YellowBrickRoad

Sono quasi le tre, è venerdì pomeriggio e per l’ennesima volta da ‘ste parti le cose stanno per cambiare. Niente di blogghistico, anche se ci saranno ripercussioni, si tratta di lavoro. Ci starebbe un bel discorso, fossi uno di quelli che ci riesce, su scelte, sentieri e finali, pur sapendo che soprattutto nella nostra generazione i finali sono ben lontani dall’essere chiari. Quindi si cerca di godere del viaggio, anche quando per cause esterne il convoglio deraglia e tocca mettere assieme i pezzi e ripartire su binari diversi. O tornare indietro, che poi no non si può davvero mai, ché l’esperienza te lo impedisce anche a rifare sempre le stesse cose, di tornare davvero indietro.

E insomma in un momento così capita che Gigi (sì lui quello che racconto le storie di Idrasca, e si è pure cimentato in una storia di carne e morte, col sottoscritto) mi suggerisce un film dell’orrore (mai una commedia eh, mai ma mai!) del quale avevano già parlato (bene) l’Alex e la Lucia. Nonostante problemi a reperirlo, a vederlo con continuità e l’angoscia di fondo che insomma mica fa sempre bene, sono arrivato fino alla fine giusto qualche minuto fa. E ho pensato che due righe valeva davvero la pena scriverle.

yellow brick road

Il sentiero di mattoni gialli

YellowBrickRoad (tutto attaccato in questo caso) è un film di Jesse Holland e Andy Mitton, ed è anche il nome scritto su una roccia, accanto a un sentiero che porta nei boschi verso Nord fuori dal paese di Friar. Lungo quel sentiero si incamminano gli abitanti, il 10 ottobre 1940, per non far mai ritorno. Trecento di loro verranno ritrovati morti dai militari, alcuni carbonizzati o congelati. Il resto è disperso. Settanta anni dopo un gruppo di esploratori decide di ritrovare il sentiero e percorrerlo per scoprirne i segreti.

Il sentiero da cui prende il nome la pellicola è quello citato nel Mago di Oz, è la strada da percorrere per arrivare al Mago ma è anche un luogo denso di pericoli, che mette in comunicazione molti luoghi e che presenta bivi ai quali si potrebbe finire per continuare sul sentiero “giusto” oppure su quello “sbagliato”. Già l’idea di base è interessante e potente, da questo spunto potrebbe venir fuori qualsiasi cosa. Metteteci il confronto con la natura. Che poi quando uno legge questa frase pensa a cose estreme, a luoghi inospitali, dove “il pericolo è in agguato”, così come alla rappresentazione più tipica e orrorifica di boschi e foreste. Eppure chiunque sia stato in montagna e abbia deciso di tagliare per una “scorciatoia” che non conosce, chiunque sia stato in un bosco fitto per la prima volta, ha pensato a cosa sarebbe successo a perdersi, a perdere l’orientamento, a trovarsi a vagare senza cibo o acqua.

E quel pensiero fa paura, non servono ululati o rumori minacciosi, non serve la notte che incombe o strane ombre tra gli alberi storti. Persi in mezzo a un bosco del quale non si conosce la fine, tra alberi che bloccano la visuale e scarse conoscenze di orientamento, si entra in contatto con paure vere e profonde, con la solitudine di una natura che solo esistendo è pericolosa per l’uomo che non la comprende.

Attorno a questo concetto ruota una buona parte del film, dove i personaggi vedono svanire giorno dopo giorno il proprio controllo sull’ambiente circostante, privati degli strumenti e beffati in un colpo solo di tutte le capacità tecniche dei quali l’uomo si circonda per sentirsi capace di affrontare l’ignoto. E una volta smarrito il controllo sul proprio sistema di valori, quando la bussola indica direzioni casuali e il GPS smette di funzionare, anche il controllo su se stessi inizia a venire meno.

Se questo non bastasse (a me ammetto già basterebbe per correre verso casa) strane musiche, inquietanti canzoni gracchiate da grammofoni che sembrano nascosti tra gli alberi e nella terra, torturano le loro menti.

Se c’è una cosa nella quale il film riesce molto bene è la gestione del crollo mentale dei protagonisti e la sua messa in scena. Attraverso sottili indizi ne cogliamo l’inizio, finché gli effetti della musica, dell’incapacità di tornare indietro e della solitudine di ognuno, fanno esplodere la follia latente rappresentata in pochi momenti “gore” della pellicola.

Da qui in poi occhio, ci sono spoiler sul finale.

