Portal: No Escape e Escape from City 17

Dopo aver parlato di fumetti, eBook, fotografia e giochi, concludiamo questa prima settimana del nuovo sito con un articoletto su cortometraggi ispirati a videogames. Di film del genere lo sappiamo ce ne sono tanti, troppi e di qualità mediamente drammatica. Avrei fatto a meno di un Doom che non è Doom, dei fratelli idraulici mentre per quanto piuttosto scarso di trama mi sono goduto Advent Children e nonostante qualche difetto rivedo spesso e volentieri Silent Hill.

La voglia di rivivere le ore di gioco, amplificate dalla telecamera libera di muoversi dove noi non potevamo, è tanta. Si spera di poter scoprire qualcosa di nuovo e di rivedere, senza dover affrontare tutti i livelli precedenti, certi mostri spettacolari (infermiere killer, un cyberdemon,…) magari ricreati con qualche gozziliardo di dollari.

Da qualche anno si è visto il proliferare di corti di fantascienza di un certo livello, e tra questi alcuni tratti proprio da videogames. La recente uscita di uno di questi mi ha fatto venir voglia di proporveli per una visione da “momento libero nel venerdì in ufficio” ad esempio.

Portal: No Escape

Portal a suo tempo ricordo di averlo solo provato, visti i premi ricevuti e l’interesse che lo circondava, per cui non posso dirvi granché se non che è figlio di quelle cose che – a me sembra – da noi non succedono molto spesso (mai?). Degli universitari creano un gioco. Vengono notati da una grande, enorme, software house. Questa li ASSUME IN BLOCCO per realizzare il videogame che riesce poi a emergere e venir acclamato tra i più originali dell’anno. Lavoro, soldi e gaudio per tutti.

Ispirato al videogame di cui porta il nome, Portal: No Escape è breve e ne rievoca le caratteristiche essenziali. Una donna si risveglia bloccata in una prigione dalla quale fuggirà con l’aiuto di un’arma a dir poco convenzionale, la Portal Gun, che apre (ma va?) portali sulle superfici e permette di entrare e uscire conservando la propria quantità di moto (paroloni eh!). Breve e ben girato, con poche scene che riescono però a mostrare tutto ciò che di interessante aveva il gioco, ha un suo punto di forza in quel’ultima scena del finale amaro. E insomma, c’è una pistola e NON esplode nulla! Fantascienza alla “il cubo”, che considero assolutamente fantastica, distante da certe equazioni moderne del genere.
La regia è di Dan Trachtenberg (che ha realizzato spot per Nike e Coca Cola), effetti speciali di Jon Chesson (V, True Blood, Fallen Skies e Mission Impossible: Ghost Protocol) mentre l’attrice che impersona Chell è tale Danielle Rayne.

Escape from City 17

A differenza del precedente, Half Life 2 l’ho giocato, eccome. Ricordo ancora i discorsi tra colleghi, impegnati di notte a superare i livelli e di giorno a darsi consigli. Ricordo il fascino dell’ambientazione, quell’arma che a parte forse un paio di Duke Nukem, non ne ho viste altre del genere in giro. Tenere in mano una ghiandola ormonale strappata a un insettoide per richiamarne altri (qualcuno ha detto Lagomorpha?) da usare ai propri comandi… stupendo. Ricordo pure il finale con il G-Man. Terribile.
Ho provato a giocare i capitoli successivi, ma l’entusiasmo se n’era andato e quel voler suddividere tutto in capitoli brevi toglieva fascino alla cosa.

Escape from City 17 non ha nulla da spartire col corto precedente, se non una realizzazione tecnica ancora più esasperata e da videogioco. Si passa da una cella claustrofobica all’immensa City 17 destinata alla distruzione, percorsa da robot grandi come case e infestata dalla guerriglia con i Combine. Due membri della Resistenza lottano per garantirsi la fuga dalla città condannata, seguendo in parte il percorso fatto dal protagonista della serie di videogiochi, Gordon Freeman, in Half Life 2. E per questo merita di essere visto. Ma al terzo Combine che spara mi stavo già annoiando di brutto e la tipa che parla in russo e piange per metà film non aiuta. Però ci sono le esplosioni.
Tante esplosioni.
Anche questo corto ha visto la realizzazione da parte di registi di video commerciali (ancora Coca Cola, tra gli altri), nel dettaglio David e Ian Purchase, conosciuti con l’etichetta Purchase Brothers.

Part One (2009)

Part Two (2011)

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