Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ultima recensione recupero, almeno per quanto riguarda le opere del nostro Danilo Arona. Un ultimo libro molto particolare, una raccolta di racconti sospesi tra realtà e fantasia, realizzata da quelle Edizioni XII dove collaboro come impaginatore, per libri e eBook.

E come fondamentale aggiunta, alla recensione di molti mesi fa, vi ricordo che Ritorno a Bassavilla è tra i titoli di Edizioni XII disponibile anche in eBook (ePub, DRM free).

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Detesto Danilo Arona, per almeno due motivi.
Il primo è semplice: invidio in modo viscerale la sua capacità di scrivere amalgamando cronaca e fantasia, magia primordiale e tecnologia.
Il secondo è che con questo suo Ritorno a Bassavilla (dove per altro io non ero mai stato, le Cronache mi mancano) è riuscito a insinuare quell’ansia che un numero esagerato di presunti libri “horror” non era riuscito a fare da un bel po’. Roba da decidere che Ritorno a Bassavilla non è libro da cuscino, ma da poltrona in soggiorno ben illuminato.
Che non si formino ombre strane negli angoli, capite?

Trentasei frammenti di un prisma brevi passeggiate nei dintorni di una città sospesa tra le case (reali, fisiche, tangibili) della sua Alessandria e i contorni, che a questa si vanno sovrapponendo, di un’ombra cupa, proveniente da tempi diversi. È la meno conosciuta, ma più pericolosa, Bassavilla.
Un diario non cronologico, affidato a un Narratore legato profondamente a quelle terre, capace di aprire finestre su momenti diversi del tempo e dello spazio.
Trentasei storie in bilico, sul filo della nostra quotidiana realtà. Racconti che germogliano dalle abitudini più comuni: la tv, il cinema, le serate con gli amici.
Vicende che si avvinghiano al lettore, impiantando nella mente il fastidioso seme del dubbio.

Ho il libro qui accanto. Dalla scura copertina le finestre di Bassavilla non sembrano intenzionate a rimanere chiuse a lungo. Sarà l’aver letto di quieti agricoltori trasformatisi in spietati assassini, di sinistre leggende tornate a (una violenta) vita, di spettri del suono che si cibano delle nostre menti, ma ho l’impressione di sentire lo scricchiolio delle imposte usurate.
Sono le storie di Arona, o il vicino infastidito dalla musica che viene a spegnere me?

Ansia da gotico padano a parte, in questo Ritorno a Bassavilla di Edizioni XII c’è tutto l’autore, che ha pubblicato gli articoli a puntate sul sito Carmilla Online, e ora se la ride alle nostre spalle.
Ci racconta storie di spettri, lasciando in sospeso il finale.
Si ricorda com’era fare i cacciatori di fantasmi nell’Italia di qualche decennio fa, in capitoli che sembrano estratti da un ormai dimenticato Introduzione al ghostbusting nostrano (Flavio Manchetti, ed. Fiamma, 1981, Alessandria).
Ci fa sorridere, con la schietta parlata di chi ha vissuto quelle nottate in prima persona e se l’è goduta. Magari se l’è goduta dopo, a parlarne con i compagni d’avventura, davanti a una bottiglia di Bonarda.

Ho avuto la fortuna di sentire alcuni di questi racconti direttamente dalla voce dell’autore, durante una riunione di un circolo di lettura ad Alessandria, qualche mese fa.
Insomma lui è così.
Se ne sta lì, snocciola questo raccontino denso dei giusti collegamenti. Non troppi che ti annoi, non troppo pochi che ti sfuggono. Nomi, date, collegamenti con la realtà che ti tirano dentro la storia, anche se non sei di Alessandria Bassavilla.
Passa dall’Anima Mundi ai delitti di Cogne, dalla Schiena del Drago alla stréa che consumava solo a smorsacandeila. La fantasia è un virus che contamina ogni aspetto della nostra vita ma, forse, è anche l’unica capacità in grado di salvarci da ciò che si cela dietro la facciata razionale del nostro mondo.

Arona non dà risposte ma, come un anatomo patologo consumato, indica i segni sul cadavere, ipotizzando le cause di quella strana, inspiegabile morte.
La sua abilità sta nello stuzzicare le nostre voglie, quelle di cui non ci vantiamo.
Lo seguiamo incuriositi nel suo percorso operatorio, quando apre chirurgicamente il quadro con paesaggio di primavera da troppo tempo esposto in soggiorno, rivelando la tela scurita e marcia che si cela più sotto.
Ci rivela i dettagli più scabrosi, ci invita a collegare da soli i segnali che il mondo sottile lascia attorno a noi.
Come fossimo ancora e solo uomini attorno a un fuoco. Intenti a farci paura a vicenda.

Le tre bocche del drago di AA.VV.

Ricordo quando scrissi questa recensione, parecchio tempo fa. Ci avevo pensato parecchio, al personaggio attorno al quale è stata costruita questa particolare raccolta, dominata ancora dal nostro buon Danilo Arona. L’odore della carne che brucia, il solo ipotizzare la potenza di quel dolore, che si dice in questi casi venga percepito solo (e per fortuna) in modo limitato, in quanto spesso si finisce per morire soffocati prima che bruciati vivi.
Un bel viaggio, questo tra le bocche del grande drago.

Streghe.
Una parola capace di evocare immagini terribili e non solo per l’orrore della figura in sé.
Quanti vampiri sono stati uccisi?
Quanti licantropi inseguiti ed eliminati?
Quante streghe sono state bruciate?
La donna orribile che maledice la carne con lo sguardo, l’affascinante ammaliatrice, la concubina del demonio, la portatrice di segni invisibili, l’orco femmineo che ti rapisce da piccolo se non ti comporti come si deve.
Viene la strega.
Quale altra incarnazione della paura ha fatto così tante vittime?
Credo nessuna.

Sono passati secoli, da quegli orribili delitti, e il timore delle streghe, nella normale pragmatica esistenza, si è andato spegnendo come i roghi che le consumavano. Braci di quella paura ardono ancora nella superstizione, e purtroppo la cronaca nera registra occasionalmente qualche folle atto indirizzato a persone capaci di “mettere il malocchio” o “possedute dal demonio”. Ma la parola strega, in questi casi, non viene quasi mai usata.

Le tre bocche del drago

Le tre bocche del drago

Vittime dell’incomprensione, dell’invidia, della paura, quali che fossero i motivi che hanno spinto gli uomini a uccidere, le streghe sono divenute parte delle nostre storie.

E a Triora, terra per eccellenza di streghe, si ambienta questo romanzo collettivo, che riunisce sotto lo sguardo di Danilo Arona i racconti di Alan D.Altieri, Edoardo Rosati, Giacomo Cacciatore, Gian Maria Panizza, Gianfranco Nerozzi.