Per me, pur in una messa in scena forse sotto tono rispetto al resto della pellicola, gli ultimi cinque minuti completano una storia che, appunto, è solo tale. Semplicemente ne rivela il narratore. L’idea che loro non siano reali è suggerita all’inizio, ed è rinforzata durante la pellicola. Non ci è concessa nessuna visione di un mondo oltre quello delle loro percezioni. Ci sono accenni a storie vissute, ad altre spedizioni affrontate assieme. Ma anche quelle sono storie nella storia.
La stessa Melissa descrive una possibile apocalissi dove tutto è morto e loro sono gli unici sopravvissuti. Un presente in cui tutto è morto, come nel paese di Friar, dove resiste solo il cinema e chi ci lavora(va).
Nessuno fugge da Friar (come in quella vecchia storia di Stephen King sul paese dove vivono le star del rock scomparse) ma chi s’incammina sul sentiero di mattoni gialli diventa parte della sua leggenda.

Il Possessore del Vuoto

Ne abbiamo parlato ieri e così ecco qua il mio racconto per il Fun Cool. Una versione italianizzata e adattata degli Holder, una passeggiata in città (almeno io l’ho immaginata così e non ci fosse stato il vincolo del racconto in una frase mi sa che la gita durava parecchio di più).

Pur nella sua brevità contiene due riferimenti a cose già scritte: il mazzo di carte, direttamente dal racconto Polvere siete (ne Il silenzio dell’acqua), il personaggio con la testa a forma di Ibis, ricordo di un certo super umano.

Il possessore del Vuoto

Scendi in città, il terzo giorno del terzo mese, hai solo trentatre minuti dell’ora in cui incubi e sogni si danno il cambio nel sonno degli uomini, sii veloce e cauto, vestiti di bianco per confonderti con la nebbia, vestiti di nero e sarai inghiottito dal mangiatore d’anime; trova la chiesa che non noti mai, ha due campanili muti, il rosone spezzato e un unico muro di pietra rossa, controlla, c’è un mattone sbrecciato col tuo nome inciso; bussa tre volte, voltati e vai lungo la via che porta fuori città, sentirai una voce, non voltarti, sentirai una mano che ti sfiora i capelli, non gridare, sentirai un nome antico nell’urlo di una strega, girati; alla tua destra c’è una porta rossa, in una casa senza finestre; entra, una signora vestita di rovi ti offrirà fiori, ti dirà i loro nomi, non crederle; rifiuta i gladioli, respira il profumo degli ibis ma non toccarli, c’è una rosa viola dal gambo spezzato, raccoglila e la donna te la regalerà con una lacrima; prosegui nel corridoio, la prima porta conduce al dolore, gira a destra, la seconda porta conduce al pensiero, bussa e allontanati in fretta, la terza porta è aperta, la stanza nera con un tavolo di legno, una porta chiusa e in piedi un uomo sottile, dita sottili, collo lungo e la testa piumata con un lungo becco adunco, in mano un mazzo di carte; ti dirà di giocare con lui, ogni partita persa saranno anni gettati, vincine una e s’infurierà, negagli la rivincita, urla il nome della strega, diverrà cieco, corri verso la porta, ti inseguirà, appoggia la rosa sulla serratura e chiedi ciò che vuoi, apri la porta e gettati nel vuoto; ti sveglierai in una città senza una chiesa, senza una strega e senza una rosa; nelle mani dalle dita sottili stringerai una statua nera dalla testa di ibis.

 

Creepypasta, un primo passo tra i meme dell’orrore

These days, instead of the campfire, we are gathered around the flickering light of our computer monitors, and such is the internet’s hunger for creepy stories that the stock of ‘authentic’ urban legends was exhausted long ago; now they must be manufactured, in bulk. The uncanny has been crowdsourced.
Will Wiles

Ho qualcosa come 15 bozze di articoli, alcune risalenti a una diversa era geologica, ho ancora 40 recensioni dal vecchio blog da recuperare e ogni tanto tutto questo torna utile. Come oggi, che a due giorni dalla chiusura del concorso Fun Cool del solito folle Raffaele non sapevo proprio che cosa mandare e mi son trovato per le mani la bozza su Creepypasta e tutto è stato chiaro.

Ma andiamo per ordine. Creepypasta l’ho conosciuto tramite un link su fb, credo del solito Elvezio, dove si spiegava il fenomeno dietro questo strano sito di “leggende urbane”. Si trattava di questo articolo, che vi consiglio di andare a leggere, With a flood of dark memes and viral horror stories, the internet is mapping the contours of modern fear. Si parla di meme, orrore virale e paure moderne, materiale interessantissimo e fonte di numerose ispirazioni.

