Actarus. La vera storia di un pilota di robot di Claudio Morici

Avevo molte idee per alcuni articoli di questa settimana, volevo raccontarvi di un certo recensore a cui son piaciuti i miei conigli mutanti e dei nuovi eBook che sto realizzando e che sono gratis e magari vi piacerebbe leggere. Magari. Invece mi hanno gentilmente chiesto di andar fare un lavoro a Teramo, che dista soltanto otto ore e mezza di treno da qui. Quindi oggi ho preparato i classici “armi e bagagli” e domani si parte. E i post li scriverò sul treno.
Vi lascio allora con una rece recuperata, che vi mancavano lo so, dedicata al robottone Goldrake o, meglio, al suo mitico pilota, Actarus.

Actarus Claudio Morici

Nel 1978, l’anno in cui George Romero partoriva il suo Dawn of the dead (Zombi, da noi), arrivava in Italia il primo e più famoso mecha giapponese, nato Grendizer ma importato come Goldrake. Sulla traduzione dei nomi non mi soffermerei troppo, anche se quel Genzo Umon diventato Procton fa sorridere e ricorda un certo personaggio di Scuola di polizia. Ma andiamo avanti…
La storia di Goldrake e del suo pilota alieno, Actarus, credo la conoscano tutti gli ultra trentenni, che l’hanno visto e rivisto sulle emittenti televisive più diverse, dalle prime trasmissioni Rai alle repliche su TeleNova e affini, ma vediamo di fare un rapido riassunto per gli assenti o per chi preferiva Lady Oscar.
Actarus, il cui vero nome è Duke Fleed, fugge dalla stella Fleed, attaccata dalle truppe di Vega, e giunge morente sulla Terra. Qui viene curato e assistito dal dottor Procton, che riesce a nascondere la navicella spaziale col suo robot Goldrake in un hangar segreto dell’Istituto di ricerche spaziali. Quando, dopo anni di vita felice in una fattoria terrestre, le truppe di Vega invaderanno il nostro pianeta, Actarus sarà pronto a ergersi come difesa della sua nuova patria. Contro Goldrake e la sua alabarda spaziale troveremo i mostri robot inviati dal feroce Hydargos e dal duplice Gandal, fino alla battaglia finale contro lo stesso Re di Vega. Nella lotta il nostro eroe verrà affiancato da vari alleati tra i quali il fido Alcor, la bella Venusia e la sorella ritrovata, Maria.

Tokio, 2076. Anche se sei un pilota di robot di fama internazionale, la routine lavorativa alla lunga pesa. E Actarus, dopo anni che deve battersi contro i mostri di Vega anche tre quattro volte a settimana, di certe cose comincia un po’ a stufarsi. In Istituto, i colleghi ormai passano più tempo in chat che a preoccuparsi della guerra intergalattica. Il Dottore non perde occasione per sparargli le sue interminabili tirate sul futuro della razza umana, con la sua costante espressione di grande dignità. E sempre con quella noiosa sigla in sottofondo.
L’unico che ancora la sera riesce a trascinarlo fuori di casa è il suo amico Alcor. Ma finiscono sempre in quei locali ultrafashion di Tokio, zeppi di commercialisti che sorseggiano succhi di ananas e carote.
Nel bel mezzo della crisi dei trent’anni, Actarus ha una gran voglia di far luce su alcune questioni nodali della sua esistenza. Per esempio, perché con il suo Goldrake deve sempre prendersele per tre minuti buoni dai robot nemici, prima di tirare fuori il tuono spaziale? D’accordo le esigenze della diretta televisiva, ma non potrebbe farlo subito?
Il pilota ha proprio bisogno di un periodo di ferie sulla sua Stella natale, Fleed, con quei tramonti multipli dai colori meravigliosi, le ragazze sempre disponibili, e l’IKEA che fa le offerte anche nei weekend.
Ma, mentre i comunicati stampa dei ribelli veganiani si fanno sempre più deliranti e confusi, Actarus conosce Roberta, la pacifista bella e un po’ anoressica, con la dispensa sempre piena di prodotti equosolidali. E comincia a considerare sotto una nuova prospettiva il destino dei conflitti interplanetari.

