Pensieri impressionisti

Trovo sempre difficile dare un titolo ai post senza uno scopo.

Venerdì, ultimo giorno di “ferie” prima di iniziare il nuovo lavoro, mi son posto come obiettivo quello di scrivere un post per i miei siti, avevo (ho) una mole di materiale arretrato da usare, non c’era che da scegliere. Arrivato di slancio a 2/3 del lavoro ho smesso preso da altro, ma sono riuscito almeno a ridare vita al blog di cucina (con la ricetta di una torta alle mele e marmellata), al sito dedicato al publishing editoriale (con le nuove uscite impaginate da eBookAndBook) e ai giochi di Cthulhu (con la segnalazione di Stay Away, un Kickstarter a sfondo lovecraftiano per una volta tutto italiano).

Le cose si accumulano, as always, ho pure divorato come non accadeva da tempo l’eBook 8.23 volte l’anno di Stefano Castelvetri e un post lo faccio di sicuro, perché è una lettura che vale la pena, soprattutto se avete una vena nerd/geek piuttosto marcata (e ancor di più se siete addentro al turbinante mondo della programmazione). E capita così che tra post mancati e letture si finisca per andare a Vicenza, che non vedevo da anni dai tempi degli incontri con parte della gang di XII.
Stavolta niente libri ma quadri, stavolta si va dagli impressionisti.

Verso Monet, Vicenza
Verso Monet, Vicenza

Gita dolorosa, quella alla mostra a Vicenza, Verso Monet, organizzata (molto bene) dall’associazione Linea d’ombra. Premetto, come già fatto in passato, che di pittura capisco meno che di musica o narrativa, è un mondo affascinante che riesco a vivere solamente in maniera percettiva, mai conoscitiva. Non ho memoria, non ricordo date, periodi, nomi, correnti. Prima di partire per VI avrò riletto la definizione di impressionismo almeno un paio di volte (e tutt’ora avrei dei dubbi a spiegarla). Tant’è, si vive con quel che si ha, che il piacere di percepire e lasciarsi guidare da colori e forme ha, almeno per me, un valore d’esperienza elevatissimo, anche se non socialmente “culturale”.
Ripenso all’ultima gita a Milano, al giro nelle Gallerie d’Italia, alla fatica fisica nell’approcciare certi pezzi moderni, o nell’infinito perdersi in un ghirigoro nero su bianco che definimmo “il quadro del PURO MALE”, non c’è un nome che mi sia rimasto. Ma i segni nell’animo per quello che ho avvertito sostando davanti a queste tele (compresa una certa nausea, e altri sintomi comunque gestibili) sono indelebili.

Piazza San Marco, Canaletto (1830)
Piazza San Marco, Giovanni Antonio Canal (1830)

Nel percorso Verso Monet ho scoperto tanto. Mi ha aiutato chi mi sta accanto, più esperta e ta(aaaaaaa)nto paziente nel dirmi e ridirmi, nel fornirmi quei punti d’appoggio storici e culturali che almeno per la durata del percorso interno alla (bella) Basilica Palladiana mi hanno permesso di collocare quello che vedevo in un certo contesto. Altro aiuto, inaspettato, un nonno.  Con la moglie accompagnava due sorelline di – boh – sette anni forse. Spiegava loro quadro per quadro, con calma e lentezza, rendendo con le grandi mani rugose, la gestualità del colore e la bellezza di ogni dettaglio. Chissà me lo sono immaginato pittore anche lui, sembrava percorrere le pennellate, con le dita, e raccontare le sfumature e le luci.

Slave ship J W Turner
Slave ship J.W. Turner (1840)

All’uscita, dicevo appunto gita dolorosa, l’impellente bisogno di tornare dall’inizio. Da quelle tele di – dai che ci provo – inizio 1700.
E ancora.
Ancora ripercorrere la strada avvolta nei colori, nei paesaggi, nelle suggestioni pittoriche di mondi realistici anche se appena abbozzati. Accostare l’orecchio a certi scorci cittadini, alle piazze veneziane del Canaletto dove i pochi tratti dedicati ai minuscoli personaggi sono sufficienti a rendere incontri, atteggiamenti, momenti di vita reale. Mi sono innamorato di un Turner, del quale sono ora fiero possessore di un testo tutto da leggere, e ancora adesso sto cercando di capire dove stava il fiume in quel dipinto, quella marea di colore in attesa di tracimare dalla cornice.
Eppure.
Prima o poi bisognava pur uscire, dalla mostra. E l’unico intenso pensiero era il richiamo di quei luoghi, la sensazione bruciante del sole su certe alture della costa francese, il profumo delle ninfee e dell’acqua stagnante che le ospita, l’immaginare il discorrere tra questi artisti nei loro incontri dove si influenzavano e si definivano nel contrasto tra gli stili, la potenza della creatività accostata alla natura che noi, noi che facciamo vite normali, che nove ore in ufficio non ce le toglie nessuno.

Noi che inseguiamo il verde nei weekend, nelle “ferie meritate”, sentiamo il bisogno di riempire qualcosa di indefinito (chiamatelo anima, spirito, che differenza mai potrà fare) con badilate d’aria montana, scorci di valli, boschi, prati, parchi. Per sopravvivere alla disumanità di una vita che sembra sempre più lontana da queste visioni, dalla carica emozionale che si deve rifiutare per poter vivere nella società, ritagliandosi gli spazi “giusti”, i tempi “sufficienti”, per dire che abbiamo ancora una vita che è, almeno in quegli istanti di colore, nel collage che riusciamo a farne, almeno umana.

Monet Spiaggia a Trouville (1870)
Spiaggia a Trouville, Claude Monet (1870)
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