Come spiegato nell’articolo il Creepypasta deriva da copypasta, vocabolo coniato a indicare tutti quei brevi estratti di testo o video che vengono copiaincollati (diremo noi italiani) in giro per il web, tra forum, siti e social network. Il sito Creepypasta, con la sua wiki, conta più di 15.000 voci di questo tipo, voci che hanno in comune l’essere una eco di altre storie, come se tutte fossero state sentite e raccontate ancora e ancora. In inglese c’è addirittura un termine per indicare questo genere di racconti: FOAFlore, friend-of-a-friend lore, della serie un amico di un amico ha detto che suo cugino…

Tema a dir poco affascinante, la diffusione virale di un meme horror, la nascita delle moderne leggende urbane (dove urbano è cyberspaziale, sottintende vie di accesso e mezzi di comunicazione virtuali, che ricalcano e amplificano il “racconto attorno al fuoco” in maniera esponenziale).

Tra tutto questo materiale ho estratto una parte minore e molto particolare, la sezione dedicata a The Holders.

Slenderman (DeviantArt di vonanthonythefirst)

Figura dell’orrore nata su Creepypasta, Slenderman (DeviantArt di vonanthonythefirst)

Gli Holders, i possessori, sono 538 oggetti come The Holder of Pain, The Holder of Sorrow e così via. Sono dei creepypasta creati seguendo un modello di fondo che è di certo assimilabile alla quest. E che mi ha ricordato molto il racconto breve Instructions di Neil Gaiman. Ognuno di questi frammenti contiene una sequenza di istruzioni per diventare il nuovo possessore di un certo artefatto, evocare o contrastare creature sovrannaturali, con la consapevolezza che mai i 538 Holders dovranno essere raggruppati assieme (da annotare vicino a non incrociate i flussi e gli effetti degli oggetti rubati alla camera perduta).
Nella versione originale la maggior parte degli Holders inizia con una frase di rito

In any city, in any country, go to any mental institution or halfway house you can get yourself to

frase che non ho utilizzato, non essendo il mio un Holder ufficiale.

Se l’argomento vi interessa c’è la wiki dei Creepypasta da visitare che non contiene più uno dei racconti considerato tra i migliori, lo trovate a questo link. Nella sua narrazione composta da frammenti di post su forum e il costruire in questo modo una storia di storie, contiene tutti gli elementi del tipo di narrazione di cui parlavamo in precedenza.

L’immagine di copertina è tratta da un breve filmato (in italiano) che potete trovare su Youtube dedicato a Slenderman, figura dell’horror nata proprio su Creepypasta.

Se volete cimentarvi in effetti esiste anche una Wiki italiana http://it.creepypasta.wikia.com/wiki/Creepypasta_Italia_Wiki con tanto di App Android per leggere le storie o visualizzare le immagini postate dagli utenti.

Ma di siti come Creppypasta, una volta entrati nel gorgo, se ne trovano altri, anche di più peculiari, come SCP che lo ammetto devo ancora riuscire a capire bene.

Di materiale ce n’è tanto, a tratti anche troppo, e di sicuro di tutto questo tornerò a parlare prima o poi.
Ora però Il possessore del Vuoto mi aspetta…

True Detective e il corno di Jericho Hill

“If you ask me, light is winning”
Rust Cohle

C’è tutto nel titolo. Almeno se avete letto la Torre Nera, visto l’ottava e ultima puntata di True Detective e quindi non c’è possibilità di alcuno spoiler. Altrimenti questo non è posto per voi, siete avvisati.

Il cerchio, si diceva qualche puntata fa, argomentazione centrale nei vaneggiamenti di Rust Cohle, incentrati (ahah) sull’idea ciclica della vita, su un’eterna ripetizione di gesti insensati, in questa parziale percezione dell’esistenza che noi “sacchi di carne” chiamiamo realtà. Ogni cosa è già stata fatta, ogni situazione affrontata. Ragionamento che regala a Rust quel suo modo di agire (quasi) sempre compassato, quell’apparente vuoto dell’anima.

Eppure.
Ma al corno arriviamo poi.

Prima passiamo per Carcosa.