Pubblicato nel 2004 dalla defunta Larcher, Le Tre Bocche del Drago è un esperimento narrativo, che si potrebbe, se mi concedete un paragone un po’ particolare, affiancare a quanto viene fatto dai protagonisti del film Inception. Se non lo avete visto, continuate, altrimenti seguitemi.

Lo dice il protagonista nel film, per spiegare una procedura (che riuscirò un giorno a spiegarvi quanto sia simile al processo del viaggio sciamanico) utilizzata per penetrare ciò che si cela nella mente altrui.

Si crea la struttura portante, il mondo del sogno, si porta “il soggetto” in quel mondo e si lascia che lo riempia coi suoi sogni, i suoi segreti.

Questo ha fatto Arona.
Ha preso la sua mitologia personale: gli anziani sognatori che manipolano la trama dell’esistenza con delle Veglie (non è una contraddizione: le veglie del mondo reale sono sogni dall’Altro Lato, e viceversa), le linee energetiche che fungono da conduttori della coscienza, intrecciate nella Schiena del Drago, e ha portato gli Altri Scrittori in questo mondo, lasciando che lo riempissero con le loro storie.

Il risultato?
Un romanzo collettivo, a sedici mani, dove le streghe sono affascinanti e terribili, seducono e fanno impazzire, dove la loro stessa natura biologica viene rivelata, senza che l’arcano potere di cui sono dotate perda di forza sul lettore.

Sicuramente il romanzo non è del tutto omogeneo. Salta all’occhio in alcuni casi il cambio di stile, pur ammorbidito dalla presenza della cornice, creata da Arona. Quello che ne esce è comunque uno sguardo intenso sul mondo delle streghe, che lascia più domande che risposte (Lilith, il situs viscerum inversus, la Signora delle Mosche), cosa che apprezzo molto in un libro.

Gustoso anche il finale fantascientifico, lasciato giustamente nelle mani di Altieri, che fonde la sua passione per i futuri tecnologici con il misticismo di fondo (come farà anni dopo in un altro esperimento antologico di Arona, quel Bad Prisma dove il fondamento del male, Melissa, è un’altra forza connessa all’Altro Mondo e, a conti fatti, una forma di strega).

Blue Siren di Danilo Arona

Riprendo la recensione del volume Bad Visions di Danilo Arona, dopo aver dedicato un post al primo romanzo che lo compone, La stazione del dio del suono, è arrivata l’ora di Blue Siren.

Bad Visions di Danilo Arona

Bad Visions di Danilo Arona

Prima di passare alla recensione devo però fare una confessione. Non ho mai letto quel Giro di vite di Henry James, che molti inseriscono addirittura in una ipotetica lista di libri fondamentali sulle storie di fantasmi. L’importanza di tale romanzo breve in questa sede è presto spiegata: il lavoro di Arona si basa per gran parte proprio sulla storia della magione di Bly e i suoi peccaminosi ed ectoplasmici (presunti) abitanti. Mi sono documentato sul romanzo, leggendo il possibile. Vediamo se riesco a non dire menate nel prosieguo di questa recensione.

Come accade in molte delle sue opere, Arona, affascinato dalla natura prismatica della realtà, costruisce una struttura multidimensionale, nella quale la parte tratta da Giro di vite è solo uno dei lati.
Tornano, in Blue Siren, le leggende metropolitane, Bassavilla, la malefica (maledetta?) Melissa Parker (Prigione).
Torna l’uso dell’archetipo e la sua diffusione attraverso i piani dell’esistenza, con un brano particolarmente interessante, dove viene discussa la possibilità che l’archetipo muti e s’incarni in qualcosa di molto diverso dall’originale. (Discorso che mi ha portato alla mente una chiave argentata e un uomo che si tramuta in insetto senziente.)

Ancora una volta Arona dimostra la sua passione per il processo di connessione ed espansione. Che siano storie, punti di vista, coscienze individuali o quella collettiva. Lui le stimola e le collega. Unisce il racconto gotico di fantasmi, narrato attraverso un interrogatorio serrato all’unica indiziata per la morte di un bambino, con le nefaste visioni che seguono l’uso di una nuova droga del “dopo discoteca”.
Per riuscirci, l’autore passa attraverso le altre facce del prisma, che riflettono soffocanti tratti di foresta amazzonica, una coppia di “indagatori del lato oscuro” e la sua beniamina, quella Melissa che potrebbe essere a sua volta solo il riflesso di un’entità inumana, che accede nei punti deboli al nostro piano d’esistenza.
Ma, per poter chiudere tutto in una cassa bella robusta, Arona ha bisogno di qualcosa che prima non c’era. Due, si potrebbe dire, non gli bastavano. Quindi, per sicurezza, lui dà alla storia un terzo giro di vite (e un interessante documento a tal proposito lo trovate qui).

E in mezzo ai misteri, alle morti, alle manifestazioni spiritiche, c’è naturalmente lei, la sirena. L’essere che attrae e uccide, che porta in sé lo stigma della nascita e della morte, divenendo per questo così misteriosa, affascinante e letale.

Magia nera. Biochimica neurale. Leggende metropolitane. Un cult della narrativa di genere.
Cosa altro si può volere in un unico romanzo?

La stazione del dio del suono di Danilo Arona

Procede lenta ma inesorabile la mia opera di esplorazione dei mondi creati dallo scrittore italiano Danilo Arona. Limitato per ora al fantasy Pazuzu e all’antologia da lui curata, Bad Prisma, non ero entrato in contatto con le sue storie più note e articolate, che hanno originato e alimentato il Ciclo di Bassavilla.

Ho deciso di recensire i due romanzi, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, contenuti nel numero 11 di Epix, perché di due lavori diversi si tratta, e intendo dedicare a ognuno lo spazio che merita.

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Tralasciamo il titolo dato alla raccolta.
No dai non tralasciamolo, figlio di una tendenza nostrana a italianizzare i nomi dei film anche quando non ce n’è bisogno e americanizzare quando serve ancora meno.
Sarà poi che ad aggettivi si stava corti da quelle parti, per cui se la raccolta horror curata da Arona è Bad (Prisma) le sue visioni non possono essere che Bad (Visions).
E tutto questo quando sottomano c’è un titolo come La stazione del Dio del Suono che da solo varrebbe qualche applauso. Vuoi per la molteplicità del termine stazione (la stazione dei treni di Piano Orizzontale, ma anche stazione radio, stazione di trasmissione e ricezione, terminali di una comunicazione sulle ‘linee sincroniche’, stazione musicale dove fanno girare i pezzi più malati del DJ Mix-Master Soul… tutti elementi su cui si poggia questa storia). Vuoi perché a me l’idea di un Dio del Suono che trasmette su qualche frequenza radio evoca visioni misticheggianti, con carovane di fedeli in marcia, al ritmo dei pezzi migliori del Signore del Rock’n’Roll.

