Hell on Wheels

“…people of color could transform whites into people of color”
The Blue Tattoo: The Life of Olive Oatman

Siamo a pochi giorni dall’inizio della nuova stagione televisiva (ammerregana, of course), almeno di quella che dovrebbe presentare prodotti di una certa qualità, mentre l’estate è stata lasciata come sempre ad altri livelli di intrattenimento (True Bleah docet). Nel vuoto di queste ultime settimane mi sto portando in pari con una serie che all’inizio avevo un po’ snobbato. Vuoi per quel Wheels nel titolo che, nella mia ridotta capacità analitica, aveva qualcosa a che fare con ruote di moto. Il perché poi, non lo so dire.

Qualche domanda ai ben informati, la recensione di Alex, e mi sono convinto a provare.
Dopo una corsa per la prima stagione e mezza (ancora ben lontano dalla conclusione della quarta, ormai alle porte) sono parecchio soddisfatto della scelta.
Hell on Wheels, l’inferno su ruote, non ha nulla a che fare con bande di bikers, ma narra della messa in opera della prima ferrovia transcontinentale, la linea della Union Pacific. Siamo nella seconda metà del 1800, in un territorio da esplorare, ancora nelle mani delle tribù indiane alle quali era stato promesso e che ne verranno da lì a poco completamente espropriate.

Col ritmo lento di una ballata a Hell on Wheels si svolgono storie che vedono coinvolto un nutrito gruppo di protagonisti, tutti ben caratterizzati nel loro marciume morale (e fisico). Ci sono picchi d’azione, dalle classiche scazzottate agli scontri con gli indiani (siamo pur sempre nel vecchio west), ma se cercate una serie movimentata è meglio starle alla larga o rischiate di annoiarvi dopo qualche episodio.
Personalmente ho trovato invece un grosso pregio proprio in questa cadenza ritmata, che si prende il suo tempo per disegnare caratteri e luoghi, riflessa nell’ottimo score musicale perfettamente in tema.

Hell on Wheels Sweed
Lo svedese nei panni dello Spirito Bianco

Tornando ai personaggi, sembra non potersi salvare nessuno (ma siamo all’inferno, probabile che sia troppo tardi), non ci sono nemmeno eroi o buonismi inutili, contronatura in un luogo dove tutti hanno qualche bel litro di sangue sulla coscienza, dal protagonista, ex sudista, assassino, in cerca di vendetta Cullen Bohannon (Anson Mount), agli adorabili (a loro modo) Nathaniel Cole (Tom Noonan), l’alcolizzato con un passato di violenza domestica divenuto reverendo, e l’uomo conosciuto come “Lo svedese” (Christopher Heyerdahl), il sopraintendente alla sicurezza. Questi ultimi destinati a discendere ancora più nel fango, personaggi che da soli potrebbero tener su un’intera puntata discorrendo di Dio, alcol e “matematica immorale”.
L’unica che potrebbe salvarsi, ma già sembra scivolare lungo la china di un certo tipo di compromessi, è la caparbia e affascinante Lily.

Hell on Wheels Lily Bell
Lily Bell

Hell on Wheels è il nome della serie, ma anche e soprattutto il nome di una tendopoli nomade, che si sposta come un’enorme mollusco di flaccida carne umana – appesantita dal bagaglio di debolezze e paure – inghiottendo uomini senza distinzione di colore o religione, lasciando alle sue spalle solo una scura scia di fango e metallo.

Una curiosità: da quando sono tablet dotato non lo lascio mai lontano quando guardo tv soprattutto se parliamo di serie in inglese. Soddisfa la cronica mancanza di memoria che mi assilla e mi permette di scoprire molto su quello che sto guardando. Magari la visione è discontinua, ma ne esco molto più soddisfatto (a volte finisce che metto in pausa e me ne sto a leggere il web per mezz’ora viaggiando di link in link). Io ad esempio sapevo poco o nulla sulle vicende che portarono alla costruzione di questa ferrovia, come dei personaggi che sono finiti nel serial e realmente vissuti più di un secolo fa, vedi la prostituta marchiata dagli indiani, Eva in Hell on Wheels, Olive Oatman (che ha una notevole somiglianza con l’attrice scelta per interpretarne il ruolo) nella realtà.

E infine un po’ di musica, anche se non è la soundtrack di HoW ma di un vecchio film che rivedo sempre con piacere, un pezzo che riassume un po’ tutto degli uomini che in qualsiasi epoca sono vissuti correndo verso la propria fine, per poi fermarsi un istante prima e, come il vecchio che canta, chiedere del tempo in più. Per fare tutto quello che, nella corsa affannata durata mai abbastanza, non sono proprio riusciti a fare.

 

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