Haven

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla serie

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Ho un debole per i telefilm tranquilli, ultimamente, quelli lontani da ogni fenomeno mediatico, che ti creano aspettative mostruose o fenomeni di addiction irrinunciabili. Dimenticato Lost e il suo finale, arrivato il Terra Nova di Spielberg, ormai stroncato anche dal Corriere dei Piccoli, di serial tv decenti, almeno nel panorama “di genere” non è che ci sia molto di cui gioire (Game of Thrones, per il fantasy, e magari qualche serie sci fi che non digerisco come Doctor Who).
Le season premiere di questo 2011 si stanno dimostrando per la stragrande maggioranza deludenti (quel barlume di misticità in Those kind of things, ritorno sugli schermi di Dexter, mi ha fatto tremare le budella, non parliamo del ritorno di Sheldon & Compagnia di The Big Bang Theory, scadenti copie di se stessi dopo quattro stagioni in lento declino) si salva per ora Fringe, una delle poche serie che ho smesso e ricominciato a vedere (da quella Peter, che riportava sui binari di una continuity sensata la serie, con qualche follia di sceneggiatura come i soul magnets e la puntata in cartoni animati). In comune con Dexter, Fringe ha dalla sua degli attori ottimi (e avere ancora le due Olivia e i due Walter è un bonus) che riescono a tenere su anche quelle puntate dove gli script sono sbilenchi.

Ma torniamo alle serie di cui si parla ancora meno, nel mio caso intendo Eureka e Haven.
Fantascienza la prima e un misto horror-light, fantasy-light per la seconda.
Eureka ha visto recentemente concludere la sua penultima stagione, ne è stata annunciata la cancellazione ma avremo a disposizione ancora una dozzina di episodi per un decente (si spera) finale.
Dovendo scegliere per recitazione e idee sicuramente Eureka la spunterebbe, anche in nerdaggine, dove Haven fallisce miseramente e l’altra schiera varie guest star scelte ad hoc (Felicia “The Guld” Day, Wil “The Next Generation” Wheaton, il crossover con Warehouse 13).
E perché parlare di Haven allora? Be’ intanto perché non ne parla nessuno (e ci sarà un motivo? chiederete voi, probabile) e perché ha avuto una seconda stagione superiore alla prima e non è cosa da poco.

La giovane agente dell’Fbi Audrey Parker (Emily Rose) si trova bloccata nella cittadina di Haven, dove inizierà a indagare sui misteriosi fenomeni che colpiscono la popolazione locale, portatrice di oscure maledizioni. Al centro di tutto, forse, l’assassinio di un uomo conosciuto solo come Colorado Kid.

E fine. Cioè si inizia così e a dirla tutta avevo un altro screen cap da mettere come banner dell’articolo però si vedevano le facce dei tre protagonisti principali ed era veramente troppo anche per me. Perché Haven sicuramente non ha puntato i pochi soldi sul cast. Tra l’inespressivo Nathan (Lucas Bryant), figlio dello sceriffo e incapace di provare qualsiasi sensazione fisica, il ladruncolo Duke (Eric Balfour), perennemente con l’espressione da seduttore (o da miope che non vuol mettersi le lenti, fate voi) e la nostra agente Parker, tanto bionda quanto legnosa su qualsiasi set la mettano, è durissimo scegliere il proprio preferito.
Non viene in aiuto la pochezza degli effetti speciali, dovuta alla summenzionata mancanza di fondi.
Sarà per questo che il telefilm mi è stato simpatico, insomma tre brutti che indagano su gente coi Problemi, cercando di nascondere i fili e quei due blue screen comprati in saldo, meritavano una chance.

E superata quella diffidenza iniziale, la prima serie si è rivelata una sorpresa interessante. Niente di eclatante, come già dicevo, una di quelle serie da accompagnamento, dove i misteri si risolvono facilmente e le ispirazioni letterarie fanno sorridere gli appassionati di Stephen King. Perché, stavo dimenticando, la serie si ispira liberamente a Colorado Kid, romanzo di King del 2005.
Non ho letto il libro (non leggo King dai tempi di Insomnia) e quindi non posso dirvi quanto e in cosa differisce.

La quantità ridotta di episodi (una dozzina a stagione) ha permesso uno sviluppo abbastanza rapido della trama orizzontale, senza sbrodolamenti vari (vedi quello che stava succedendo nella seconda di Fringe), con la solita passione per i cliffhanger finali, rivelatisi in questo caso piuttosto azzeccati.
Se nella prima serie abbiamo assistito all’arrivo della vera (?) Audrey Parker, nella seconda si è fatta una gran rincorsa verso delle puntate rivelatorie che han seminato cadaveri inaspettati per strada (il Reverendo, interpretato dall’ottimo Stephen McHattie, lo davo per certo come big bad della stagione).
Lo status della protagonista, da agente FBI con problemi di memoria a possibile vessel umano (?) di volta in volta vuotato e riempito di una diversa identità, con lo scopo preciso di aiutare i troubleds, è stata una rivelazione magari non del tutto inattesa (la stessa foto con Colorado Kid la ritraeva decenni prima ad Haven) ma di sicuro impatto.

Meno incisive le vicende che riguardano gli altri due del terzetto: da Nathan, che non percepisce sensazioni fisiche ma non coglie di sicuro il poco umorismo presente nella serie, sarcastico o meno, mantenendo una maschera mono espressiva per la gran parte del tempo. Il legame con la nostra agente è evidente da subito e il fatto che per qualche motivo misterioso lui riesca a sentirla acuirà il tutto senza finire troppo facilmente, per fortuna, in una scontatissima love story. Su questo versante si potrebbe versare qualche parola, sottolineando il cliché della situazione creatasi alla fine della seconda serie: innamoramento condiviso, istantanea comparsa di un motivo per cui uno dei due non può stare con l’altro, scomparsa dell’altro (da Buffy a True Blood, per citarne alcune).
Rimane Duke, che riesce a passare da collaboratore a quasi villain, unico dei tre a riuscire nel tentativo di dar forma a una espressione diversa dall’altra, ha dalla sua una serie di segreti di cui è solo parzialmente consapevole, che lo rendono interessante.

Detta così immagino non appare troppo invitante e il fatto che vi ho spoilerato l’impossibile non vi aiuta. Ho già detto che non sono gli attori il punto forte della serie (il Reverendo che era il più carismatico lo hanno ammazzato davvero troppo presto), ma quella trama che si è va costruendo e riesce a essere intrigante pur nei suoi limiti.
Haven è un paesino apparentemente tranquillo e così è il telefilm, un buon passatempo con qualche mistero tutto da risolvere.

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5 thoughts on “Haven

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