La sublime leggerezza delle cose morte

Questo post nasce qualche settimana fa, da un acquisto in una agraria.
O addirittura prima, anni fa, con la passione per le piante e i fiori che scorre potente nelle vene della mia famiglia. Proprio fiori sì, una di quelle cose che alla visita di leva (eh già, son stato tra gli ultimi a doverla fare) ti dicono che la puoi usare per evitare “la naja” ma che ancora adesso, 20 anni dopo, c’è chi ti sorride un po’ incredulo, chi ti chiede “fiori, veramente?” come avessi detto che stupri le pecore nei weekend, chi immancabilmente sghignazza e fa la battutina. Siamo avanti, avanti proprio.
Nasce, dicevo, da un vaso di fiori acquistato a un prezzo irrisorio, perché, finito il loro giorno prestabilito, nessuno li voleva più. Perché “portano sfiga”. Un enorme, coloratissimo “cespuglio” punteggiato di bellissimi crisantemi.
Lo avete sentito vero? Quel brivido.
Ammettetelo.
E’ la parola, è la superstizione innestata nel nostro DNA.
Crisantemi. Che se nel mondo sono associati ad aspetti positivi fino a diventare il simbolo della famiglia imperiale in Giappone, qua si mettono sulle tombe e ci si scappa lontano, lasciandoli ai morti, che immagino siano contentissimi di vedere le loro eterne dimore adorne di fiori che “portano sfortuna”.

Da quel acquisto passono giorni, qualche settimana. E si va, in una assolata domenica di autunno. Lo chiamiamo così per abitudine ma si dovrebbe coniare il nome di una nuova stagione stranotropicale, con caldo e umidità intrecciati a staffilate di vento freddo che svaniscono rapide com’erano arrivate.
Che poi di queste stagioni, quelle Di Mezzo, al contrario della Terra di tolkeniana memoria, non parla quasi nessuno. Sono le stagioni che la società mastica e sputa via, schifata perché, probabilmente, sono quelle che non portano soldi. Quanto si può guadagnare sulle attività autunnali o primaverili? Quanta pubblicità (esiste un metro migliore del mondo in cui viviamo?) delle escursioni, delle montagne, delle colline, vedete in giro?
Quanta invece di monti innevati con sciatori provetti o di spiagge caraibiche, resort e villaggi turistici per chi è stanco di vivere organizzarsi le ferie, con prosperose donne inneggianti alla vita vera con un giusto cocktail in una mano (o nella versione family, con pargoli e marito falsamente sorridente in attesa di sbolognare i piccoli alla nonna e recarsi alle reciproche location da copula extra matrimoniale con esperti maestri nelle arti più in voga come tennis o surf)?

Si va, invece, tra le colline del Carso, a visitare la solita Valle. Immagino ci sia una sorta di polo magnetico in quella zona, un segreto altare ad ancestrali divinità che chiedono un tributo di consapevole presenza. E capita che decido di fare una gita diretto verso un monte e invece mi ritrovo lì, a costeggiare il torrente.

Autunno in Val Rosandra

Temperature a parte, tra l’acqua e le colline il signor autunno un po’ si è fatto vedere. E’ passato a spogliare gli alberi uno a uno, anche se i più tenaci si son tenuti stretti le ultime foglie ingiallite, come fossero foto di un passato che proprio non vogliono scordare.
Se la primavera è colore, l’autunno è forma (l’inverno contemplazione, sull’estate ci sto ancora lavorando).
Alberi e rocce si contendono le geometrie dei declivi, alternandosi e mescolandosi, a volte letteralmente fusi tra loro.

Autunno in Val Rosandra

Autunno in Val Rosandra

Su tutto le dita gelide di una morte imprecisa, che ha lasciato qua e là tracce rigogliose di vita. Tronchi levigati dalla bora impietosa, o rugosi di umidità. Blocchi di pietra rotolati dalle cime poco distanti, lucidi di muschio e piccole felci.
Sul fondo, il torrente, l’acqua che se la sfiori ti restituisce il dito mezzo congelato, l’acqua davvero – come si usa scrivere – cristallina, nella trasparenza e nel suono gelido degli schizzi tra le cascatelle.

E’ il fascino di un silenzio che allontana i ciarlieri “montanari della domenica” e attira chi ha maglie termiche da vendere e voglia di sentire la pelle del viso sfregata dal profumo del freddo e dall’umidità del bosco in autunno, che racchiude inaspettate sorprese.

Autunno in val rosandra

Alla fine il sentiero si richiuda in un anfratto di vecchi muretti panciuti e verdastri, tra viticci scarnificati e alberi spogli, per poi aprirsi nelle poche case di un paese che ospita un’unica trattoria. Come spacchettare un regalo a Natale.
Accoglie il profumo della cucina, si direbbero gnocchi, stufato, patate, spezie.
E onnipresente quel respiro dell’autunno che rende tutto più puro, che smorza i colori sullo sfondo e fa risaltare ciò che rimane.

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