L’uomo a rovescio di Fred Vargas

L'uomo a rovescio di Fred Vargas
L’uomo a rovescio di Fred Vargas

Sono praticamente sulla porta, ché devo andare a farmi prender le misure per la bici nuova, ma non volevo lasciarvi senza nulla da leggere per il weekend. Vi ripropongo allora una recensione dal vecchio sito, dedicata a uno degli ottimi romanzi di Fred Vargas. Avessi più tempo (ma non lo diciamo quasi tutti?) mi piacerebbe finire i titoli di questa scrittrice, completare le lacune nei due cicli principali che ha creato, perché, fino a oggi, quelli letti sono sempre stati gustose sorprese. Ma tant’è, e infatti sono in fuga come sempre, bisogna far quel che si riesce, con quel che rimane.

Buon sabato gente!

Nel giallo le angolature permesse al lettore sono sempre molteplici: si può stare alle spalle dell’assassino o nella mente dell’uomo o della donna che lo inseguono, sporcarsi nel sangue delle sue vittime oppure rimanere indifferenti sul ciglio della strada, osservando le conseguenze delle azioni di chi uccide e di chi insegue.
Fred Vargas mantiene un personale punto di vista, stretto come una coperta ai personaggi che dipinge, meticolosamente, su uno sfondo di montagne fredde, ovililerci e leggende contadine. E per compiere questa disamina chirurgica, riuscendo a esporre le viscere emotive di protagonisti e comprimari, usa principalmente l’arma, affilata dall’esperienza, del dialogo.
Attraverso le lunghe chiacchierate, spesso confronti uno a uno, nei quali s’insinuano terze e quarte voci solo per porre freno a uno dei contendenti o calcare la mano su certi concetti, la scrittrice francese ci conduce nella loro anima, ci mostra le paure e le consunzioni, ma anche le capacità nascoste, la forza, e, spesso, l’innata simpatia di persone che sono semplicemente ciò che sono. Perché alla fine noi li conosciamo, sappiamo che il Guarda è di guardia e se noi possiamo dimenticarcene, perché la storia punta il suo sguardo altrove, lo facciamo con la sicurezza di chi sa di avere le spalle coperte. Come Soliman davanti ai giovinastri che lo vorrebbero picchiare, o come il commissario Adamsberg, che gliene deve una, al contadino silenzioso che gli salva la vita.

Martedì ci furono quattro pecore sgozzate a Ventebrune, nelle Alpi. E giovedì nove a Pierrefort. I lupi, – disse un vecchio. – Scendono a valle.” 
Ma è davvero un lupo che uccide tra le montagne del Mercantour? Mentre le superstizioni e le leggende cominciano a girare, un sospetto si diffonde: non è una bestia, potrebbe essere un lupo mannaro. Quando Suzanne viene ritrovata sgozzata, il dubbio diviene certezza. Una nuova inchiesta per lo stralunato Adamsberg e il suo vice, il coltissimo e iperrazionalista Danglard.

Nella trama del romanzo c’è già un accenno della divisione che l’autrice fa della vicenda, evidenziando quello che è uno dei pochi difetti del libro. C’è un lungo, lento incipit, che mostra Camille e Lawrence, che presenta i lupi e il villaggio, le montagne e i suoi abitanti.
Poi, nel giro di poche pagine, la vicenda cambia registro, con lo strappo da quella realtà, l’ascendere alla cima della montagna. Diventa quindi chiaro che tutto il resto è rimasto inutile alle spalle, mentre il cuore della vicenda è il viaggio, la convivenza nel furgone per le pecore di Camille, il Guarda e Soliman.
Infine la comparsa sulla scena del commissario Adamsberg, protagonista ritardatario, che occhieggia la vicenda da lontano, finché non ne viene chiamato dentro e si rivela risolutorio, nell’ultima e conclusiva sezione del libro.

Il giallo della Vargas non è il percorso di chi colleziona indizi per svelare l’identità del colpevole, è una strana caccia all’uomo, dove i protagonisti rivelano se stessi più di quanto vorrebbero, trovandosi a dover convivere in spazi ristretti, che sono allo stesso tempo limite e rifugio. Soliman che vive nella montagna e s’inventa un’Africa tutta sua, e deve tornare presto (letteralmente) all’ovile, per ritrovare i paletti della propria vita. O Camille, che viaggia per bisogno, con il suo mestiere di compositrice e idraulico, con gli spartiti e il catalogo di materiale da ferramente, Camille che di fronte agli spazi aperti della pianura soffre.
Sono i personaggi il punto di forza del libro, dai protagonisti principali fino al cane Interlock, da quelli che durano per tutta la storia a quelli ai quali viene concessa solo qualche riga, che attraverso il linguaggio studiato con precisione, le interazioni realistiche e le peculiarità caratteriali, rimangono nella mente del lettore, che non li dimenticherà facilmente.

La parte invece più legata al giallo sembra esser stata inserita a forza, per ovviare alla banale alternativa di dar ragione ai sospetti di chi inseguiva il presunto licantropo, che ha i peli dentro ed è glabro esternamente, che bisogna squartare dalla gola alle palle, l’uomo a rovescio.
Per dare corpo alla ragioni dell’assassiono la Vargas intreccia un complesso velo di identità nascoste, che si spiega nell’affastellamento di indizi raccolti nel rapporto finale al commissario Adamsberg, caotico e fastidioso, in quanto interrompe la ormai familiare vita quotidiana di guardie e assassini, di commissari e contadini, di lupi e pecore, del viaggio al quale l’ultima pagina non pone una conclusione, ma solo un rinvio.

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