Ammetto che inizialmente avevo preso la storia dalla parte sbagliata. Mi divertiva, ma mi aspettavo le battaglie di robot, qualche invasione da Vega. Volevo Goldrake e l’alabarda. Certo c’erano l’ironia e le Peroni gelate che il nostro eroe si scolava sul divano per dimenticare l’ennesimo discorso profondo e ispirato di Procton, ma non era quello che cercavo. Poi ho capito, e il libro ha iniziato a piacermi davvero. Chiariamo ‘sto punto: Actarus, la vera storia di un pilota di robot, è anche divertente. Ma pensare che infilare nei pensieri di un semi alcolizzato qualche riferimento alla sigla del cartone di cui faceva parte basti a far ridere per 200 pagine sarebbe illusione. Per fortuna l’autore non ha cercato la via della facile satira, costruendo invece una versione più complessa del mondo di Goldrake, arrivando a sollevare dubbi sulla realtà stessa delle cose per le quali viviamo, e combattiamo.

Il libro di Morici è ironico, di quella ironia capace di svelare situazioni dolorose, nascoste più profondamente. Quando si dice, rido per non piangere, avete presente? Ecco quindi che le reazioni di Actarus, il suo bauletto frigo della moto, pieno di birre per affrontare i momenti difficili, i deliranti ricordi della Stella Fleed, diventano i segnali di una mente pronta a nascondere l’evidenza, pur di sopravvivere.
L’abilità di Claudio Morici sta nel rivelare la realtà al lettore attraverso le reazioni di un protagonista che la conosce ma la rifiuta, fino a far venir voglia di prendere quello che era il proprio beniamino, afferrandolo per il costume “con le ali sul davanti per volare indietro”, e sbattergli in faccia ciò che non vuole accettare.

Actarus diventa l’occhio su un mondo del quale nemmeno lui capisce più lo scopo. Un mondo fatto di persone che comunicano solo via chat, trasformano un lavoro ripetitivo e disumanizzante nella loro vita, inebetite da deliranti proclami di guerra e programmi alla tv. Egli percepisce la sua duplice vita: reale e televisiva, arrivando a guardare noi stessi, tanti anni fa, seduti davanti alla tv quando “Actarus si gira verso il muro dove c’era la porta, gli sembra di vedere un bambino, su un’altra poltrona, con le scarpe sporche sui cuscini, telecomando in mano. Alle quindici e trenta tutti i pomeriggi. Il sabato due episodi e la domenica niente.
Ecco allora che ha senso il vedere i pensieri dello stesso Actarus come parte di una trasmissione disturbata, affetta da ossessivi rimandi alla sigla della serie tv, come quel vai distruggi il male vai che diventa slogan per ogni azione da compiere.

E’ difficile parlare di questo libro, una volta girata l’ultima pagina, senza rivelare troppo. Senza portare alla superficie anche parte del vero mondo, del quale la lotta con Vega, che noi abbiamo visto in tv, è il più virtuale degli aspetti. La realtà che giace nascosta è meno fantascientifica e più triste, e circonda tutti noi, come fa col nostro eroe.
Nelle ultime pagine, quando ormai la verità è ovvia, finalmente, anche allo stesso Actarus e i proclami sull’essere UNITI, i discorsi sulla guerra a Vega, i ricordi della Stella Fleed, assumono un nuovo significato, ho pensato a 1984 e ai suoi ministeri, e alla sensazione di ineluttabilità, che entrambi i libri mi hanno lasciato.

La terra a volte è bellissima, pensa Actarus. Dietro l’arcobaleno, se fai bene attenzione, ce ne è un altro, è un fantastico arcobaleno doppio e lui si è avvicinato e sta per baciarla quando tutto diventa sempre più buio e non sa se l’ha toccata, se ha sognato di toccarla, se vale come bacio, se potrà ricordarselo, se la prossima volta dovrà cominciare tutto daccapo oppure no.
Missile stratosferico, finisce la puntata.

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2 thoughts on “Actarus. La vera storia di un pilota di robot di Claudio Morici

  1. Buonasera Matteo!
    Avrei riascoltato volentieri quella sigla…
    Convengo con i convenevoli: buon Natale, felice anno nuovo!
    A risentirci.
    Buone giornate, intanto.

      

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