La città e la città di China Miéville

La-citt+á-e-la-citt+á-di-China-Mi+®villeNon pensavo di scrivere una recensione del romanzo di China Miéville, La città e la città. Ma per qualche ragione in questi ultimi giorni la spinta a questi esercizi mi è tornata prepotente, e mi sono ritrovato per le mani il volume da poco concluso. E l’ho sfogliato. E ho deciso che no, non lo avrei recensito, ma qualche frase su quel che mi è rimasto, giusto un’opinione l’avrei data. Ma mica una recensione eh…

Fascette che lo avvolgono quando riposa in libreria e commenti di altri blogger lo definiscono un incrocio tra Kafka, Chandler, Dick. Io parto svantaggiato, non essendo particolarmente esperto di fantascienza, non avendo mai letto Chandler, sopportando con difficoltà Dick e ricordando poco delle mie letture kafkiane.
Per cui vi dirò che a me questo libro ha ricordato George Orwell. Poi vi spiego perché.
La storia è presto detta. In un punto non ben definito della storia passata due città di una repubblica post sovietica, appartenenti a dimensioni diverse , si sono sovrapposte- Oppure la stessa città si è divisa su piani diversi della realtà. Dopo questa frattura, evento del quale non si conoscono i motivi scatenanti, esse occupano lo stesso spazio tempo, in parte coincidenti, intersezionate (sulla traduzione qualcuno ha giustamente commentato che si poteva fare di meglio, qua magari un semplice intersecate bastava, ma uso il linguaggio del libro, per capirci meglio), in parte completamente localizzate ora in una ora nell’altra. Le due città, Beszel e Ul Qoma, differiscono in architettura, vestiario degli abitanti, abitudini e linguaggio. Eppure a conti fatti potrebbero essere lo stesso luogo.

In una di queste città avviene un delitto. L’ispettore Borlù, chiamato a indagare, sarà costretto a compiere un percorso nella città e nell’altra città, seguendo le tracce lasciate dall’archeologa uccisa, le cui ricerche coinvolgono gli aspetti più oscuri di cui il mondo è consapevole e allo stesso tempo ignaro.

Segreti di segreti. Orciny, una terza città, nascosta forse nei luoghi in cui nessuno guarda, che non sono né di una né dell’altra. La Violazione, entità sovra nazionale e forse sovra naturale, sicuramente sovra umana, che giunge lì dove si sia compiuto un delitto di violazione dei limiti di una città rispetto l’altra. Il vero volto di schieramenti socio politici, unificatori e nazionalisti, pronti a tutto per riunire in un unico luogo, da una parte, o dividere completamente, dall’altra, le due realtà.

I due mondi, così coesistenti da essere a tratti lo stesso luogo, in realtà hanno deciso di non essere conciliabili. Per cui viene insegnato fin da bambini a non-vedere, o meglio, a disvedere, le parti di ciò che circonda appartenenti all’altra città.

Qualcuno lo ha definito fantascienza, altri leggo in giro dicono sia fantasy, immagino nell’accezione anglosassone che la maggior parte dell’Italia non comprende (e non legge). Io potendo scegliere lo metterei tra i manuali di ginnastica. Tra un libro su come farsi gli addominali a cubetti e quello sull’arte della bicicletta.
Sarà che a me disvedere, guidare lungo strade intersecate evitando auto e pedoni di un’altra realtà, senza però vederli veramente pena la cattura da parte della Violazione, muoversi tra persone che ci sono ma non si possono notare, la descrizione accurata di questi fenomeni da parte dell’autore, tutto portato alla mente quel bispensiero di 1984. La capacità umana di accettare una cosa e il contrario di essa.

Ecco perché la ginnastica. L’esercizio dilatatorio delle proprie facoltà intellettive e immaginifiche, prima di quelle legate al dubbio su concetti come integrazione e accettazione. Affrontare il romanzo, oltre che per le sue molte e complesse sfaccettature sociali è un esercizio di stretching per la fantasia, sempre più costretta nei limiti canonici, sia nel genere (di qualsiasi genere si tratti) che nel mainstream.

Credo che questo sia il miglior regalo che la lettura del romanzo di Miéville mi ha lasciato, oltre alla parte noir, al poliziesco, all’ambientazione simile a una continua fuga per case sconosciute e uffici illuminati dal dubbio, quelli sì, di kafkiana memoria.

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