Franklyn

Ho sempre avuto un debole per i film con un’elevata componente psicologica, dove la mente umana viene usata o analizzata e dove le conseguenze di processi mentali deviati portano a vicende al limite della nostra normale realtà. Se poi queste capacità creano il dubbio in chi guarda su cosa sia davvero reale o meno, senza dover per forza introdurre elementi sovrannaturali, raggiungo l’apice del godimento cinematografico.
Franklyn l’ho visto per caso, in realtà cercavo Willard, ma la F arriva prima e ho ben pensato di dargli un’occasione.

Il lungometraggio di Gerald McMorrow porta sulla scena quattro personaggi: Preest (Ryan Phillippe) una sorta di investigatore/ricercato, che si oppone al dominio della fede nell’oscura Città di Mezzo; Esser (Bernard Hill), padre afflitto alla ricerca di un figlio scomparso, che potrebbe essersi nascosto tra i senzatetto di londra; Milo (Sam Riley), abbandonato sull’altare dalla promessa sposa e alla ricerca del suo primo amore; Emilia (Eva Green), affascinante studentessa invaghita della morte e del suicidio, con pericolosi progetti estetici da portare avanti.

La bellezza del film sta nell’usare i quattro punti di vista, facendoli lentamente convergere in modo (apparentemente) impossibile verso un’unica svolta finale, che spiegherà parte del mondo di ciascuno e aprirà le porte di possibili nuovi futuri in un happy end che lascia un po’ con l’amaro in bocca per la sbrigatività con la quale conclude la vicenda.

I problemi principali del film sono due: ha poche cose da dire, interessanti, ma troppo poche per la sua durata, e quindi le diluisce e ha poco coraggio nel dirle, e non osa dove veramente potrebbe. La Città di Mezzo, un luogo già visto (fumo, freak e Brazilianerie tecnologiche varie) nelle mani di un regista più visionario, avrebbe fatto più figura e sarebbe rimasta più impressa e magari avrebbe indicato meno debiti con altre opere (V – Vendetta, Brazil, la schizofrenia di Identità).

La vicenda dell’innamorato cronico è l’anello debole delle quattro anche se, alla fine, funge da utile connessione per il lieto fine. Le figure più interessanti invece, quelle che il film non spiega come mai stanno sul confine, tra il mondo di Preest e quello degli altri tre, sono appena abbozzate (il lava pavimenti per esempio).

Insomma il film come accompagnamento di serata agostana è piacevole, Eva Green la si guarda sempre (ma proprio sempre) volentieri e qualche visione emo-cyber-steam-punk fa sempre piacere, ma Franklyn avrebbe potuto essere raccolto in un ottimo corto metraggio e nessuno avrebbe pianto i minuti tagliati.

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