Carcosa

Carcosa

Che qualcuno è rimasto deluso, dalla assenza totale di un piano sovrannaturale nella faccenda, qualcuno si è lamentato dei troppi dialoghi, qualcuno delle figure femminili inesistenti. Ma qualcuno si lamenta sempre, e una serie che riesce ad accontentare molti e scontentarne altrettanti qualcosa di buono deve aver fatto. Dal mio punto di vista, ristrettissimo data la scarsa frequentazione del genere poliziesco e colpevole di non aver mai letto Il re in giallo (che ormai, figuriamoci, TUTTI conoscono di persona proprio, ci escono il sabato sera, con Hastur), il viaggio lento nel vuoto delle vite dei due true detective, colmate dall’unica speranza di giustiziare il killer, è stato appassionante e soddisfacente.

Anzi, la mancanza totale del sovrannaturale ha lasciato spazio al solo confronto tra le due personalità, sufficiente a riempire le puntate di questo “poliziesco”. Anche con le sue donne, che per quanto abbiano avuto poco minutaggio lo hanno usato bene, dimostrandosi sufficientemente spietate da mutare il corso degli eventi. Soprattutto per Marty, ovviamente, vittima di se stesso e della propria cronica fiducia nell’essere normale, cosa che gli viene a noia troppo presto per non farlo ricadere nei soliti errori (d’altro canto con Lili Simmons era impossibile non ricadesse, ammettiamolo).

Ed è banale scontato e inutile dire “senza il personaggio di Cohle non c’era nulla”. Parafrasandolo ce lo dice lui stesso, senza non c’era la serie (meglio infatti la battuta in originale, No buddy without me there is no you, che sottintende molto più di una dipendenza, quasi che Marty – e forse non solo lui – fosse nient’altro che un personaggio creato da Rust, dalla sua presenza in questa realtà, un attore nella messa in scena organizzata dal Re in giallo).

Nessun piano sovrannaturale, il mito è parte della realtà che ci circonda, bisogna solo saperlo (volerlo) vedere. Incarnato il mito, Carcosa diventa un luogo della mente e del corpo, riflettendo le intricate e pericolose devianze del serial killer nelle quali si perdono, fin quasi a rischiare la vita, entrambi i detective. Che hanno percorso il cerchio, e si ritrovano alla fine dov’erano all’inizio. Nei boschi davanti a un vuoto ciclico, solo che questa volta invece di guardarlo dall’esterno lo vivono da dentro.

Ed è nel finale che si comprende il simbolo, si può almeno ipotizzare, sperare anche, di dare una interpretazione (giusta, sbagliata, non ha senso, l’importante è che ci sia stato abbastanza mestiere nello spettacolo da generare il bisogno di ipotizzare, di sperare, di crearsi una propria interpretazione). Perché tornati al punto di partenza, pronti a cominciare un nuovo ciclo, qualcosa è cambiato, persino Rust riesce a essere “ottimista”. Nonostante la morte sfiorata, nonostante l’aver sfiorato con mano l’abisso di tenebra dove sua figlia lo attende, nonostante l’abisso di tenebra che soffoca il mondo, la luce sta vincendo, secondo lui.

Spostare di poco un punto in un cerchio permette di non tornare esattamente all’inizio, ma traslare e continuare.
Ed è così che arriviamo al corno di Jericho Hill.

È stato il mio primo pensiero, una volta spenta l’ottava puntata; una scheggia, un ricordo impazzito di un libro letto tanto tempo fa. Roland che conquista la Torre Nera solo per perdere la memoria e ricominciare tutto da capo. Però con quella piccola differenza, con il corno in mano pronto per essere usato. E Roland pronto a ricominciare tutto, tutto uguale eppure tutto potenzialmente diverso.
Spostando di poco l’asse degli eventi, sfiorando la ciclicità eterna che è l’inferno senza via di fuga.
E che cos’è un cerchio che non si ricongiunge a sé stesso, se non una spirale?

True Detective

La visione della realtà?

L’arte fantastica di Stjepan Sejic

Articolo, questo, che nasce da una vecchia passione fumettistica, ammazzata a colpi di storie pessime come spesso accade nella serialità portata agli estremi. Parlo della saga di Witchblade, la lama stregata, di per sé non un capolavoro agli inizi, ma godibile (inutile dirlo anche e molto per via della protagonista, Sara Pezzini, e delle sue miracolose forme che le donava il bravo e purtroppo prematuramente scomparso Michael Turner). La saga fu messa nel 2007 nelle mani di un disegnatore croato, che abita a un centinaio di chilometri da dove sto scrivendo. E se le storie non hanno guadagnato molto in quanto a sceneggiatura, il tratto di Stjepan Šejić non passava di certo inosservato. Iperdettagliato, vicino ai canoni di una pittura iper realistica nonostante i soggetti di natura fantastica, rendeva ogni tavola un dipinto da osservare a lungo, compensando spesso la scelta registica di eliminare scene d’intermezzo in favore di istantanee nelle quali evidenziare il soggetto su uno sfondo sfocato.

