Intervista a Riccardo Coltri

La corsa selvatica di Riccardo Coltri (Edizioni XII)

Come forse sapete recentemente il romanzo La corsa selvatica (Eclissi) è tornato a far parlare di sé, questa volta in una moderna veste digitale, un eBook disponibile in formato ePub e MobiPocket (Kindle) in tutti gli store.

Per chi non sapesse di cosa parla eccovi la sinossi ufficiale:

Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. In un’epoca oscura, ma non poi così lontana dal nostro tempo, una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium.
Qualcosa è arrivato, nelle vecchie contrade tra il lago e i monti. O, forse, è tornato.
Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri che vagano nel buio di boschi innevati e briganti nascosti tra le pareti di case marchiate con croci, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.
Completa l’opera l’appendice di Dario Spada, tra i più noti e stimati saggisti su miti e folclore.

Per vecchi e nuovi fan, per chi volesse conoscere anche l’autore dietro il romanzo, ho pensato di riproporvi l’intervista di qualche anno fa, fatta proprio in occasione della pubblicazione de La corsa selvatica. Riccardo fu il mio primo intervistato, e si rivelò persona cordiale e simpatica, come testimoniano le sue risposte alle mie terribili domande.

Matteo Poropat: Ciao Riccardo e benvenuto. Iniziamo con una breve domanda personale: ci dai uno spaccato della tua vita fino a ora?

Riccardo Coltri: Apperò, subito una domandina così :). Be’, ho 36 anni, vivo in provincia di Verona e per quanto riguarda la letteratura ho cominciato a scrivere una quindicina d’anni fa circa. Ho fatto parte di alcune riviste per un po’ di tempo, dopodiché, negli ultimi anni, mi sono dedicato solo a scrivere romanzi. Di solito ambiento le mie storie in Italia, soprattutto nella mia provincia, con un occhio di riguardo ai boschi della Lessinia, tra il Veneto e il Trentino. Non per campanilismo o stupidaggini di questo tipo, ma perché mi riesce istintivo così: utilizzo quel territorio come ”contenitore” di storie e fatti strani, si tratti di alieni scesi dal cielo o esseri appartenenti a varie mitologie. Il mio primo romanzo si intitolava Non c’è mondo, horror ispirato al Giulietta e Romeo di Shakespeare (il titolo stesso è una frase di Romeo nella commedia). Poi è arrivata la raccolta di racconti Cerchio settimo, il fantasy Zeferina e quest’ultimo libro, La corsa selvatica.

MP: Ammetto di non aver ancora messo le mani su Zeferina, il tuo romanzo fantasy, ma sto rimediando in questi giorni. Per ora mi concentrerò su La corsa selvatica, uscito nel 2009 per Edizioni XII. Da dove nasce l’idea di questo romanzo?

RC: Le fonti di ispirazione sono state diverse, ma tutto ha avuto inizio da che ho letto alcune leggende medievali sui cani neri ― leggende presenti in tutta Europa, anche in Italia, e che a loro volta derivano dal mito, ben più antico, della Caccia Selvaggia. A questa immagine di belve demoniache che correvano nella notte ho provato a mescolare diverse cose. Anzitutto ho preferito un’epoca non medievale. Poi mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se qualcuno o più di qualcuno avesse provato a contrastare certe maledizioni, allora sulle prime mi sono immaginato un personaggio simile al Pifferaio di Hamelin. Ma visto che la mia non è una fiaba, e la magia all’interno del libro c’è, ma è utilizzata in modo particolare, ho armato il personaggio in questione di un più utile fucile, oltre che di certe conoscenze esoteriche. Quindi ho pensato ad altri strani individui, indagatori che sarebbero potuti assomigliare a dei ”Men in black” ottocenteschi, italiani. Non è tutto qui, ma sono partito più o meno da queste cose.

MP: Nello sviluppare la storia hai deciso di frammentare la prima parte raccontando le vicende di personaggi diversi, che in alcuni casi si intrecciano, per poi scendere verso il finale, dominato invece da un unico protagonista. Cosa puoi dirci di questa scelta strutturale?

RC: Dico che è una struttura strana, è vero. L’idea alla base mi piaceva e ci ho provato. Di solito, ovviamente, c’è la costruzione dello scheletro della storia, poi la prima stesura, insomma, le solite cose che fanno tutti quelli che scrivono. In questo caso, tuttavia, sono andato un po’ di più a istinto.

MP: Come divideresti in percentuale il tempo speso per questo libro, tra documentazione, progettazione e scrittura?

RC: Difficile dare percentuali, comunque direi per la Corsa è andata così: circa 40% per documentazione e progettazione, il resto del tempo l’ho impiegato a mettere per iscritto il tutto.

MP: Per le storie dei riti e delle leggende legate alla corsa selvatica sei stato aiutato da qualche esperto del settore?

RC: Per la maggior parte ho fatto da solo, documentandomi in giro. Mi sono stati d’aiuto i libri del saggista Dario Spada, tra l’altro autore di un’appendice a fine libro, e ho raccolto altro materiale qua e là. La corsa selvatica però, oltre che leggende e creature fantastiche, descrive anche alcuni luoghi precisi, reali, e in alcuni casi ho avuto informazioni da un amico, Filippo Tapparelli, un appassionato di folclore e esperto di armi. Mi ha indicato la strada per arrivare in certi luoghi di montagna che si vedono negli episodi iniziali del libro e mi ha spiegato come descrivere il funzionamento di un fucile ottocentesco.

