Il contrario di uno – Erri De Luca

Ci sono libri che fatichi a leggere.
Alle volte fatichi perché sono brutti, dove per brutto può starci pesante, inutile, noioso. Altre volte fatichi perché sono diversi dal solito mondo delle tue letture e hanno bisogno di essere capiti per diventare comodi. Come nuovi divani, dove accomodare pensieri e emozioni, questi libri, questi autori, necessitano di un paziente e piacevole rodaggio.
Dopo Il peso della farfalla è ancora il turno dello scrittore Erri De Luca.

Due. Contrapposti, congiunti, distanti o vicini.
Due come gli emisferi del cervello e le parti in cui si spezza il cuore, due come il concetto alla base della stessa esistenza dell’uomo, sempre binaria, sospesa.
Due come contrario di uno. Ed è l’uno che racconta (ma si è in due, quando si legge) di quel momento sempre breve, sempre doloroso e intenso, durante il quale ha percepito, vissuto e spesso perso, il contrario di sé.

Contrario come l’avversario oltre la trincea, come il poliziotto col manganello per sedare i dimostranti.
Contrario come la vetta da raggiungere per potersi staccare da quell’uno lasciato a valle.
E sospesi, tra uno e uno, il manganello che ferisce, l’arma che uccide, la corda che lega, unisce all’altro, alla roccia e a sé stessi.
Diciotto racconti. Diciotto momenti spesso vicini alla poesia. Uno stile che macella le emozioni ripulendole dalle parti inutili, proponendo una miscela di parti vissute e inventate, impossibili da scindere.

Queste credo siano storie main-stream, o come si dice, quando non c’è un genere definito.
Semplicemente storie.
Attraverso i protagonisti riviviamo (immagino) parte della vita dello stesso De Luca, la sua città, la fuga da essa e la ricerca. Si sentono il desiderio e l’irrequietezza, e ogni momento di condivisione del sé con l’altro ha una sua conclusione, vista da un futuro dove quel momento di completezza, percezione del contrario dell’uno, è qualcosa di cui si comprende appieno il sapore.
Quanta vita, vera, sporca, di sangue o del fango dei monti.
È zeppo di vita Il contrario di uno, di amore per la vita, dal viscerale bisogno di sopravvivere di chi sta morendo, alla scelta di tentare, con una scalata, di rinunciare al proprio proposito suicida.
Ecco un dettaglio non da poco, che la lettura di questo libro mi ha fatto notare: com’è la vita attraverso le parole, e quanto spesso essa manchi di spessore nelle storie che leggo, così distanti, finte.

Vorrei poter trovare difetti a una scrittura così, per dire a me stesso che l’ho compresa e sviscerata al punto da intravvederne le debolezze. Ma non ci riesco.
Coinvolto dalle storie e affascinato dallo stile posso solo dire (ma credo l’aveste già capito) che non sono racconti da buttare giù con la fretta di un attimo o da ingoiare come pastiglie.
La mia lettura è durata mesi, nei giorni giusti o che sentivo tali.
E aver chiuso con i suoi racconti sulla montagna dopo un bivacco di due giorni credo sia stata la conclusione migliore.
Da lassù ho potuto vedere come la natura segue la semplice, cruda struttura delle sue storie.
O, forse, il contrario.

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