L’era dei demoni

Per qualche strano motivo l’articolo sul gioco da tavolo di Tony Drowler, How to Host a Dungeon, ha ricevuto molto più interesse di quando lo pubblicai un paio d’anni fa sul vecchio blog, dove avevo più lettori e commentatori assidui. Meglio così direi, visto che lo reputo un interessantissimo, divertente e curioso passatempo, che (come Paolo ha fatto notare) riporta nelle nostre mani attrezzi quali penne e matite, facendoci abbandonare per qualche ora tablet, tastiere e pad, che cercano di farci dimenticare l’uso del pollice opponibile. Inoltre HtHaD ha il vantaggio di “costringere” a disegnare, percorrendo sul foglio tracciati che la mente associa a una storia appena iniziata, fatta di creature fantastiche in lotta nel sottosuolo, e a evolvere l’immagine seguendo semplici regole. Il risultato ovviamente dipenderà anche dalle abilità pittoriche di chi gioca, ma è sorprendente scoprire quante cose sappiano ancora fare le nostre dita.

Nel vecchio blog ho riscoperto questo brano, una specie di narrazione storia di una partita a HtHaD, e ho pensato di riproporvela. Prendetelo come un racconto, una specie di rapido Silmarillion ottenuto spostando bottoni e lanciando dadi. E inseguendo sogni fantastici su un foglio bianco, enorme, senza confini.

Nei tempi che seguirono la creazione del mondo senza nome tutto era quiete e tenebra. Nel silenzioso vorticare di cieli stellati solo poche semplici creature volgevano gli occhi al firmamento, e solo per urlare nei loro linguaggi insensati, prima di procedere a uccidere e nutrirsi. In questo mondo, senza nome e senza scopo, giunse dal cielo Athumathis, il Primo Demone, signore di un mondo talmente lontano che la luce della sua esplosione lo avrebbe raggiunto secoli più tardi.

Athumathis si insidiò nelle profondità umide e calde della terra, gemendo di solitudine. Per placare la sua sofferenza si aprì allora il ventre con uno degli artigli e fece piovere sangue scuro sulle pietre infuocate che portavano al cuore del mondo. Dalla sfrigolante unione nacquero gli Astanti, che lui avrebbe chiamato Hur-Hes, la prima legione. Larve gocciolanti e perennemente affamate, riunite nel Pozzo dei Demoni. Ma Athumathis desiderava ingrandire ancora il suo dominio, così evocò un verme-ombra, creatura siderale capace di scavare senza fine nel sottosuolo, ordinandogli di ampliare le enormi caverne e trovare nuovi luoghi dove far proliferare i demoni.

Per millenni la sua progenie crebbe, nutrendosi delle altre creature che vagavano per gli anfratti che chiamavano nel loro linguaggio gutturale, Città. Sulla superficie le scimmie biancastre che saltavano di albero in albero erano state costrette ad accoppiarsi con gli abomini del sottosuolo. Da queste unioni venne nei millenni la specie degli uomini, coloro che camminavano eretti. Questi costruirono immense città di pietra, colonnati che svettavano fino alle nubi informi del mondo. Erano rapidi nel generare nuovi dei loro, si accoppiavano e proliferavano come nessuno prima. Dimentichi delle loro origini, iniziarono a cacciare tutto ciò che era diverso da loro, compresi i demoni del sottosuolo.

Fu allora che il mondo senza nome, stanco di fungere da nutrimento ai disgustosi parassiti alieni, eruppe in tutta la sua rabbia. La terra si frantumò e Katharkhis, la città dei demoni, venne invasa da lava incandescente, il sangue del pianeta. Il Grande Disastro cancellò la stirpe di Athumathis ma non il signore dei demoni, che si era vigliaccamente rifugiato in un buio castello nelle profondità, dove rimase fino alla fine dei tempi. 

Dopo il lungo dominio a opera del popolo dei Demoni venne il turno di creature ancora più mostruose di albergare nelle stanze e nei corridoi di pietra ormai deserti. Tra queste primeggiavano smisurate tribù di gnomi, che  lottavano cercando di espandersi. Ma l’arrivo di un grande Drago Nero e di un leader dei zannuti Rakshasa mise fine alle loro speranze. Nessuno sopravvisse a raccontare la loro fine.

Le sorti del mondo, simile a una sottile linea d’equilibrio tra i brulicanti abitanti del sottosuolo e i cavalieri che sciamavano dalle città di superficie, vennero decise dall’arrivo di un essere la cui natura trascendeva le dimensioni conosciute, la cui armata inarrestabile avrebbe posto fine all’esistenza di chiunque vi si opponesse. Immenso come le Torri bianche di K’thar, feroce come gli abitanti proteiformi di Uh-Uh-Zhar, potente come le mille folgori che diedero la vita a Athumathis, esso era l’unico, supremo, Dungeon Master. 

Egli decimò i mostri, che si ritiravano tremanti alla sua vista. Distrusse le tane, facendo del sotterraneo, fondato da un vecchio demone ormai dimenticato la propria sala del trono. E una volta che tutto ciò che lo circondava era ridotto al silenzio del suo dominio, egli volse lo sguardo all’alto, gridando il suo nome segreto, facendo tremare le colonne della terra stessa. Fu così che Egli radunò i propri soldati in un’unica grande armata e dichiarò guerra a quelli che si facevano chiamare re della superficie.
E la guerra durò anni, nutrì di vittime i campi del mondo, come i cunicoli in cui abitava il signore del sottosuolo, ma alla fine Egli si erse come un albero contorto in un pianoro deserto, baluardo dei propri sanguigni voleri, unico signore di ciò che rimaneva.

E solo il mondo senza nome, osservando l’insediarsi di questo nuovo sovrano del sopra e del sotto, pianse per ciò che aveva visto.
Nel silenzio immoto di ciò che rimaneva.

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