new language is here, and what about the new gear? Well, after two years of healing, pvp healing, raid healing, istance healing, grinding & healing (there is few worst things) I’ve come back to my past attitude, enhancement shaman life style. Someone said me people dont love too much melee shammy, they’ve poor armor level, no Crowd Control so another dps is quite always preferred to us. So it’s hard to find group for the istance, it’s even harder to go into a raid group, it’s a sad hard life…

BUT… let me tell you, it’s all bullshit… I’ve respecced one week ago, take upon me the poor reputation gear ([Seer’s Linked Armor], …) and spent all my arena points to buy the [Vengeful Gladiator Linked Armor], all my honor point to buy [Merciless Gladiator Linked Helm] and all my gold to buy trinkets and rings to increase Attack Power ([Shuttered Sun Pendant of Might], [Skyguard Silver Cross], …), source of my damage.
Reached 1156 AP I’ve tried to find someone who could bring me in some istances, normal version of course. In two days using some good (blue) drops and spending few hours in the always good pvp allies massacre, I could drop all greens and wear an average mix of epics and uncommons. Using gems I’ve dropped in the istances my Attack Power reached 1204, not bad but always too low, I think…

BUT… with big surprise I found lot of friends which allow me to follow them into heroic istances with great results. 3/4 heroics in a row, lot of badges and my last, for now, and best piece, the “colorful parrot” fist weapon [Vanir’s Left Fist of Brutality]!!!. My average dps increased from 350 of the old Seer time to 600 and I’m now trying to learn the best spell rotation to maximize it.

BUT… I will talk about shaman’s math another day, now I’m too happy to see that I could, as an enhancement shaman, find more fun in the istance than in the past and do my very good part in the party’s damage.

/y Shaman Power!!!

[REC]

Una troupe televisiva segue da vicino una squadra dei vigili del fuoco lungo tutta una notte. In occasione di un intervento in un condominio, il cameraman e la giovane giornalista si ritrovano ben presto intrappolati nel palazzo insieme a pompieri, polizia e abitanti dei vari appartamenti. Dentro l’edificio sembra essere scoppiata un’insolita epidemia simile alla rabbia e chiunque venga morsicato diventa un pericolo per gli altri. Le autorità decidono di sigillare il palazzo nel tentativo di contenere il più possibile la malattia, lasciando chiunque sia rimasto all’interno in balia di un destino atroce…

Strano il percorso cinematografico di Jaume Balaguerò (come il suo nome peraltro, sto ancora cercando di capire dove si trova nella tastiera la o con l’accento giusto…). Dal primo lungometraggio, Nameless, che colava angoscia sullo spettatore, invischiandolo in silenzi dai colori malati, ha attraversato un periodo che sembrava segnare un pericoloso declino nelle capacità immaginifiche. Darkness, che per altro ho apprezzato più di quanto abbia visto fare in giro, già anticipava la scelta di attaccarsi ai cliché del genere, confermata dal traballante Fragile, che non ricorreva a porte sbattute e fantasmi handicappati per cercare di trasmettere qualche brivido.

Con la consapevolezza quindi che questo suo nuovo (per me, è dell’anno scorso) lavoro potrebbe essere l’ennesimo gradino verso l’inutilità cinematografica, mi accomodo a guardare [REC]. La prima digrignata di denti la dò quando il doppiaggio invade i miei canali sensoriali, amplificato nella sua pochezza dall’essere fatto, giustamente, nello stile “documentaristico”, in quanto di interviste si tratta, almeno all’inizio.
Ma da li in poi la discesa nell’inferno del condominio infestato è graduale ed estremamente piacevole (beh, piacevole in senso ecco… da appassionato di horror e cinema…). Il regista spagnolo abbandona completamente fantasmi cigolanti e metafisiche incarnazioni del male assoluto per una carnale sarabanda di mutilazioni ed urla lasciando che la telecamera a mano dell’operatore TV si soffermi sui particolari del macello in corso.

Se riuscite a non fare dell’originalità una base fondamentale per le vostre valutazioni, e quindi non pensare a saghe varie sugli zombie, condomini infestati di cronenberghiana memoria, vi godrete ancora di più un film che segna un punto a favore della coppia Jaume Balaguerò/Paco Plaza in quanto ad atmosfera e sana conturbante violenza visiva.
E nei corridoi dove la poca luce illumina il classico appartamento delle persone anziane, quelli con quegli odori poco piacevoli di minestrone riscaldato e cose dimenticate, qui si aggirano vecchie possedute dalla famelica rabbia della non morte e bambine innocenti pronte a strapparvi il viso a morsi.
Di tutto il film ho apprezzato molto il rapporto con l’esterno, che la fortuna della ripresa in stile documentaristico non permette di mostrare e riesce a trasmettere efficacemente l’idea di assedio, dove però i cattivi stanno dentro con noi, sono già tra noi, mentre i presunti buoni hanno deciso che non posso fare nulla e attendono pazienti che ci si divori a vicenda, in nome di un certo protocollo di sicurezza dalla sigla enigmatica.

Quando poi ci si adagia verso un finale ciclico per un film ciclico come è spesso tale la storia che ha come protagonista il non morto, quindi si viene morsi, contagiati, si muta (o si muore e si muta a seconda del film) e si morde, si contagia, si muta (…) e via dicendo… arrivati a questo punto dicevo il film vira improvvisamente, una bordata di quelle non particolarmente violente ma che permette un ulteriore scossone ai sensi dello spettatore, portando qualche indizio ulteriore alla vicenda e donandole un ulteriore gustoso sapore di morte.