Continua…

AdventureScape su Android e altre novita’

Partiamo da una novità che c’entra poco e avviciniamoci per gradi all’argomento del post. C’è meno roba nel menu lassù in alto! Notato? Seguendo gli insegnamenti dell’amico Bruce, ho tolto pezzi e semplificato, e ora c’è un’unica pagina dei download dove troverete tanta roba gratis (o wishwere, se vogliamo coniare un termine nuovo). Software (Librogame Creator e KDP Sales Manager, giochi (ho riesumato il vecchio party game horror Infection) e i PDF della fanzine The Arkham Gazette (che c’era voluto tanto lavoro per farla, era un peccato lasciarla lì dimenticata per sempre).

The Arkham Gazette

Notizie fresche da Arkham e dintorni

Dopo il giro per il sito facciamo un salto al caldo, dove l’amico Mauro continua a parlare (oltre che della bella Tenerife) di giochi & C, citando in un articolo anche gli sviluppi dei miei software per la scrittura di testi interattivi. Quindi fatevi un giro sul suo blog Caponata Meccanica (tropical edition) e poi continuiamo.

Ed eccoci qua.
Secondo articolo dedicato ad AdventureScape, il motore per libri interattivi che sto sviluppando in Android. Dopo averne visto qualche scorcio in un post di febbraio, rieccoci per vedere come procedono i lavori. Un post che serve forse più a me che a chi legge, visto che almeno in Italia dubito che creare “hype” per qualcosa come i libri game digitali possa essere utile, vista la scarsa propensione generale alla lettura (a parte per lo zoccolo duro di appassionati, certo). E ti chiedono “ma perché lo fai?” e la risposta è sempre la stessa, mi diverto (programmare e scrivere, occorre dirvi che sono tra le mie principali passioni di sempre?) imparo cose nuove utili per il mio lavoro e poi ho sempre voluto creare un gioco e ormai quasi ci sono. E devo dirlo è davvero una bella sensazione. Vada come vada, raggiungere un obiettivo che si aspetta da così tanto tempo è sempre esaltante.

Logo libro game Fuga dall'Altrove

La prima implementazione di AdventureScape sarà come dicevo un LG che già trovate da scaricare in versione eBook, con qualche modifica ai paragrafi di gioco. Ci saranno quindi nuove scelte, soprattutto durante gli scontri. Questi mirano a diventare qualcosa di più narrativo e complesso, scelta che avevo fatto già ai tempi di Obscura Genesi (ma lì, dovendo il giocatore tener a mente decine di variabili, rendeva troppo pesante il gioco).

L'inventario di gioco

L’inventario di gioco

Le cose non si mettono bene...

Le cose non si mettono bene…

La SAN non basta mai

La SAN non basta mai

Altre novità, rispetto la versione di un mese fa, sono gli effetti sonori, una grafica migliorata, la pagina delle istruzioni (il solito “manuale” che è sempre tra le ultime cose fatte da chi programma 😀 ), l’inventario interattivo, la copertina (tratta dal libro originale, a cura di Davide Marescotti), alcune illustrazioni (tratte da lavori fatti per le mie fanzine da Christian Fermo) e l’introduzione di nuovi comandi per il meta linguaggio del libro interattivo.

Il libro è già in test, nelle capaci mani di un esperto del settore. Perché ora viene la parte più complicata: la ricerca di bug nella codifica del libro e il test della App su più dispositivi, tablet, smartphone, per essere sicuro che la leggibilità sia buona ovunque. A tal proposito a breve inizierò a reclutare tester, che abbiano tempo e voglia di farsi un giro nell’Altrove e darmi un loro parere su quanto fatto.

Insomma, inizio a vedere la luce alla fine del tunnel.
E ciò è buono, perché dopo un anno ci voleva, serve a mantenere alto l’entusiasmo per i pochi mesi che ormai separano l’App dal diventare definitiva. E magari aggiungere qualche altra “piccola modifica” che lo so come sono e difficilmente mi accontento.

Ma ci siamo. Quasi.

La cover di Fuga dall'Altrove

La luce in fondo al tunnel!