Il romanzo, in breve, tratta di una congrega di persone che si riuniscono per raccontarsi delle storie. Solo che non è (per una volta, spiacente per quelli “del Club”) né la storia, né chi la racconta, a essere importante, ma dove viene fatto. In questo caso è l’incrocio di energie mistiche che proprio lì da luogo a un punto nodale, che scatena il cambiamento della realtà, attraverso i racconti dei protagonisti.
Così nel mondo facciamo la conoscenza degli assassini delle farfalle, del dee jay satanico Mix-Master Soul, di una Ibiza affascinante e letale.
Arona scrive storie che narrano di storie che modificano la realtà delle storie stesse.
Può sembrare complesso eppure l’abilità con cui lo fa riesce infine a evocare il risultato migliore: costringere il lettore ad alzare lo sguardo dalla pagina per capire, preoccupato, in che punto (nodo?) di quel flusso di narrazione entropica egli stesso si trova. E quali conseguenze (sicuramente nefaste) può avere raggiungerne la conclusione.

L’anima del libro è proprio nello sviluppo di questo concetto: l’influenza della narrazione sul mondo reale e del mondo reale (di quella che potrebbe essere la sua anima che pulsa in linee d’energia attraverso tutto il globo) sulla fantasia.
Danilo Arona ha dalla sua un’abilità notevole nel creare miti e leggende, urbani pur nella loro archetipica antichità. Sfruttando storie reali, intrecciandole con la fantasia e la mitologia, il romanzo getta sul lettore una ragnatela di indizi che lo costringono a una continua rilettura di ciò che sapeva sui personaggi, in una corsa verso la speranza di scoprire (almeno) una verità.
Eppure, sembra dire Arona, non c’è modo di arrivare a quel punto fermo. In un cosmo dominato da forze (il Drago) che ci usano e che noi usiamo inconsapevolmente e, come capita ai protagonisti del romanzo, a volte tentiamo di piegare (inutilmente?) al nostro volere, tutto è mutevole.

Se la prima parte del romanzo presenta questi concetti (e nell’insistere su usi e proprietà delle linee sincroniche trova uno dei pochi difetti del libro), la seconda è un totale intreccio di piani d’esistenza, che donano alla storia stessa una certa ciclicità. Tutto condito da elementi che permeano l’intero libro: la musica (della quale Arona ha di certo una vasta conoscenza), l’erotismo (in molte forme, spesso intense e anche bizzarre), la follia umana (e un certo inconscio bisogno di arrivare a una fine apocalittica, personale e globale).

Il giudizio complessivo, credo si sia capito, oscilla tra l’ottimo e l’entusiastico per un libro denso di concetti, che spinge a fare le proprie ricerche, per capire dove si ferma la realtà dei fatti.
Lì dove iniziano la mente di Danilo Arona e la musica martellante del prossimo rave di Mix-Master Soul.

Bad Primsa di AA.VV.

Bad Prisma è un volume della collana Epix della Mondadori.
Difficile scrivere la recensione di questa raccolta.
Finita di leggere da qualche giorno, la sfoglio e giro e rigiro attorno alle idee che ho e a quanto mi ha lasciato la conoscenza di Melissa.
Mi sono imbattuto per caso nella genesi del personaggio, andando a caccia di fantasy italiano, nella collana Draghi, maghi e guerrieri della Delos. Lì ho scoperto Pazuzu, di Danilo Arona, un bel libro che lascia il lettore con numerosi interrogativi, incentrati sulla figura della Madre dell’Oscurità, la misteriosa incarnazione Hassilhem e sull’influenza che questa entità avrà sul futuro del mondo.

Quanto segue, sinossi a parte, è un’impressione generale sul libro, che conterrà anche qualche spoiler, necessario per spiegare cosa e perché mi è, o meno, piaciuto.

Chi è Hassilhem? Che cosa rappresenta questa malefica entità proteiforme? Quale arcano la tiene confinata in un prisma di tenebra? Quale enigma celano le sue continue apparizioni nei tempi più terribili della Terra? Quale suo potere demoniaco riesce a scatenare la furia omicida dell’uomo? Dalla decadenza del Giappone imperiale alla Vienna inquietante di Sigmund Freud, dalla tetra provincia del Ventennio nero alle strade maledette della mafia, da un esperimento comportamentale suggellato dalla sterminio ai feroci campi di fuoco del Medio Oriente fino all’ultimo, disperato giorno dell’umanità ecco la saga senza tempo dell’imperatrice del Male Assoluto.

Con un breve riassunto dei fatti già narrati in Pazuzu tutto ha inizio, in un alternarsi di racconti decisamente di buon livello. Leggendone alcuni mi son trovato a invidiarne la capacità di relazione storica, dal momento che molti si riferiscono a fatti avvenuti nel dopoguerra e riescono a calare il lettore in quel periodo, attraverso piccoli particolari e suggerimenti inseriti a dovere.

Per realizzare questa antologia Arona ha riunito un nutrito gruppo di autori, lasciando che scrivessero di questo personaggio, Melissa, che dovrebbe incarnare il Male Assoluto, una sorta di divinità, un essere potente che dapprima è stato imprigionato in un cristallo piovuto dallo spazio (il Prisma del titolo) per poi fondersi con una sciamana cieca, incarnandosi in un essere ancora diverso.
Dov’è l’imperatrice del Male Assoluto in quei racconti?
Non c’è o almeno io non l’ho proprio trovata.
Il problema più grosso che ho trovato, invece, nel rapportarmi con questa antologia, è dovuto proprio alle anticipazioni, all’antefatto, ai dettagli spaziali-esoterici, all’immagine di questa creatura semi divina, al suo prisma metafisico, all’involucro di carne che ora la conduce nel mondo, all’attesa che i racconti riprendessero questi elementi, espandendoli, raccontandoli, ampliando il mito dell’entità e non della sua incarnazione umana.

Invece, racconto dopo racconto, ho capito che l’essere conosciuto come Melissa è un’anima persa, imprigionata in un limbo dal quale non riesce a uscire, se non a brevi tratti, per vendicarsi dei torti subiti. Questo essere/divinità/donna incarna il principio dell’innocenza distrutta, ciclicamente protagonista di un ruolo destinato a essere interrotto in maniera violenta, quindi vittima prima di vendicatrice, tristemente predestinata prima che “malefica”.
Questo non è un male, anzi, ma mi ha costretto a rivedere le aspettative, nate leggendo Pazuzu e la sinossi di Bad Prisma, adattandomi a qualcosa di molto diverso da quanto mi aspettavo.

