Campi di Morte di Stephen Gunn (Stefano Di Marino)

Primavera, o quasi e proprio troppe cose da fare per riuscire a scrivere un articolo che sia uno. Qualche recensione ci scappa, altre non ha nemmeno senso scriverle (vedi il #12 del B.P.R.D., inutile come previsto) e ci sarebbero articoletti che avrei voluto condividere (il blog a impatto 0 ad esempio) e invece no. E non dite che è colpa della beta di Diablo III o dei tentativi di installare Planescape: Torment, o convincere Roberta a giocare a Carcassonne (sfida vinta, quel boardgame piace davvero a tutti!), o dei 70 libri accumulatisi nella pila dei “to read”. Comunque intanto recupero, che fa sempre bene.

Questo Campi di morte è il mio primo (e per ora unico) Segretissimo Mondadori tuffo nelle celebri gesta del Professionista, nome in codice di Chance Renard, arrivate con questa alla ventisettesima storia, dalla quale non sapevo sinceramente cosa aspettarmi; centinaia di pagine con mercenari in guerra mi sembravano veramente un piatto indigesto.

Mi son bastate invece poche pagine per venirne conquistato grazie alle capacità dell’autore, dal nome evocativo di Stephen Gunn (alias Stefano Di Marino), capace di alternare con ritmo parti frenetiche e sanguigne a pause durante le quali si riprende fiato e conoscere meglio personaggi e retroscena.
Il tutto riuscendo a mantenere costante il livello di interesse e adrenalina: anche durante i brevi “stacchi” dall’azione dura e pura rimane appiccicata la sensazione che ci sia poco da riposare, l’urgenza di essere pronti a ributtarsi nella mischia narrativa.

Non sarà un’intricata psicologia dei personaggi a portare avanti la vicenda, e l’unico vero “mistero” rimane l’identità dei vari traditori, doppio giochisti, assassini pagati da associazioni mistico belliche come la truce 666. Però nello sguazzare tra archetipi quali l’eroe, l’avversario senza paura, la donna tutta azione sopra e sotto le lenzuola, il legame masculo di amicizia tra commilitoni e così via, la storia riesce a soddisfare e a strappare anche qualche sorriso ironico, lì dove il mondo viene filtrato dal disincantato modo di vivere del soldato che le ha viste tutte.

Un elemento che personalmente trovo molto gradevole (che mi ha ricordato per qualche contatto sinaptico l’uso che ne fa Danilo Arona nel suo Pazuzu) è l’utilizzo della componente mistica, presente fin dalle prime pagine con la storia di Cobra Verde, ma anche nelle percezioni di Raven, nella città degli spettri del conflitto finale.
Tutto è reale, tutto è tangibile e distruttibile, ci dice Gunn/Di Marino. Gli uomini con le loro tute potenziate, i fucili di precisione, le giberne sempre pronte, il sangue e il terribile virus creato dall’uomo che sta falcidiando la popolazione.
Eppure, sembra aggiungere, se si ascolta con attenzione tra i fischi dei proiettili e le esplosioni delle granate incendiarie, si può sentire qualcosa che non ci si aspettava.
È il sibilo del vento. O la voce degli spiriti che abitano da molto prima di noi quest’Africa violenta e violentata, spietata e antichissima, che nessuno di noi veramente conosce.

Chiudo con la quarta di copertina, se vi interessa.

Roghi nel deserto, un letale virus in espansione esponenziale, jihadisti fanatici in feroce guerriglia, bambini-soldato drogati e impregnati di demenza vudù. Welcome to Nigeria: nono cerchio dell’inferno. Per Chance Renard, il Professionista, un’ennesima missione, forse terminale. Al suo fianco, un commando anch’esso uscito da una bolgia: Antonia Lake, la superkiller della famigerata organizzazione 666; Raven, l’uomo che conosce la morte; Boris Spalko, guerriero-profeta di un misterioso ordine nordeuropeo. Ognuno di loro con una subdola “hidden agenda”. Dalle nevi opache di Tallin alle strade viscide di Bangkok, passando per i vicoli infidi di Caserta, troppe tracce di sangue convergono verso la meta finale: la città perduta del leggendario predone Cobra Verde, il luogo senza ritorno.

In realtà chiudo ora che ho scoperto il book trailer di Campi di morte:

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