Il mestiere di scrivere di Raymond Carver

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne staremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.
Raymond Carver

Potendo copiare pezzi di questo libro, per citarne le parti importanti, probabilmente riporterei gran parte delle 170 pagine. Escluderei alcune ripetizioni, pensavo all’inizio, ma il martellare di certi concetti ha un suo effetto benefico, meglio tenerle. E anche quegli esercizi alla fine, mi chiedo, se mai qualcuno ha provato a farne, e già leggerli fa schiudere la porticina intarsiata della nostra creatività. Utili, teniamoli.
Arrivato alla fine di un libro così, che si può fare? Soltanto tornare all’inizio a rileggere le parti sottolineate (io lo faccio, in matita, ma lo faccio) e tenere il libro aperto con una mano mentre si guarda fuori dalla finestra accorgendosi che la temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado, proprio come diceva lui, Raymond Carver.

Ritorno con la mente a discorsi fatti ultimamente in altre sedi, sulla necessità dei famosi (famigerati) corsi di scrittura creativa. Rileggo la penultima parte del libro, la trascrizione di alcune cassette registrate durante i corsi che Carver teneva all’università.
In quei discorsi, nell’approccio di un ritroso Carver-insegnante, che viene ripreso e raccontato nella successiva “memoria” del suo allievo Jay McInerney, si trova a mio parere la risposta al quesito. Si può essere o meno d’accordo con la sua idea che chiunque vada spronato a continuare e insistere anche quando quello che crea è mediocre, ma leggere il modo in cui affronta l’analisi dei racconti prodotti dai suoi allievi è illuminante, vi risiede l’utilità del confronto con persone che sanno di cosa parlano e vogliono trasmetterlo.

Le prime parti del libro, formate dai suoi testi introduttivi ad altri volumi e brevi saggi sullo scrivere, sono una preparazione a quella parte che attraverso la sua voce permette di dare vita alla forma del Carver-scrittore che si è formata pagina dopo pagina.
Nell’analizzare spesso a ritroso quanto ha fatto, la sua vita non facile, tra i pochi soldi, l’approccio a una paternità arrivata troppo presto che accetta ma in gran parte anche subisce, la rottura del matrimonio e il scivolare nell’abbraccio dell’alcol, riesce sempre a insinuare il suo rapporto con la parola scritta, mostrando come questo abbia influenzato la sua vita e dalla sua vita ne sia stato influenzato.
Sono scorci di realtà che fanno pensare, che fanno rileggere le pagine e che in quell’ottimismo e spinta alla creazione che cercava di trasmettere ai suoi studenti trova forse una conclusione di una vita passata a lottare per arrivare dov’era.
I tempi di cui parla Carver, i tempi di scrittura, i tempi di approccio all’editoria, sono misurati in anni e decenni, riempiti da cumuli di una realtà difficile nella quale la persona che voleva diventare uno scrittore fa ogni lavoro possibile. Lui stesso scrive, ditemi un lavoro e quasi sicuramente io l’avrò fatto in passato.

Il mestiere di scrivere è una bella mistura di vita reale e di lezioni sullo scrivere, ed è un bel libro per merito, ovviamente, di chi e cosa era Raymond Carver ma anche di William L. Stull che ha fuso il materiale in un tutto omogeneo, denso di emozioni e consigli, fondamentali per chiunque voglia ritagliare alla scrittura un angolo consistente della propria vita.

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