Iniziamo da cosa secondo me non va.
Nonostante il livello dei racconti, in media, sia decisamente superiore a quanto letto in altre pubblicazioni antologiche, non tutti riescono a brillare, per idee e realizzazione.
Un po’ troppe storie “autostradali”, che riecheggiano gli stessi concetti e, alla lunga, fanno scemare la tensione che la presenza della “imperatrice del Male Assoluto” dovrebbe far provare.
Non ho digerito proprio il pezzo di Alan D. Altieri, dialogo serrato di guerriglieri futuristici, che speravo si dedicasse più a lasciar trapelare le sensazioni e la visione del mondo distrutto dalla guerra, piuttosto che concentrarsi tanto sui vari insulti tra comilitoni e pacche sulle spalle tra chi ha il fucile più grosso.
Allo stesso modo non ho trovato essenziali le altre parti “fantascientifiche”, come l’entrata nel cyberspazio e la missione spaziale verso Marte, dove Melissa sembra cacciata a forza, elemento estraneo e non necessario.

E veniamo quindi a cosa funziona.
I capitoli della storia che ho preferito sono quelli che, pur facendo parte del continuum di fondo, chiudono quanto aprono, permettendo un’occhiata affascinante e cupa a ciò che Melissa potrebbe essere e a quanto si lascia alle spalle.
Tra i vari capitoli mi sono rimasti veramente impressi il caso della Vienna che stilla acqua marcia di Alessandro Defilippi, della riuscitissima e agghiacciante gita sulle dolomiti di Andrea G. Colombo (tra l’altro leggere l’antologia a qualche chilometro dal paese dove inizia la sua storia, Moso, sortiva una certa inquietudine) e del regno sotterraneo e dimenticato, dove si erge un trono fatto di ossa e rifiuti, di Gian Maria Panizza.

In conclusione
Qualcuno ha parlato di pietra miliare nell’horror italiano, antologia epica di narrativa meta gotica e altro ancora. Non entro nel merito di tali affermazioni, in quanto sicuramente non ne ho le basi, e sinceramente nemmeno capisco bene che cosa vogliano dire (meta gotica proprio non so cosa sia, magari segnalatemi qualche altro libro meta gotico, le pietre miliari, a mio avviso, si vedono sulla distanza, quando ci si è sopra è difficile valutarne oggettivamente le dimensioni e l’utilità).
Quello che posso dire io è che questo è sicuramente un libro da avere, per un pasto (finalmente) saporito, che non è horror, se non in alcuni bocconi ma ha (e secondo me per fortuna) il sapore malinconico delle storie delle valli, dei segreti nascosti nelle cantine umide, e delle forme più strane che assumono le nostre colpe.
Come una ragazzina che passeggia sulla strada, bionda, sola, i vestiti gocciolanti acqua e sangue, il cui sguardo vuoto è capace di gelare ogni anima.

L’elenco completo dei racconti.

  • Una storia di genesi di Yon Kasarai (Monte Herat, 4000 anni prima dell’avvento dell’Egira)
  • Kitsune, la donna volpe (Giappone, 1601) di Stefano Di Marino
  • La scomparsa di Melissa Prigione (Italia, Bassavilla, 1925) di Danilo Arona (snodo)
  • Berggasse 19 (Austria, Vienna, 1925) di Alessandro Defilippi
  • La buca del settimino (Italia, Bassavilla, 1948) di Danilo Arona (snodo)
  • Il passato è davanti a noi (Italia, Bassavilla, 1948) di Giorgio Bona (Italia, Bassavilla, 1948)
  • L’ultimo colpo di pistola (Italia, tra le provincie di Pavia e Bassavilla, 1967) di Angelo Marenzana
  • La settima notte (Italia, Bassavilla, 1976) di Bob Orsetti
  • Le bambole non uccidono (Modena, 1987) di Barbara Baraldi
  • Le bambole uccidono (Bassa romagnola, 1989) di Gianfranco Nerozzi
  • Il tratto nero (Italia, Palermo, 1993) di Giacomo Cacciatore
  • La fiammiferaia (Italia, Bassavilla, 1998) di Giuliano Fiocco
  • 29 dicembre 1999 h. 5, 20 (snodo) di Danilo Arona
  • Dalla nebbia (Italia, nel triangolo di Melissa, 1999) di Mauro Smocovich (snodo)
  • La forcella del diavolo (Val Pusteria, Bolzano, 2007) di Andrea G. Colombo
  • M3li$$@ (Cyberspazio, 2007) di Alessio Lazzati
  • La decima arcata (Italia, Bassavilla, 2008) di Gian Maria Panizza
  • Melissa’s Syndrome (Italia, nel triangolo di Melissa, oggi – è l’oggi del lettore…) di Edoardo Rosati
  • Melissa Project di Novelli e Zarini
  • Zona Zero (Iraq) di Alan D. Altieri
  • L’ultima fine d’estate (Monastero di Thule, nord del mondo, nell’ultimo giorno dell’umanità) di Claudia Salvatori

Quando Cthulhu emerse dal Toluca Lake

Questo post è figlio di varie madri. E non fate subito quei brutti pensieri, che vi conosco.

Possiamo iniziare da lontano, da quando ho giocato la prima volta a Silent Hill 2. Il primo nemmeno lo conoscevo e questo capitolo me lo consigliò un amico. Fu uno di quei primi amori che poi non scordi mai, incollato letteralmente al video, dal quale mi staccavo solo quando la tensione di gioco si faceva davvero eccessiva. E accadeva, cavolo se accadeva. Dopo un paio d’ore in giro per la città invasa dalla nebbia, con la fottuta radiolina che gracchiava per avvisare di qualche mostruosa entità nascosta e invisibile, sentivo con quanta forza quel “semplice gioco” riusciva a catturarmi.

Silent Hill 2 l’ho finito una caterva di volte, per vedermi ogni possibile variante, l’ufo, il cane nella stanza dei bottoni dell’hotel, il finale “buono” e quello “cattivo”, com’è tradizione della serie. Ho ucciso Maria e sono morto nel lago. E spesso ho vissuto l’esperienza di quel “turismo virtuale”, anche se mi fermavo ad ammirare sotterranei rugginosi o un lago maledetto o ancora qualche parte della città invasa dalle nebbie eterne.

Negli stessi anni aveva ormai messo tentacoli radici la passione per gli scritti del buon Howard Phillips Lovecraft, mai sopita come sicuramente saprete, che mi ha spinto a tentare ogni possibile media legato alle sue storie, dai videogame (come dimenticare il fantastico e insuperato Dark Corners of the Earth) ai film, dai libri che ampliavano il suo mondo fantastico ai giochi di ruolo. Cioè a quel Call of Cthulhu della Chaosium di cui acquistai in America una versione Anniversary che ancora campeggia, bellissima, nella mensola dei GdR.

