L’esercito dei demoni di Terry Brooks

E anche questa è finita.
Sarà perché è (era, al tempo della rece) venerdì notte e le ultime cento pagine me le son pressate nel gargarozzo tutte in un colpo, ma sento la stanchezza nel dirlo.
È finita.
Perché un po’, lo ammetto, ci spero sempre. So che il vero fantasy, quello che (forse) ha ancora qualcosa da dire, non è firmato Brooks. Ed è inutile venirmi a sbandierare steamqualcosa e amici vari. Non ci posso fare molto, quando vedo uno dei suoi libri mi sale il bisogno di prenderlo dallo scaffale e comprarlo come l’Holden per un sociopatico. Con quel misto di vergogna ed eccitazione, pari al misto di vergogna e delusione quando arrivo alla fine. Un coito interrotto condito di magia e storie noiose.

Ho resistito a eredi, navi volanti con propulsione a cristalli (di enterprisiana memoria!), druidi supremi e cose landoveriane (lo ammetto, dopo le prime due). Ma la genesi di Shannara, (primo) ciclo che ha connesso quello (interessante) del Verbo e del Vuoto con il primo della famiglia Ohmsford, non potevo lasciarlo stare.

Ed è finita, per fortuna.
Perché anche stavolta il caro Terry mi ha fregato.
E lo ha fatto con la consumata abilità di chi ha imparato a raccontare una storia e da quella non intende o non sa allontanarsi, ripercorrendo schemi e ricostruendo psicologie, imbastendo paralleli tra interno ed esterno che porta avanti ormai dal lontano 1977, uscita de La spada di Shannara.

La cosa peggiore è che i presupposti per scrivere qualcosa di diverso, stavolta, c’erano tutti. Partiva dal nostro presente con l’idea di demolirlo sotto la spinta delle forze demoniache, trarne un futuro apocalittico e ricostruirlo come un mondo fantastico.
Dalla fantascienza al fantasy.
Un percorso non facile ma con tanta di quella potenzialità che anche uno come Terry Brooks avrebbe potuto cavarne qualcosa di interessante.
E invece non ce l’ha fatta.
È caduto sotto il fuoco tentatore dell’auto citazione, non intesa però come il riproporre personaggi e ambientazioni amati dai lettori, citazioni sibilline che titillino la fantasia dei fans accaniti, rimandi incrociati e nascosti al resto della saga. Macché. Cita se stesso nell’ennesima manovra per spezzare in sottogruppi la Compagnia e alternarne i racconti delle gesta; nel creare il fronte interno, psicologico, famigliare e contrapporlo a quello della solita, inutile, noiosa, già letta, scolorita, triste battaglia “campale”.
Abbiamo avuto Stee Jans, il Libero Battaglione, Garet Jax, i Demoni, l’Eterea.
Serviva davvero un altro scontro tra umani e mostri? Soprattutto se così mal raccontato da dare l’idea che l’autore fosse stanco di descriverlo. Nella seconda parte in cui è diviso lo fa finire in una maniera talmente rapida (e con l’ennesimo coniglio dal cilindro che sbuca ammazza un intero esercito e svanisce) che si sente alle spalle lo sbuffo di noia dello stesso Brooks.

Tornando a quanto dicevo all’inizio: l’altra nota a dir poco dolente è il confluire della fantascienza apocalittica nel fantasy. E di questo già mi ero lamentato ai tempi del primo volume della serie, I figli di Armageddon, parlando degli Elfi. L’idea che il mondo fatato sia sempre esistito e con lui elfi, il re argento e compagnia magica, mi spiace, ma è terribile. Cavolo mi viene l’orticaria solo a ripensarci.
La magia, gli elfi e il resto non poteva derivare dall’interazione del verbo e del vuoto con il mondo, così come demoni, ex uomini e mutazioni varie? Non sarebbe stata una più sensata e interessante ipotesi di scienza mitopoietica, di tecnologia che diviene superstizione?
A mio avviso sì, lo sarebbe stato.

Tralascio di citare il finale, anch’esso figlio di un deus ex machina dalle proporzioni bibliche, buttato lì tanto per giustificare la prossima triduologia ambientata 500 anni dopo questa (si chiamerà Legend of Shannara) così come il ripensamento (o spinta dell’editore) che ha avuto nelle ultime 3 righe del romanzo, tanto per non farlo davvero identico a una sua precedente opera.

Ripetizioni e altri piccoli refusi editoriali, la solita struttura narrativa (a qualsiasi livello si legga), la presenza di uno stacco troppo netto tra la parte catastrofica e quella fantastica, il trovarsi le spiegazioni barcollanti di come gli elfi siano sempre esistiti… è un composto che non si amalgama, una storia che non dà quasi nulla, ma infastidisce e fa capire che anche da questa lettura si può uscire solo con il metodo classico dei fans:
facendo spallucce e dicendo “beh ma dai, tanto… è un fantasy!”.

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