Ip Man

Qualche anno fa praticavo il Wing Chun, lo sapevate? Percorrevo due volte alla settimana circa 150km per andare al dojo del giovane maestro (nonché stimato ex collega) dove si apprendevano i rudimenti di questa fantastica arte marziale.
Quando ho saputo che si sarebbe prodotto un film che raccontava parte della vita del grande maestro Ip Man, ho provato in ogni modo a procurarmelo, finendo per guardare un divx in cinese sottotitolato dalla resa visiva non eccezionale, ma accettabile.

Chi è Ip Man?
In soldoni, come si usa dire, è l’uomo che ha sdoganato (altro cliché terrificante) una forma particolare di kung fu, insegnandola nel secondo dopoguerra in quel di Honk Kong, perfino a un giovane Bruce Lee.
Ip Man (o Yip Man, 葉問) fu il primo maestro (sifu, non sensei, mi raccomando, siamo in Cina) a divulgare le arti del Wing Chun (o Wing Tsun), uscendo dai metodi chiusi della tradizione cinese, che voleva tenere tali conoscenze (ritenute letali per i possibili avversari e quindi troppo importanti perché chiunque ne venisse a conoscenza) all’interno di un certo ambiente.

Cos’è il Wing Chun?
Il Wing Chun (詠春), come tutto ciò che deriva da una tradizione prettamente orale, è circondato da un alone di fitta leggenda, che non permette di arrivare con sicurezza alle sue origini reali.
Si racconta che sia stato concepito da una monaca buddhista, Ng Mui (o Wu Mei) fuggita alla distruzione di un monastero Shaolin. Il nome deriverebbe dalla sua allieva Yim Wing Chun che organizzò e riunì tutto ciò che sapeva dello stile, presso il tempio di Kwantung.
Da ricerche basate su alcuni scritti, ritrovati nei monasteri, sembra che l’arte possa essere stata creata come fusione delle arti marziali degli Shaolin, e degli ordini che ad essi si appoggiavano, come arma contro la dinastia Qing, alla quale si attribuisce la distruzione degli Shaolin stessi.
Qualsiasi sia la storia, il Wing Chun è arrivato fino a noi, probabilmente modificato da decenni di adattamento alle mentalità dei singoli maestri e alle esigenze commerciali che lo hanno reso noto anche in occidente.
Come le altre arti il Wing Chun non è riassumibile in poche righe, in quanto incorpora molti concetti estesi sui vari livelli di approccio alla lotta, dall’interiore al filosofico, dal mentale al fisico, e maestri diversi valorizzeranno (purtroppo, spesso) aspetti diversi. Un combattimento in quest’arte è riconoscibile dalla compattezza dei movimenti, niente calci volanti e mosse “a effetto”, dall’uso delle gambe per difesa prima che per attacco e dai tipici pugni a catena: una gragnuola di colpi inferti in rapida successione durante i quali le due mani ruotano alternandosi sul corpo dell’avversario.
Il Wing Chun incorpora molti dei principi basilari del taiji (cedere alla forza, assorbire l’energia dell’avversario per usarla contro di lui,…) e nelle sue diverse forme presenta quella affascinante (riproposta anche all’inizio del film) dell’uomo di legno (che non è un avversario davvero rigido ma questo).

Ip Man
Ip Man

E il film?
Vero vero… me ne stavo scordando…
Ip Man è il primo film realizzato, dopo un tentativo abbandonato, che parli del maestro del Wing Chun anche se è lontano dall’essere un biopic vero e proprio, in quanto romanza parecchio la figura del sifu, sfruttandola per creare la figura di un uomo simbolo della seconda guerra sino giapponese.

Nei primi anni ’30 nella provincia di Flosham sorgono numerose scuole di arti marziali, che si contendono decine di allievi, pronti a seguire ciecamente i loro sifu. Tra questi fa eccezione Yip Man, che vive isolato con la moglie e il figlio, e si rifiuta di insegnare la propria arte. Il suo stile è il migliore tra i maestri del paese e lo dimostra ogni volta che, seppur riluttante, accetta le sfide che gli vengono proposte.
L’arrivo dei giapponesi metterà fine al tranquillo stato di cose e costringerà Ip Man ad agire diversamente, per se stesso, la sua famiglia e, alla fine, il mondo di cui fa parte.

Donnie Yen regala al maestro Ip Man una serie di sfumature che se all’inizio lo rendono decisamente antipatico (isolato dagli altri, non si dedica alla famiglia, non insegna quello che sa, batte tutti senza fatica) con l’arrivo della guerra e il bisogno di compiere determinate scelte, lascia emergere l’uomo che si celava dietro al maestro.
La struttura del film è lineare e simile a molti altri prodotto del genere, una successione di sfide sempre più difficili, fino a quella con il colonnello giapponese che cercava chi insegnasse il kung fu ai suoi uomini, dopo averne testato la potenza contro il karate delle truppe.
Ho trovato molto interessante la storia, proprio nel momento in cui a Ip Man viene tolto tutto, e con la famiglia decide di impegnare i beni rimasti per poter mangiare invece di andare a lavorare. Nonostante le difficoltà quel pizzico di arroganza e distacco dagli altri lo permea e lo circonda ancora. Ma finiti i beni da utilizzare anche lui è costretto a scendere in strada e sporcarsi, confrontandosi, per scoprire i motivi della scomparsa di un amico, nella lotta con i giapponesi.

Le sequenze dei combattimenti, in un film di arti marziali, sono ovviamente il cuore e il senso della visione stessa e in questa Leggenda di Ip Man decisamente non deludono. Pochi rallentamenti ed eccessi visivi, molto spazio alle mosse caratteristiche del Wing Tsun con un Donnie Yen abbastanza fluido e convincente, centro di un montaggio molto meno compulsivo che in altre pellicole del genere e che trova modo di regalare scene fantastiche come la lotta col piumino o col bastone lungo.

Indimenticabile il momento in cui Ip Man decide di rovesciare la sua furia nell’arte marziale e affrontare dieci karateki assieme, per vendicare la morte di un maestro che lo aveva sfidato.

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