[REC]

Una troupe televisiva segue da vicino una squadra dei vigili del fuoco lungo tutta una notte. In occasione di un intervento in un condominio, il cameraman e la giovane giornalista si ritrovano ben presto intrappolati nel palazzo insieme a pompieri, polizia e abitanti dei vari appartamenti. Dentro l’edificio sembra essere scoppiata un’insolita epidemia simile alla rabbia e chiunque venga morsicato diventa un pericolo per gli altri. Le autorità decidono di sigillare il palazzo nel tentativo di contenere il più possibile la malattia, lasciando chiunque sia rimasto all’interno in balia di un destino atroce…

Strano il percorso cinematografico di Jaume Balaguerò (come il suo nome peraltro, sto ancora cercando di capire dove si trova nella tastiera la o con l’accento giusto…). Dal primo lungometraggio, Nameless, che colava angoscia sullo spettatore, invischiandolo in silenzi dai colori malati, ha attraversato un periodo che sembrava segnare un pericoloso declino nelle capacità immaginifiche. Darkness, che per altro ho apprezzato più di quanto abbia visto fare in giro, già anticipava la scelta di attaccarsi ai cliché del genere, confermata dal traballante Fragile, che non ricorreva a porte sbattute e fantasmi handicappati per cercare di trasmettere qualche brivido.

Con la consapevolezza quindi che questo suo nuovo (per me, è dell’anno scorso) lavoro potrebbe essere l’ennesimo gradino verso l’inutilità cinematografica, mi accomodo a guardare [REC]. La prima digrignata di denti la dò quando il doppiaggio invade i miei canali sensoriali, amplificato nella sua pochezza dall’essere fatto, giustamente, nello stile “documentaristico”, in quanto di interviste si tratta, almeno all’inizio.
Ma da li in poi la discesa nell’inferno del condominio infestato è graduale ed estremamente piacevole (beh, piacevole in senso ecco… da appassionato di horror e cinema…). Il regista spagnolo abbandona completamente fantasmi cigolanti e metafisiche incarnazioni del male assoluto per una carnale sarabanda di mutilazioni ed urla lasciando che la telecamera a mano dell’operatore TV si soffermi sui particolari del macello in corso.

Se riuscite a non fare dell’originalità una base fondamentale per le vostre valutazioni, e quindi non pensare a saghe varie sugli zombie, condomini infestati di cronenberghiana memoria, vi godrete ancora di più un film che segna un punto a favore della coppia Jaume Balaguerò/Paco Plaza in quanto ad atmosfera e sana conturbante violenza visiva.
E nei corridoi dove la poca luce illumina il classico appartamento delle persone anziane, quelli con quegli odori poco piacevoli di minestrone riscaldato e cose dimenticate, qui si aggirano vecchie possedute dalla famelica rabbia della non morte e bambine innocenti pronte a strapparvi il viso a morsi.
Di tutto il film ho apprezzato molto il rapporto con l’esterno, che la fortuna della ripresa in stile documentaristico non permette di mostrare e riesce a trasmettere efficacemente l’idea di assedio, dove però i cattivi stanno dentro con noi, sono già tra noi, mentre i presunti buoni hanno deciso che non posso fare nulla e attendono pazienti che ci si divori a vicenda, in nome di un certo protocollo di sicurezza dalla sigla enigmatica.

Quando poi ci si adagia verso un finale ciclico per un film ciclico come è spesso tale la storia che ha come protagonista il non morto, quindi si viene morsi, contagiati, si muta (o si muore e si muta a seconda del film) e si morde, si contagia, si muta (…) e via dicendo… arrivati a questo punto dicevo il film vira improvvisamente, una bordata di quelle non particolarmente violente ma che permette un ulteriore scossone ai sensi dello spettatore, portando qualche indizio ulteriore alla vicenda e donandole un ulteriore gustoso sapore di morte.

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