Segnali dal futuro

Tornato dalla spiaggia in tempo per lo scatenarsi del nubifragio che flagella (fantastica questa parola) tutto il nord, compresa l’autunnale Trieste, sono andato a spendere spiccioli e serata al cinema, a vedere il catastrofico futuro di Segnali dal futuro.

Premetto una cosa. Qualsiasi film farà Nicholas Cage, andrò a vederlo. È per quella sua espressione, tra il sofferto e il sornione, che ti dice che lui sa perché è lì, che dietro tutto questo c’è un motivo. E io gli credo e continuo a seguirlo, che cavalchi una moto col teschio in fiamme o si aggiri tra numeri e disastri di ogni genere. Se Nicholas c’è, io ci sono.

E ora torniamo al film, la cui trama ormai la conoscono anche i sassi.

Dopo cinquant’anni viene riaperta una “capsula del tempo”, contenente disegni fatti dagli alunni di una scuola elementare. Al figlio con problemi uditivi di Cage viene consegnata la busta di una ragazzina problematica, che da piccola sosteneva di sentire dei bisbigli nella testa. Al posto di un disegno, nella busta, c’è un foglio con dei numeri misteriosi, che il nostro scoprirà, in un terrificante colpo di genio, essere date e coordinate di disastri avvenuti nei passati quindici anni e che devono ancora scatenarsi.

Tralasciamo la parte del dramma familiare, senza il quale non sembra esserci possibilità di trama. La mamma è morta, e per di più proprio in uno degli incidenti segnalati dal foglio della bambina.
Tralasciamo le capacità recitative di Cage, se siete al cinema o non lo conoscete, e imparerete a farlo, o siete lì perché vi sta simpatico come al sottoscritto. E quindi riuscite a passare sopra a ogni cosa.
Tralasciamo la rapidità con cui viene svelato il segreto del foglio numerico, due colpi di google un’occhiata al navigatore e via.
Tralasciamo Rose Byrne, che sembra doversi strizzare le palle che non ha per riuscire a versare due lacrime, e risulta brava solo nel breve stacco in vestitino da notte.

Cosa rimane?
Un primo tempo interessante e divertente. Alcune scene di disastri davvero efficaci sopratutto perché cattive al punto giusto. La gente esce dall’aereo per essere salvata e le cose esplodono e le persone si trasformano in torce umane e Cage, con l’espressione di cui sopra, vaga cercando di salvare chi può tra rovine fumanti e odore di carne alla griglia. Anche la distruzione nella metropolitana non è niente male, con corpi che esplodono colpiti dalla massa di metallo in corsa, schizzi di sangue sulla telecamera, urla a non finire e una nebbia da post 11 settembre che accompagna l’uscita dei superstiti dal sottosuolo.
Un secondo tempo che scivola verso il delirante finale mistico religioso, che blocca la digestione e fa rimpiangere tutto quanto lo ha preceduto.

Qua inizia lo spoiler.
Insomma ho capito che erano pseudo angeli. Insomma dai sono biondi, abbastanza emo da essere assessuati, sputano luce bianca, non fanno male a nessuno.
E mi hai mostrato il disegno di Dio che consegna il foglio a Ezechiele che si capisco non c’erano i numeri sul foglio ma poco ci mancava.
E c’era perfino la statuetta dell’angelo che la figlia della pazza aveva fatto per la madre che sentiva i bisbigli in testa.
Arrivati alla fine c’è davvero bisogno di farli le alette in CGI?
E che il Signore ci perdoni tutti, ma la corsa nel grano sul pianeta lontano lontano (uno dei 4.000.000 di mondi abitabili citati dal figlio Discovery Channel dipendente all’inizio) con i novelli Adami ed Eve che corrono con gli animaletti e l’albero finale! Mancava solo mostrassero le mele!

In conclusione, un film accettabile, un film con Nicholas Cage, di un (artisticamente) compianto Alex Proyas che aveva dalla sua idee e possibilità e spunti cattiveriosi (vedere l’umanità venir spazzata via dalle fiamme è sempre piacevole) e li sfalda in un guazzabuglio alieno-religioso che fa rimpiangere di non essere usciti dal cinema cinque minuti prima della fine.

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