Welcome to Silent Hill

Welcome to Silent Hill (modulo per Il Richiamo di Cthulhu)

Rimane ancora un parente, l’unico vivente a dire il vero, quel Redrum conosciuto anni fa, per poi scoprire che per fortuna aveva un nome normale, Gianluca Santini. Nonostante le centinaia e centinaia di chilometri che ci separano, complice la rete e le passioni comuni con Gianluca non ci si è mai persi di “vista” e le collaborazioni sono continuate. Anzi, non troppo tempo fa ricordo di averlo spinto a introdursi nell’ambiente scrittorio con maggiore fervore e da allora Red, che fa meno paura del suo nickname completo, è diventato una attivissima parte della blogsfera, con i suoi racconti, il suo Survival Blog e il sito che aggiorna con continuità e passione.
Proprio Gianluca ebbe l’idea del modulo di gioco per Call of Cthulhu ambientato nella dannata cittadina dei videogiochi, quel Welcome to Silent Hill che impaginai (in maniera terrificante, ma erano i primi tentativi ancora con Quark Xpress) e per il quale scrissi una breve avventura introduttiva. Questa coinvolgeva un ex detenuto che fugge e finisce a Silent Hill. Vi ricorda qualcosa? Che ne so, la trama del prossimo episodio videoludico per esempio? Eh già, ci hanno rubato l’idea!.

Plagi a parte, da quel modulo Gianluca ha recentemente espanso l’idea dell’avventura, realizzando La follia del peccato, già testato, se ricordo bene, col suo gruppo di giocatori. Un modulo che fonde i Miti di Silent Hill a una delle creature della follia, vicina ai Miti di Cthulhu, il Re in Giallo, di chambersiana memoria. Già, per questa volta almeno Cthulhu o Dagon non emergeranno dal Toluca Lake, ma chi può dire cosa succederà in futuro, quando il rito sull’isola al centro del lago sarà concluso?
Silent Hill incontra Il Richiamo di Cthulhu, quindi, e tutto in un leggero e usabile formato eBook, un ePub illustrato (con mappe trovate sul bellissimo sito SilentHillHeaven).
La realizzazione è ormai a un buon 80%, l’ePub è pronto e Gianluca lo sta controllando, credo inseriremo ancora qualche immagine per poi darlo agli appassionati. Ecco perché mi son messo in testa di proporvi giusto un paio di immagini del “making of”.

Potremmo parlare a lungo di questo procedimento, se permettete uno sfogo personale, visto che ultimamente più volte mi è stato detto che è praticamente “inutile”. L’eBook, a quanto sembra, è qualcosa che “si fa da sé”, il lettore ne recepisce che pochissima parte della qualità, quindi potevo benissimo dare in pasto il .doc a Calibre e accontentarmi.
Come credo ormai sappiate, non la penso così. Lavoro con una casa editrice, Edizioni XII, dove la qualità è al centro di ogni creazione, è stato lì che ho imparato molto di quanto faccio ora e sono convinto che i lettori abbiano il loro diritto a essere educati, processo che avviene fornendo loro cose buone, ben fatte. La qualità si impara.
Però va beh, magari approfondiremo il discorso altrove, o tra qualche tempo, quando saremo sommersi da eBook senza indice, con font scazzati, letti bene un reader su quattro e qualcuno si lamenterà abbastanza forte da far cambiare le cose.

Per ora eccovi giusto un paio di “anteprime” di quello che potrete, se siete giocatori de Il Richiamo di Cthulhu o fan di Silent Hill, godervi tra qualche giorno.

Call of Cthulhu - La follia del peccato - making of (2)

Call of Cthulhu – La follia del peccato – making of

Call of Cthulhu - La follia del peccato - making of (1)

Call of Cthulhu – La follia del peccato

NeXT arriva anche su iPad

È usanza, da queste parti, usare il blog per diffondere le novità del mio sito dedicato all’impaginazione tradizionale e digitale. Ultimamente ne ho parlato avolte in maniera “collaterale”, come con il concorsino per regalare Il Grande Notturno, altre in maniera diretta come per la presentazione della raccolta gratuita in eBook, Arkana.

Oggi tocca invece al nuovo numero di una rivista che tiene duro in questo nostro paese dove la fantascienza non sembra aver vita facile. Una iniziativa che dovrebbe far contento chi ultimamente, nella blogsfera, cercava spunti e idee per promuovere e rafforzare questo tipo di produzioni. Chissà, magari contribuire acquistando un numero di NeXT, commentandolo e interagendo con chi ci mette tanto lavoro per farla, potrebbe essere utile quanto creare nuovi siti, forum e stemmi per la fantascienza.

NeXT 16, quindi. Non numero ma iterazione, perché siamo nella terra dei Connettivisti, della scienza al limite e oltre il concetto di fantastico, in un continuo portare di là, Oltre, quello che troviamo dalla nostra parte e portare in questa piccola realtà parte di quel mondo fantastico che giace in attesa oltre i confini della creatività.
A me ha fatto piacere collaborare col buon Sandro Battisti, che ha pazientato mentre mi districavo nell’impaginazione di testi e immagini, tra titoli lungherrimi e mappe tecno organiche complesse e affascinanti. Per una rivista alla quale voi affezionati della fantascienza, voi che vi battete perché questa sia divulgata e diffusa, spero darete il giusto risalto (per i meno attenti, se proprio non la comprate, scriveteci un post, fate girare la notizia!).

Una nota da sottolineare, prima di lasciarvi alle parole ufficiali che descrivono questa nuova uscita.

Questo è il primo numero di NeXT che approda su Apple Store

Basta installare l’app di Simplicissimus.it e cercare nell’edicola digitale, i numeri di NeXT disponibili a… sentite che prezzo… 1.59€.

Tutte le informazioni sul sito ufficiale:
http://hyperhouse.wordpress.com/connettivismo/next

La cover della 16a iterazione di NeXT

Maps. Ovvero mappe. Ovvero una contrazione che ricorda le mappe terrestri e non solo, quelle di Google, quelle che fanno da base per qualsiasi esperimento di Realtà Aumentata – tecnica di arricchimento informativo che tanto si sta affermando nel mondo digitale.

Mappe più estese, quindi, cerebralmente parlando. Mappe che disegnano le direttive neurali in cui ci muoviamo in questi mesi, anni, periodo storico; mappe del Connettivismo, in dilatazione sempre più accentuata, che passano per il riconoscimento del Premio Italia dato a NeXT (l’Oscar per il genere Fantastico) nell’ambito della miglior Rivista non Professionale, award vinto a Milano nell’ambito dei Delos Days 2011. Sono tutte mappe, come in una storia di Urban Fantasy.

