Finché non cala il buio di Charlaine Harris

Finché non cala il buio di Charlaine HarrisSono state la passione per la serie tv True Blood e l’insistenza di una grande fan dei romanzi, a spingermi all’acquisto di Finché non cala il buio, primo volume del ciclo di Sookie Stockhouse. Insomma non è stata colpa mia, io non volevo… e non volevo nemmeno fare la recensione, perché non so bene se il libro mi sia davvero piaciuto. Allora… io attacco a scrivere e vediamo cosa ne esce e voi mi seguite, okay?

La storia la sapete?
Vi dico subito che ci sono i vampiri.
Non quelli emotivi fino alle mutande, non brillano (okay Bill un po’ è lucido), non sono in guerra coi licantropi (almeno non nel primo volume). E fanno sesso, molto sesso, sfruttano le perversioni di noi umani, ci succhiano, scopano e mangiano.
Ah, e vivono tra noi. Non nel senso carpenteriano, non servono occhiali da sole speciali. Li si trova ovunque, in strada, al bar. Soprattutto al bar, dove si ciucciano ettolitri di True Blood, sangue sintetico inventato dai giapponesi (e da chi sennò?) che li ha spinti a venire allo scoperto.

Un po’ di novità c’è, quindi.
Aggiungeteci che se il nostro sangue fa loro da piacevole diversivo (quando capitano gli “incidenti”), il loro di sangue è per noi vivi un cocktail viagra-red bull, un siero dalle qualità così ricercate da spingere gli stessi umani a dissanguare i vampiri, per poi rivendere ad alto prezzo quanto hanno “munto”.
Insomma in tante cose ci assomigliamo, noi e i succhiasangue. Loro quando si eccitano gli si allunga…no i canini, ad esempio. E hanno una gerarchia interna che fa sembrare la richiesta di un appuntamento all’azienda sanitaria locale una gita di piacere. Però se dici agli altri vampiri che una donna “è tua” loro non la toccheranno, il che è anche comodo mentre da noi di solito non funziona. E tra loro più uno è vecchio più è potente e rispettato. Non un rincoglionito, puzzoso e inutile che nessuno ascolta.

Direi che a ‘sto punto è meglio se vi incollo la trama.

Sookie Stockhouse fa la cameriera in una piccola cittadina della Louisiana. È una persona tranquilla e riservata, che se ne sta per i fatti suoi e non ha amici con cui uscire, non perché non sia graziosa, no, anzi. Il problema è solo che Sookie soffre di quella che considera una sorta di “infermità”: è in grado di leggere nella mente della gente, e questo non la rende un soggetto facile con cui avere una relazione. E poi arriva Bill. È alto, bruno, avvenente, e Sookie non riesce a sentire una sola parola di quello che lui sta pensando. Esattamente il genere di uomo che ha aspettato per tutta la vita. Però anche Bill ha un problema: è un vampiro che gode di una cattiva reputazione e frequenta tipi strani, perfino sospettati di efferati delitti. E quando uno dei colleghi di lavoro di Sookie viene ucciso, lei comincia a temere di poter essere la prossima vittima.


Se avete visto il telefilm, vi avverto che troverete molte cose di meno. Meno personaggi e comunque meno sviluppati. Come mai nel serial tivù hanno dovuto tirar fuori novità rispetto al libro? Ma perché molta della storia scritta è riempita da luuuuunghi elenchi di cose, luuuuunghe descrizioni degli ambienti, luuuunghe… avete capito. Ogni qual volta Sookie (ma che nome è?!) si veste, ad esempio, ci viene raccontato ogni singolo capo di abbigliamento che indossa, dagli orecchini alle scarpe. Ogni gesto è descritto nel dettaglio, anche se apparentemente inutile.
E questo è il peggior difetto del libro, che nel complesso inizia male (davvero troppo lenti i primi capitoli) ma migliora con l’andar delle pagine. Inizia a carburare, diventa divertente e sfoggia qualche trovata simpatica, seppur non sempre originale (Elvis/Bubba immortale perché vampiro?).

Pure i protagonisti non sono troppo scontati (Sookie la piccola bigotta del Mississipi, che nutre passioni per metà della popolazione maschile locale e non esita a dimostrarlo; Bill il vampiro, che cerca di capire gli umani ma deve sottostare alle leggi del suo “popolo” e alle pulsioni del suo essere non morto; Sam e il suo frequente cambio di pelo…), però è un po’ poco, per un thriller a sfondo horror che non è riuscito mai davvero a catturarmi, forse perché sapevo già chi era l’assassino, forse perché ero più interessato alle figure sovrannaturali che girano per Bon Temps.

Mi sorge il dubbio.
Non so quanta parte del piacere sia derivata dalla scrittura non perfetta della Harris (screziata anche da qualche refuso di traduzione) e quanta dalle immagini e dalle voci rimaste impresse dalla visione del serial tv.
Penso che in futuro mi limiterò a quest’ultimo, per conoscere le vicende dello strano popolo meta-umano di Bon Temps, Louisiana.

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