MP: La cura dei dettagli e la capacità di costruire immagini solide sono alcuni dei punti di forza del tuo modo di scrivere. Leggendo La corsa selvatica ho provato freddo in quelle case immerse nella neve, ho visto cosa indossavano i personaggi, così come le vecchie armi che usavano. Hai avuto qualche contatto diretto con le realtà di cui racconti? Ovviamente non parlo della corsa selvatica (lo spero per te, almeno!) ma di oggetti come quelli conservati nei musei italiani e magari di qualche location in particolare, sfruttata poi per le descrizioni.

RC: Come detto nella precedente risposta, tutte le location della Corsa sono reali e, visto che alcuni luoghi li conoscevo e altri no, prima di descriverli tutti ho voluto vederli. Quindi ho immaginato come avrebbe fatto un personaggio ad arrivare fino a un certo luogo, nel periodo storico in cui è ambientato il libro. Cos’avrebbe visto mentre camminava e che sensazioni avrebbe avuto. Lo stesso era accaduto con il fantasy Zeferina, che reinterpreta i miti di tutta Italia, sconfinando nelle varie zone del Mediterraneo o dell’arco alpino, ma ha uno scenario preciso.

MP: Tra magie antiche, borghi abbandonati, sovrani che tornano e corone di pietra più volte ho avvertito un legame con le storie di un autore americano molto apprezzato e che ha fatto delle leggende europee il terreno fertile per le sue storie. Parlo di Mike Mignola e della sua creatura più nota, Hellboy. Sapendo che hai anche esperienze nel campo del disegno volevo chiederti se lo conosci e che rapporto hai, eventualmente, con il suo lavoro.

RC: La mia esperienza nel campo del disegno è in realtà pochissima cosa, solo una vecchia passione che ormai ho abbandonato… E, confesso, non ho letto i lavori di Mike Mignola (conosco solo la trasposizione cinematografica di Hellboy). A questo punto, rimedierò!

MP: Restando in argomento: recentemente, il produttore Mike De Luca ha affermato di voler ambientare il reboot del film Ghost Rider in Europa, per sfruttare la sua ricchezza di background mitologico. Secondo te perché invece la tendenza degli italiani (scrittori ma anche cineasti) è di evitare generalmente queste realtà, molto più vicine? Conosciamo così poco dei posti dove viviamo?

RC: Sì, li conosciamo poco. Sono numerosi, tante volte sono luoghi nascosti e spesso, purtroppo, sono anche trattati male. Quando va bene, sono semplicemente snobbati. L’ambientazione tuttavia è un discorso di gusti personali: una scelta. Personalmente non ho niente contro chi ambienta fantasy in mondi irreali (ci mancherebbe. Il fantasy nasce proprio così, casomai lo ”strano” sono io), o chi sceglie come scenario, che so, l’Inghilterra o gli Stati Uniti. Semplicemente, può essere interessante sapere che, volendo, tante cose ci sono anche qui e che non c’è niente di male se si inseriscono in un fantasy o in un horror.

MP: Tu hai mai avuto la tentazione di cambiare radicalmente ambientazione per le tue storie, spostandoti dall’Italia?

RC: Sì, certo. In passato ho ambientato alcune storie anche altrove, a seconda di cosa mi serviva in quel momento. È che forse con il tempo sono diventato un po’ “kinghiano”: mi riesce più facile ambientare le storie nel territorio dove vivo, si tratti di horror, di fantascienza, di fantasy. Forse, sempre per una questione di gusti personali, mi diverto anche di più. È forte andare a visitare alcuni luoghi, toccare pietre antiche e chiedersi ”cosa sarebbe successo se”.

MP: La corsa selvatica è un romanzo breve, ma riesce a essere fortemente visivo. Ripenso alle fusioni di esseri viventi, che mi han dato i brividi per il loro essere così vivide e, passami il termine, casalinghe, senza raggi di luce ed effetti speciali ma fatte di fili e tenaglie, carne e sangue. Cosa penseresti di un adattamento cinematografico del tuo romanzo?

RC: Tutto il bene possibile, ovviamente… Tra l’altro siamo abbastanza sul low fantasy, quindi costerebbe anche poco (autopromozione mode/off). Scherzi a parte, l’obiettivo era proprio quello: provare a rielaborare il folclore per renderlo il più possibile vicino alla realtà, anche se ovviamente La corsa selvatica resta una storia impossibile, stregonesca. Se poi un giorno qualcuno ci farà un film: eh. Di sicuro non direi di no.

MP: In interviste precedenti hai detto qualcosa su un tuo possibile ritorno al mondo di Zeferina. È una strada che percorrerai?

RC: Questo non lo so, per ora preferisco non fare programmi troppo in là nel tempo. Sono molto contento che Zeferina, in generale, abbia incuriosito e sia piaciuta. Ci sarebbero tante altre cose da dire su quel personaggio, ma vedremo. Per ora ci sono due versioni diverse fra loro e Fine, un racconto spin-off pubblicato l’anno scorso sulla rivista Inchiostro. Una piccola saga, insomma.

MP: Per La corsa selvatica pensi ci possa essere un seguito, soprattutto visto il (terrificante) finale?

RC: Scrivere La corsa selvatica è stato molto divertente, ma idem come sopra, più o meno: per un sequel, deciderò. Se accadrà, vedrò in che modo si potrà fare e come strutturare il libro.

MP: Bene, abbiamo finito. Grazie ancora del tuo tempo!

RC: Grazie a te, ciao!

Questa intervista è comparsa originalmente sul blog shamanic journey il 25/01/2010

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2 thoughts on “Intervista a Riccardo Coltri

  1. Letto ed apprezzato sia l’intervista sia il libro di Coltri, forse uno dei più belli realizzati in Italia negli ultimi anni.
    Dovresti riprendere a fare interviste, sai?

      

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