È quindi questo un numero celebrativo, in qualche modo; è un’iterazione che tira un po’ tutte le fila dei numeri precedenti ampliando, approfondendo, diramando ancora più (radicandosi) gli argomenti cari al Movimento, rendendoli punti di sviluppo, basi di partenza per il futuro e non un mero punto d’arrivo. Ed è quindi per questo motivo che troverete una nuova rubrica, AVANT-GARDE, curata dal valente Galessio, che esplorerà ogni volta le istanze dell’Arte contemporanea raffrontandola al Connettivismo; nell’iterazione 16 abbiamo anche però, e ovviamente, la consueta ricerca a tutto campo, la sperimentazione allostatica in ogni branca della Cultura e della Conoscenza connettiva che ha portato NeXT allo stato editoriale attuale: FRAME, un susseguirsi di snapshot del presente in chiave futura curato, da questo numero, da 7di9, che segue anche la rubrica INTERAZIONI, dove si traccia la storia del Connettivismo nei mesi successivi all’uscita dell’iterazione del precedente NeXT; BIT_MOOD, dove Kremo ci conduce in una ricerca olosensoriale applicata alla musica moderna (non quella pop, ovviamente) dove lo scontato non appare mai, nemmeno in un momento; NUVOLE DI PIXEL, in cui Manex approfondisce il discorso dei fumetti digitali, argomento ormai imprescindibile dalla rivoluzione digitale che venti anni fa ha colpito prima la musica, ora la letteratura.

La rubrica FOCUS ha un nuovo titolare: Xabaras, che insieme a Max Chiriatti esplora l’argomento della Realtà Diminuita (sì, diminuita, non aumentata) che è interessante e foriera di spunti teorici e cerebralità davvero notevoli. ZOOM, l’unica rubrica che mi sono riservato per questo bollettino, esplora i confini dell’umano, del postumano e dell’inumano mentre WORK, altra neorubrica, affida a pykmil il resoconto di due particolari pubblicazioni esclusivamente connettiviste di questi ultimi mesi.

Il capolavoro di Logos si estrinseca nella sua monumentale ERMETICA ERMENEUTICA, dove esamina Mark Strand, e Peja continua la sua ricerca transarchitetturale (su Massimo Ercolani) nella rubrica POSTARCHITECTURAL RESEARCH; Black M incrementa l’immaginario connettivo analizzando i frammenti onirici di celluloide, argomento gemellato con LA MATTINATA DEI MAGHI, dove Nimiel analizza l’argomento del Sogno Lucido.

Completano il numero i versi di mia produzione (che appaiono su CONNESSIONI, insieme a un mio edit di un intervento di Lady Caotica), un event performato il 29 aprile 2010 sul blog supernova express.splinder.com dai connettivisti tutti, e ben sei racconti (uno di essi particolarmente lungo) a firma di: Xabaras, Sogno di un futuro di mezza estate; Evertrip, Tetsuo mon amour; Matteo Mancini & Samuele Toccafondo, Genesi di un eroe; Mextres, Rendezvous; X, Vanisghing point (ovvero la seconda parte del racconto apparso sulla seconda antologia connettivista, Frammenti di una rosa quantica – Kipple Officina Libraria).

Le immagini a corredo dell’iterazione sono di Ynfidel mentre il logo della produzione connettivista HyperHouse, che ci accompagnerà per i prossimi NeXT e in ogni produzione connettivista da me diretta, è opera di DjMystica ; Matteo Poropat ha impaginato l’iterazione, stampata poi dalla Phasar .

In conclusione, sarà pur vero che la mappa non è il territorio, ma è anche vero che il territorio varia a seconda della sensibilità interiore: tracciare una propria mappa da sovrapporre al reale aiuta a modificare, a nostro piacimento, il sensorium che ci circonda.

NeXT 16

La Cosa (The Thing, 2011)

Ero partito con l’idea di scrivere un articolo sul festival della fantascienza di Trieste (nome corretto Science+Fiction) dove quest’anno sono riuscito a godermi alcune pellicole e a incontrare persone poco raccomandabili come George Romero, Simone Corà (che ho scoperto è blogger famoso assai tra i triestini che lo fermano perfino per strada e non per menarlo, come avrete da subito pensato) e Marco Crescizz  (che ancora non conoscevo di persona). Il primo ha rivelato al pubblico i suoi nuovi progetti, ha sbuggiardato i giornalisti che lo intervistavano in una tristissima masterclass e indossava i migliori occhiali da vista che la storia dell’horror ricordi. Gli altri due stanno lavorando su un libro segreto, forse il seguito di quel Maledette Zanzare, del Corà, dal titolo provvisorio di Fottute Cimici. Così dicono voci nel corridoio.

Dicevo, ero partito con questa idea, e forse l’articolo poi lo scrivo e vi racconto di come hanno cercato di far incazzare Romero fin dalle prime domande o di come però ai festival io mi ci diverto sempre (vero che partecipo solo a questo e sono di bocca buona eh, quindi non faccio statistica). Però, nel mentre, vi parlo di quelLa Cosa. Lo faccio brevemente, infrangendo anche la promessa che m’ero fatto di non parlare più di cinema. Lo faccio alla scazzo che tanto poi arrivano quelli bravi e vi raccontano le cose di linguaggio, meta cinema e cose così.

The Thing 2011 poster

The Thing (2011)

Siamo tra i ghiacci e un antipatico capo di spedizione trova per pura fortuna un disco volante e poco distante l’alieno ibernato che lo guidava, ghiacciato nel tentativo di raggiungere un auto grill da dove chiamare il carro attrezzi. Estratto e portato al campo base, l’alieno si risveglierà incazzato e ancora con quella fame che ti fa mangiare di tutto in auto grill, figuriamoci con qualche decina tra norvegesi e americani, caldi e succulenti.

Ho rivisto da poco l’originale. Che poi voi lo sapete non è l’originale, quello di Carpenter del 1982, ma è a sua volta una sorta di remake de La cosa da un altro mondo di Hawks, datato 1951. Tutti basati sul racconto Who Goes There di John W. Campbell del quale il sottoscritto vi ha, a suo tempo, regalato una versione ePub.

Who Goes There di John W. Campbell

Who Goes There (eBook gratuito) di John W. Campbell

E ieri ho visto questo prequel, destinato a raccontare finalmente da dove arrivava il cagnaccio infetto che dà inizio a tutto il delirio raccontato ne La Cosa di Carpenter.

