Bran Mak Morn di Robert E. Howard

Uomini, leggende, eroi. Fuochi, acque scure e senza fondo, costruzioni più antiche dell’uomo, colline coperte dall’erica e incoronate da tramonti infuocati.
Il metallo.
L’odore del cuoio, delle vesti sporche di terra, delle pelli di lupo.
Il cozzare di spade, il preciso e mortale soffio delle asce, l’immane tuonare degli scudi rinforzati.
Eserciti, soldati, briganti.
Un condottiero, un uomo, un sovrano immortale.
Bran Mak Morn.


Come ogni amante del lavoro di H.P.Lovecraft sa, è impossibile, vivendo queste passioni, non venire a contatto con le creazioni di autori come Clark Ashton Smith e Robert E. Howard, i quali, all’inizio del ‘900, crearono i mondi incantati e decadenti di Averoigne, Zotique e le lande protostoriche di Hyboria e Cimmeria.
Non conoscendo però molto del lavoro di Howard questo Bran Mak Morn, uscito a ottobre nella collana Epix di Mondadori, disponibile a nemmeno 5€ in tutte le edicole, era un’occasione imperdibile di approfondire la narrativa di questo autore, noto ovunque per il suo personaggio più celebre, Conan il barbaro.

Tra i lettori che passano per questa piccola depandance, quanti non sanno nulla di chi sia Robert E. Howard?
Bene, voi che avete alzato la mano uscite e andatevi a leggere uno qualsiasi dei libri che raccolgono i suoi racconti e troverete sicuramente almeno un accenno di biografia, dalla quale iniziare.
Brevemente vi basti sapere che visse dal 1906 al 1936, anno nel quale si tolse la vita, incapace di accettare la malattia incurabile della madre. Scrisse per dodici anni, durante i quali produsse decine di racconti e romanzi, che spaziano dall’heroic fantasy all’orrore, molti dei quali comparvero sulla celebre rivista Weird Tales. Creò una lunga serie di storie, raccolte in cicli, che ruotano attorno a figure emblematiche rimaste nell’immaginario collettivo e divenute più famose del loro stesso creatore, prime tra tutte il nerboruto barbaro Conan (ma anche il Kull di Valusia e l’avventuriero Solomon Kane).

E ora torniamo a Bran Mak Morn.

Un tempo, erano padroni delle terre d’Europa. Un tempo, erano dominatori di un impero immane. Ma quel tempo è stato molto tempo fa. Ora, dei Pitti, orgoglioso popolo di conquistatori e guerrieri, rimangono solamente sparse tribù di reietti ripiombati nelle tenebre della barbarie. Eppure, uno di loro rifiuta di cedere. È Bran Mak Morn, il condottiero nelle cui vene scorre ancora il sangue degli avi. Così, all’incombere della minaccia dei celti, al sorgere della potenza del nuovo impero, quello di Roma, Bran Mak Morn e’ pronto ad accettare sfida dell’acciaio, ed e’ deciso a riportare il suo popolo sulla strada della gloria.

Quando ho chiuso il Bran Mak Morn della collana Mondadori ho chiesto in giro a chi ne sa (molto) più di me. Da tutti ho ricevuto lo stesso parere, cioè che questa traduzione è poco curata con la presenza di diversi refusi.
Inoltre, altro piccolo appunto, se in questo volume c’è per fortuna una nota biografica, mancano i titoli originali delle opere. Mi rendo conto che può sembrare una piccolezza, ma da lettore affamato di informazioni, interessato alle edizioni inglesi, a saggi e quant’altro, ho bisogno di quell’informazione, e credo che qualche decina di caratteri in più, sotto il titolo o in fondo al racconto, non avrebbero ammazzato nessuno.

Nonostante ciò la capacità di Robert Ervin Howard di far vivere una oscura incarnazione del sword & sorcery, è innegabile, e ancora una volta funge da ponte tra il nostro mondo e un passato oscuro, composto dagli elementi citati all’inizio.
I racconti più belli si trovano raggruppati nella prima metà dell’antologia, con Bran protagonista in carne e ossa, che compie ogni possibile passo per condurre il suo popolo, finalmente riunito, alla gloria. Affiancato da un bieco stregone, Gonar, e da schiere di guerrieri di altri popoli, vacui alleati che serviranno ai suoi scopi, contatterà le oscure forze che si muovono sotto terra e si farà affiancare dall’eco onirica del grande Kull di Valusia, pur di portare a termine il suo compito.
Gonar, interrogato su come sia possibile che Kull sia arrivato fin lì dal passato del mondo, dà una risposta perfetta per descrivere la magia della stessa narrativa (quel legame tra autore e lettore che Stephen King dice essere esempio della telepatia): “Lui [Kull] ha parlato con il mio [spettro]? Sono andato indietro io di centomila anni o è avanzato lui di altrettanti? Se è venuto a me dal passato, non sono stato io a parlare con un morto, ma è stato lui a parlare con un uomo non ancora nato. Per il saggio, passato, presente e futuro sono una cosa sola. Ho parlato con [il primo] Gonar, ed eravamo vivi entrambi. Ci siamo incontrati in una terra al di fuori del tempo e dello spazio e mi ha detto molte cose.”
E questo è anche l’effetto delle storie fantastiche di Robert E. Howard. Avventure che ci permettono di percorrere all’indietro migliaia di anni, fino a raggiungere un tempo e uno spazio al di fuori del nostro, dove vicende di magia e sangue si intrecciano per definire il ruolo di un popolo che sta scomparendo, i pitti.

Il consiglio, dato a me e che rimbalzo ai lettori, è di trovare questi racconti in un’edizione più curata, dal punto di vista della traduzione, e che racchiuda tutto il cosiddetto ciclo celtico o di Bran Mak Morn (qui riportato in parte, con l’aggiunta di alcuni lavori appartenenti ad altri cicli come quello di James Allison).

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