Morte di un signore oscuro di Laurell K.Hamilton

Un altro recupero dalle recensioni fatte per la vecchia KAOS Online, della quale vi ho parlato nell’articolo precedente, la recensione de La spirale temporale.

Morte di un signore oscuro di Laurell K. Hamilton
Morte di un signore oscuro di Laurell K. Hamilton

Prima di intraprendere la lettura di questo volume non avevo minimamente idea di chi fosse Laurell K.Hamilton quindi per affrontare la scrittura della recensione mi sono documentato, scoprendola molto più famosa di quanto mi aspettassi, madre di interi cicli di cui il più famoso è dedicato ad Anita Blake, una cacciatrice di vampiri. In questo romanzo però la Hamilton abbandona le sue eroine più famose per dedicarsi a uno dei semipiani del gioco di ruolo Advanced Dungeons & Dragons, il goticheggiante Ravenloft.

RAVENLOFT
Creato dapprima come semplice avventura e divenuto nel 1990 un’intera campagna, Ravenloft è stato descritto in numerosi moduli ideati dalla TSR che gli dedicò anche diversi romanzi, tra i quali quello della Hamilton. Per comprendere meglio anche la storia narrata nel romanzo bisogna sapere qualcosa del luogo in cui la storia si ambienta. Questo “semipiano” dell’universo del GdR fantasy AD&D è diviso in zone chiamate Domini, ognuno dei quali è sotto il controllo diretto di un Signore Oscuro che ha poteri smisurati sul proprio territorio, compreso quello di poter impedire a chiunque di abbandonarlo, con la sola forza del pensiero. Ma il Signore è vincolato ad esso e non può abbandonarlo, legato per l’eternità a quella porzione del semipiano dalle forze note come Poteri Oscuri.
L’ambientazione horror gotica di Ravenloft è stata usata più volte come sfondo di storie direttamente ispirate alle gesta di più celebri personaggi della finzione letteraria, come il conte Strahd von Zarovich ispirato al Dracula di Stoker, Vlad Drakov, tratto dalla figura storica cui si ispirò lo stesso Stoker, l’impalatore Vlad Tepes, il dottor Victor Mordenheim ispirato al Frankenstein di Shelley e così via. Inoltre questo semipiano è dimora di uno dei villains non morti della saga di Dragonlance, quel Lord Soth, cavaliere di Solamnia decaduto e condannato ad una maledetta vita eterna.

LA MORTE DI UN SIGNORE OSCURO
Un breve riassunto, dalla quarta di copertina:

Nel villaggio di Cortton si è diffusa un’epidemia che colpisce i morti: cadaveri decomposti vagano per le vie alla ricerca della carne dei viventi. Gli abitanti della cittadina chiedono aiuto a Jonathan Ambrose, l’unico a conoscere il turpe segreto che si cela dietro l’incubo. Il Signore Oscuro del Reame, il crudele Harkon Lukas, ha appena iniziato a porre in atto la magia che lo aiuterà a fuggire dal suo Dominio e che lo porterà a seminare morte per tutti gli altri Domini. Ma Lukas ha bisogno di uno dei compagni di Ambrose per scatenare il potere della sua stregoneria…

Leggendo il romanzo un aspetto colpisce sin dalle prime pagine: se ci fossero delle regole stilate in anni e anni di creazioni fantasy da chi ha preceduto l’autrice, il volume le rispetterebbe tutte. La ricetta usata (per questa ennesima minestra) è delle più classiche, senza variazione alcuna sul tema e dall’opera possiamo sintetizzare i seguenti requisiti, essenziali a quanto pare per “scrivere un vero fantasy”:

  • una compagnia di persone ognuna col proprio dilemma interiore – è il punto fondamentale, potremmo dire che è d’aiuto all’autore in quanto più personaggi ci sono più pagine ci sono da scrivere; il numero di personaggi in questo libro non è eccessivo, per fortuna non siamo dalle parti di George R. Martin e le sue cronache, ma l’autrice fa comunque difficoltà a rendere interessanti le loro gesta e a tratti ognuno di loro sembra aumentare di importanza per poi scomparire nel capitolo seguente;
  • almeno una delle persone della compagnia deve essere addestrata – anche questo punto è uno dei cardini delle storie vincenti; la storia si incentra su uno dei personaggi, solitamente quello che meno dava l’impressione di poter essere davvero importante; nel caso della Hamilton alcuni passi di tale addestramento sembrano ottenuti con un feroce copia e incolla da romanzi più famosi. Nella spiegazione di come “la magia non sia cattiva ne buona, ma, come una spada, dipenda da chi la utilizza” rivediamo addirittura l’ombra del Druido di Shannara creato da Terry Brooks stagliarsi infastidita a quella citazione;
  • un buon libro fantasy è sempre parte di una saga – e su questo punto credo siamo tutti d’accordo, il respiro epico viene innanzitutto da quel numero romano accanto al titolo che fa sapere all’ingenuo lettore che i soldi versati sono solo un misero acconto, se intende scoprire davvero come finiranno le vicende dei suoi personaggi preferiti.

Il libro della Hamilton rispetta queste regole ma non riesce a mantenere nessuna delle speranze del lettore. La storia si trascina stancamente dovendo dare spiegazioni su tutti gli aspetti “ruolistici” della vicenda (come funziona la magia, chi sono i chierici, cosa sono gli zombie) alternate alla parte inutilmente sentimentale (il rapporto tra Elaine e Konrad) fino a una conclusione (temporanea, essendo un primo capitolo) che inaspettatamente alza il tiro del gore presentando un macello di carne e sangue e magiche deformazioni dei corpi, e ridestando, seppur per poche pagine, l’attenzione del lettore.
Una volta chiuso il libro quello che si sente mancare è proprio ciò di cui una “saga”, più di ogni altro libro, ha davvero bisogno: la capacità di instillare il desiderio di scoprire cosa verrà dopo, di svelare i piani del male e la sorte di chi lo combatte.

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