The Thing 2011 Mary Elizabeth Winstead

The Thing 2011 Mary Elizabeth Winstead

Il confronto tra i due film, fisiologico e inevitabile, è impietoso. E serve a sottolineare l’incapacità di ricreare cose semplici, usando strumenti semplici, come possono essere il silenzio e l’assenza. Questa Cosa mostra invece la tendenza a riempire, ingozzare, farcire, ogni senso dello spettatore, dovendo quindi ricorrere ai soliti scherzetti da salto sulla sedia per irrompere e spezzare il livello di saturazione raggiunto. Mi è capitato, quando la telecamera scivola di notte, per i corridoi vuoti della stazione scientifica, di chiedermi perché cavolo ci dovesse essere della musica mescolata al suono del vento e della neve che anticipano la tempesta in arrivo. Lasciando perdere la pochezza dello score, perché sovrapporlo a suoni che di loro hanno già la capacità intrinseca di smuovere qualcosa nello spettatore? Perché potrebbe non bastare! Così come tutti gli attori sembrano gridare “è un film sulla  paranoia! Paranoia!” perché chissà, magari lo spettatore non l’aveva ancora capito. Ma il sospetto, si sa, striscia silenzioso. Mentre in questo prequel/remake di quieto e pauroso non c’è nulla e così come i mostri fanno a tratti sorridere, così i dialoghi gridati che dovrebbero essere da ambientazione claustrofobica intrisa di sospetto e terrore ottengono l’effetto opposto.

Del tutto assente anche la componente d’interazione con l’esterno, con quel freddo polare doloroso solo a immaginarlo, possibile e auspicabile co-protagonista di pellicole come questa. Il gelo c’è ma non si sente, si intravede sullo sfondo. C’è neve, fa freddo, però a parte un paio di americani tremolanti che si ripigliano in breve tempo dopo essere sopravvissuti a uno schianto aereo e successiva camminata su crinale ghiacciato, nessuno sembra farci caso.

Non lasciano speranze nemmeno Le Cose, sicuramente molto varie e, purtroppo, divertenti. Bestioni tentacolosi coi dentoni, che troppo ricordano creature videoludiche estratte da qualche capitolo di Resident Evil (con tanto di Boss Finale) e non hanno che poca parte del fascino delle bestie realizzate negli anni ’80 da Rob Bottin e compagnia. Come in altre pellicole del genere, qui c’è computer graphics, e la si vede dove non si dovrebbe.

The Thing 1951

The Thing – La Cosa (dell’Altro Mondo) del 1951

The Thing 1982

The Thing – La Cosa nel 1982

Inutile parlare della protagonista principale, una Mary Elizabeth Winstead monodimensionale e fuori posto.
Inutile ricordare il finale tagliato a mannaiate.
Meglio dimenticare il finale-dopo-il-finale, appiccicato per buona gioia degli appassionati e di chi si chiedeva, appunto, da dove minchia arrivasse l’Husky-Cosa dell’Altro Film.

Ridatemi R.J. MacReady e la sua barba.

Visioni di Morte (Sine Requie)

Sine Requie 4° Reich - Elisa Ferrotto

Sine Requie 4° Reich – Immagine di Elisa Ferrotto

In questa tranquilla domenica di novembre, mentre sto preparando un buon ragù fatto in casa, con la calma e la dovizia che richiede, vi ripropongo un raccontino nato anni or sono, per il concorso Visione di morte, che raccoglieva contributi per l’ambientazione IV° Reich di Sine Requie. Una storia breve, dedicato alla vita e alla morte del viscido Viktor von Bock. L’immagine l’ho rubata ai lavori della brava illustratrice Elisa Ferrotto.

Buona lettura e buona domenica!

[box type=”shadow”]Ho poco tempo e troppo da raccontare.

Ben presto saranno qui, per prendermi, per condannarmi, e i minuti che rimangono li voglio dedicare all’uomo, la cui morte il Reich non perdonerà. Spero che queste righe servano a ripulire almeno in parte la memoria delle mie gesta, a dare loro una valida motivazione.

Mi chiamo Hans Wiermacht, Standartenführer di una delle divisioni distaccate di stanza a Berlino est, per il controllo ed il pattugliamento dei confini. Molti anni fa, prima che la guerra tra gli uomini si tramutasse nello sterminio dei morti, operavo nel nord est della penisola italiana, come ufficiale nell’Adriatisches Küstenland, il Supremo Commissariato per il Litorale Adriatico, controllato dall’Oberste Kommissar austriaco Friedrich Rainer.

A quel tempo ero sposato felicemente, e, nonostante il servizio al Reich mi impegnasse di continuo, cercavo di tornare spesso a casa, per assistere ai primi anni di vita della nostra unica figlia. Ricordo ancora la sua gioia nel rivedermi rientrare, la sua energia, la vita che splendeva nei suoi occhi del colore dell’ambra, mentre la malattia consumava inesorabile la mia amata. Agatha… E quando avrei voluto esserle più vicino, i cadaveri si risvegliarono nel mondo intero… Mia moglie morì poco dopo quel giorno, mentre io ero lontano, a cercare di gestire come potevo la situazione.
Da subito i nostri migliori scienziati si attivarono, compiendo analisi sui morti, catturati da divisioni militari create per lo scopo.
Tra questi uomini si distinse il freddo e cinico Viktor von Bock, già noto al Comando per le notevoli doti tattiche e una certa inclinazione a perdere facilmente il controllo.
Von Bock aveva una mente lucida, piegata alla legge del raziocinio più totale. Questo finché la rabbia non esplodeva, diretta spesso senza motivo verso chi gli stava attorno. Si diceva avesse ucciso con le sue stesse mani un cameriere del Circolo Ufficiali, colpevole di non averlo servito come si confaceva al suo grado. Lo scienziato fu uno dei primi a proporre di usare nemici vivi per determinare il tempo e la modalità con le quali tornavano dalla morte. E proprio per tali esigenze venni convocato, nella principale sede di Berlino.
Mi spiegarono che, operando nelle zone periferiche, avevo modo di coordinare tali “recuperi”, e a seconda di quello che serviva al suo gruppo di scienziati dovevo riportare non morti, nemici vivi, animali e quant’altro. Pur riluttante a servire il Reich in questo modo, ubbidii.

Ricordo… era di nuovo inverno… la neve scendeva dal cielo come secchi di vernice, dipingendo la città e i pochi coraggiosi che uscivano nelle strade. Me ne stavo ad aspettare il ritorno di mia figlia, che studiava al collegio Waimairmacht, quando il comando della Gestapo mi passò una chiamata dello stesso von Bock. Farfugliava eccitato che l’ultimo caso sottoposto, una giovane polacca dalla pelle bianca come il manto che soffocava la città, aveva dato origine ad interessanti sviluppi nei suoi studi, e voleva che quanto prima ci muovessimo per portargli un altro esemplare dello stesso tipo. La chiamata e la richiesta mi provocarono un’ondata di fastidio, gli studi sui morti non avevano per me alcuno scopo e questi recuperi nelle zone infestate per procurargli cavie vive erano frustranti.
Ovviamente chinai la testa e obbedii al mio superiore. Nei giorni seguenti cercai e trovai quanto richiesto. Ricevetti numerose chiamate dello scienziato, sia durante la ricerca, ansiose e inutili chiacchierate sui miei progressi, che dopo, noiosi elogi sull’operato della mia squadra. Per le ricerche, mi spiegò von Bock in una di queste telefonate, non tutti gli esseri umani davano eguali risultati. Aveva scoperto che nelle donne, soprattutto quelle più giovani, si nascondevano certi segreti, capaci di spiegare forse lo stesso fenomeno del ritorno alla vita dei morti e intendeva continuare con maggior lena i suoi studi in tale senso. Dal canto mio invece provavo a contattare il Comando, sperando che il mio stato di servizio fosse sufficiente a farmi allontanare da quel compito, ma nulla servì a tale scopo.

