Halloween The Beginning (2008)

Michael Myers è il giovane figlio di una famiglia disfunzionale che vive in una casa nella periferia di Haddonfield, Illinois.
La madre lavora come spogliarellista, il padre è un alcolizzato buono a nulla e la sorella maggiore preferisce scoparsi qualsiasi essere vivente le capiti a tiro invece di accompagnare il fratello a fare “dolcetto o scherzetto” la sera di Halloween.
La tragedia esplode in tutta la sua drammaticità proprio in quel momento e Michael, colto da raptus, compie un massacro. Quando sua madre torna a casa lo trova seduto sui gradini con la sorellina minore in braccio, unica risparmiata.
Chiuso in una clinica psichiatrica, Michael cova risentimento e follia per molti lunghi anni e quando riesce a fuggire è pronto a tornare ad Haddonfield per completare quanto iniziato.
È la sera di Halloween. Michael arriva in città, una maschera a coprirgli il volto e un coltellaccio in mano. Solo il Dr Loomis, che lo aveva studiato e seguito per anni in clinica, è a conoscenza dei segreti della sua psiche e può tentare di fermarlo prima che si ripeta il massacro di tanti anni prima.

Devo ammettere che durante questa visione sono riuscito a sonnecchiare un po’, nonostante una mandria di non così giovani iper ormonici giovinastri che commentava ogni scena col fiero cipiglio di chi la sa lunga. E di quel che ho visto ecco cosa posso dire… l’inizio non è male, inquieta almeno un po’ (e non ce ne sono molti di momenti così in questo film che dovrebbe essere un horror), anche se attribuisce un certo background al nostro killer amante delle maschere, rendendolo più “umano” e più motivato, quindi meno efficace rispetto alla macchina da macello muta e curiosa, e lo fa ricorrendo (purtroppo) all’ennesima rivisitazione del nucleo familiare mix di elementi quali droga, alcol, sesso non protetto, violenze che ha dato origine a troppi dei mostri cinematografici dagli anni 80 in poi.
La speranza che l’inquietudine potesse montare nei successivi minuti s’infrange su una lunga sezione ambientata nel manicomio, che evidenzia alcune buone idee (il tentativo di rappresentarne la solitudine ad esempio) ma è troppo lenta ed annacqua la tensione in maniera insopportabile, facendo implorare per un singolo rivolo di sangue e solo l’urlo della madre e del bambino nel successivo omicidio riescono a smuovere i sensi dello spettatore ormai assopito.

Segue quindi la storia ripresa dal classico di John Carpenter, con l’attrice scelta per impersonare la sorella del killer che calca le orme di Jamie Lee Curtis tra finte incertezze caratteriali e occhialini da intellettuale frigida. Le scenette con le compagne di studi son veramente da brivido, per fortuna che il killer ci pensa poco prima di massacrarle come meritano e tra varie scelte assurde di sceneggiatura si arriva al finale.
Da vedere per chi ama l’originale, per capire come si possa prendere un film fatto con criterio, nato da un’idea semplicissima e diventato “un cult” e spennarlo completamente degli elementi che lo rendevano speciale.

All’uscita, claudicanti e mendicando una coperta e un passaggio a casa, ci si chiede se è possibile che ancora oggi in un film ci possano essere scelte di sceneggiatura ormai ridicolizzate da Scary Movie 8 anni fa. Davvero c’è bisogno di vedere l’eroina che riesce a sfuggire al killer, a reagire ad ogni genere di percossa fisica e violenza psicologica e quando questa si trova a due metri dall’assassino (che ha massacrato le amiche e quasi ucciso lei) con in pugno una 44 magnumo carica ed il killer è in perfetta linea di tiro, non si mette a sparare ma inizia a correre?
Correre?
E dove, visto che è ormai mezz’ora che il maniaco omicida la insegue in una casa dove la polizia sa che si sta per consumare una tragedia e nessuno dico nessuno si è fatto vedere!!!

Che senso ha correre, Laurie?! Buttati di sotto che fai prima no?

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