Fu all’incirca sei mesi fa che iniziarono a circolare le voci tra gli uomini del gruppo per gli esami scientifici della Kripo. Mi ero recato nei quartieri dove aveva sede il loro quartiere generale, per un incontro con lo stesso von Bock, quando udii per caso i racconti, accompagnati dalle risate di alcuni sotto ufficiali, sulle insane e orribili nuove passioni dello scienziato. Decisi di approfittare dell’anticipo che avevo per entrare nel suo laboratorio personale e parlarne con lui. Lo spettacolo che mi accolse fu terrificante. Von Bock era completamente nudo, disteso sul tavolo del laboratorio. Tra lui e il freddo metallo c’era una delle ultime donne che avevo consegnato nelle sue mani, che si agitava e gemeva.
Sul momento credetti di aver interrotto un inappropriato ma normale rapporto, e feci per uscire e dare il tempo all’uomo di sistemarsi, quando, mentre questi si rialzava e indossava barcollando un camice sporco, notai lo sguardo vitreo della donna. Aveva gli occhi completamente sbiancati, un filo di bava colava dai bordi della bocca violacea, mentre tra le mascelle era serrato un morso di cuoio, legatole strettamente dietro la nuca. Von Bock si avvicinò sorridendo, ma scusandosi per lo spettacolo, una sua passione nata dalla vicinanza con quelle creature incredibili disse.
Così mansuete, docili… ne parlava come di pubescenti vergini che uscissero nelle candide divise del conservatorio… mentre quella creatura continuava a contorcersi debolmente, sibilando, senza poter serrare le mascelle.

Le chiamava crisalidi, diceva che contenevano ancora l’essenza delle persone ma erano prigioniere di un corpo morto. E lui, con i suoi studi, intendeva liberarle. Purtroppo i rapidi processi di putrefazione della carne, non nutrita regolarmente, contrastavano il suo lavoro. Per questo necessitava di nuovi corpi sui quali eseguire i suoi test. Uscii nauseato, farfugliando una scusa e rimandando l’incontro, per il quale avrei atteso una sua nuova convocazione.

Stamattina, dopo settimane passate senza nessuna richiesta di von Bock, attendevo il ritorno di mia figlia dalla scuola sfogliando il giornale. La notizia di un omicidio in un quartiere vicino mi mise addosso uno strano stato di angoscia. Una giovane donna era stata trovata in un vicolo, completamente nuda, legata mani e piedi, mentre un uomo era stato visto scappare dal luogo del fatto. Sono uscito di casa senza nemmeno indossare il soprabito mentre la neve mulinava attorno a me. Ho guidato senza badare a nulla fino ai laboratori entrando di corsa nelle stanze private di von Bock.

L’ho trovato seduto sul ciglio del letto, nudo, sporco di fango, soddisfatto e orribile come un avvoltoio dopo il pasto. Aveva i pugni serrati e da uno di questi pendeva qualcosa che scintillava debolmente nella poca luce della stanza.
Mi parlò, voleva spiegarmi qualcosa sulla percentuale di successo nell’ottenere una crisalide dalla larva e su una certa soglia, oltre la quale invece si otteneva qualcosa di diverso. Lo aggredii chiedendo spiegazioni. Tornato improvvisamente lucido fece leva sul grado, intimandomi di tacere. Quelli, disse, erano i voleri del IV° Reich. Era vero, ammise, qualcosa non aveva funzionato e c’erano da fare ulteriori studi. E mentre lo diceva i suoi occhi brillavano di una luce malata, lo sguardo si piegava in un lubrico susseguirsi di desideri morbosi. Gli chiesi dov’era stato, cosa lo aveva spinto ad agire in quel modo. Ma in lui vidi che ormai la follia aveva travalicato ogni possibile argine, la motivazione scientifica aveva da tempo lasciato spazio ad una fame avida che non trovava più soddisfazione e lo aveva spinto a cercare da solo le proprie prede.

Schifato da tutto questo mi allontanai, arretrando verso la porta. Von Bock, l’essere bianchiccio e sbavante che era stato uno scienziato, balzò nella mia direzione, insultandomi, minacciandomi. Se avessi raccontato qualcosa, sibilò, la mia carriera nell’esercito sarebbe finita. Forse anche la mia stessa vita. Gli dissi che non m’importava, che non potevo sopportare di portare avanti quel traffico infernale. Afferrai i suoi polsi per spingerlo lontano e nell’arretrare lasciò cadere l’oggetto che impugnava con tanta avidità durante la discussione. Vidi cos’era e tornai a spostare lo sguardo su di lui. Rabbia, soddisfazione, una sorta di diabolico compiacimento s’intrecciavano su quel volto devastato dai suoi indescrivibili desideri. Fu allora che gli crollai addosso, subissandolo di pugni, senza lasciarlo respirare. Colpivo, animato da una furia cieca, e solo quando mi resi conto che quel corpo stava per esalare l’ultimo respiro raccolsi in fretta l’oggetto dorato da terra e fuggii.

Sono riuscito ad uscire dalla città e ora mi nascondo qui. Sento i cani, le urla… so che stanno arrivando… non avrebbero potuto fare altrimenti, in fin dei conti ho assassinato senza apparente motivo un brillante ufficiale del IV° Reich… un ufficiale, un folle assassino necrofilo…
Battono alla porta… i maledetti cani a tre teste ringhiano… sbavano artigliando il legno che mi separa dalla fine… stringo tra le dita la collana… un regalo di tanti anni fa con inciso il nome di mia figlia, che non rivedrò più… imbraccio con quelle stesse mani il mio fucile…
Che entrino pure a prendermi…[/box]

Sine Requie Anno XII – IV Reich – Matteo Cortini e Leonardo Moretti

Secondo recupero di questo weekend, che anticipa la recensione di un altro modulo della stessa serie.
Quest’anno (sigh, sigh e ancora sigh) non sono riuscito a farmi la mia vacanza spendereccia a Lucca Comics and Games, nella quale una tappa d’obbligo era al “banchetto” dove Matteo e Leonardo spacciano i prodotti della linea Sine Requie. In un qualche modo riuscirò a mettere le mani sull’ultima ambientazione pubblicata ma, nel frattempo, vi propongo la recensione di IV° Reich, che anticipa di qualche giorno quella del Soviet.
Continua…