Sì, Oscuro Padrino

Venerdì che più primaverile non si può, speravo di fare un post fotografico, che manca da tempo sul sito, ma come sempre lavori e casini si accavallano, spintonati anche da ottimi eventi artistico sociali come l’inaugurazione della mostra Defective del sempre bravissimo Christian (da visitare entro il 18 aprile).
La recensione è dedicata proprio a lui e al gruppetto di amici sparsi con i quali ci si trovava al pub argentino ogni mercoledì sera per darci di birra, panini con salsiccia e chimichurri e dolci tipici, giocando (anche) a Sì, Oscuro Padrino.

Minchia Peppiniello, se non ti muovi a tirare fuori la Borsa, ti cemento proprio li dove ti trovi, hai capito?
Il Boss

Si Oscuro Padrino
Si Oscuro Padrino

Pepiniello l’Autista quel giorno non si sentiva un granché bene. Non gli era mai piaciuto il ritrovo mensile che il Boss organizzava per discutere gli affari della famiglia. Non gradiva quella sensazione di appiccicoso sospetto che s’insinuava sotto gli abiti dei presenti, rendendo scomodi i movimenti, sopratutto quando inquadrati dall’occhio apparentemente benevolo – ma preciso e bloccante come una sparachiodi – del Capo Famiglia. E il fatto che Pepiniello l’Autista non fosse nemmeno lontanamente imparentato a livello genetico con il Boss faceva capire facilmente di che famiglia parlava.

Giessica si stava accomodando sulla poltroncina attorno al grande tavolo rotondo quando si accorse della lunga occhiata, umida come la lingua d’un toro in calore, che quel porco di Pepiniello l’Autista le aveva fatto scivolare addosso. Le stava facendo un esame medico dettagliato, aprofittando dell’assenza del suo Boss. Avrebbe dovuto parlarne, col suo dolce Bossy, di questo problema. Era abituata agli sguardi degli uomini, alle loro pacate lusinghe e ad altri più insistenti tentativi di assaggiare i suoi intimi segreti, ma tutti si fermavano a debita distanza, tutti sapevano che lei era l’amante del Boss. La donna che, al posto di quella frigida conta soldi della moglie, lo teneva al caldo nelle lunghe notti dopo le estenuanti (e spesso piuttosto animate) riunioni con i sottoposti. Pepiniello invece non conosceva quel limite. Era troppo spesso con gli occhi vicino ai molteplici elastici che reggevano la pallida e soda dotazione di cui Giessica così abbondantemente faceva mostra. E non sembrava intenzionato a fermarsi all’uso di uno, dei suoi cinque sudici sensi.

Sciamano come mosche su un cadavere ancora caldo, pensava schifato Joe Majlla. E pensare che il Boss non desiderava che il meglio per quegli ansiosi, immeritevoli componenti della più potente famiglia della città. E ora qualcuno di loro aveva avuto l’ardire di sottrarre La Borsa. Il solo immaginare la reazione del Capo Famiglia faceva tremare il corpulento corpo del Gorilla, tanto che solo il contatto con l’amato ferro perennemente infilato sotto la giacca avrebbe potuto calmarlo. Ma li, nel Covo, nella Tana del Boss dei Boss, solo una persona poteva entrare armata. E lui non era quella persona.

Quando la grande porta di legno che separava la sala principale del Covo dai corridoi privati si aprì con un lungo cigolio, sembrò al Boss che pure le luci si smorzassero, come in risposta al suo ingresso, gonfio di un’indescrivibile rabbia repressa. Qualcuno di quei fetenti figli di una bastarda cagna perennemente in calore si era dato da fare alle sue spalle fottendogli da sotto il culo La Borsa. E appena lui avesse messo le mani su quel aborto inutilmente venuto al mondo  lo avrebbe portato nel suo personale negozio di fiducia. Lì gli avrebbe fatto confezionare un paio di stivali su misura, puro cemento. E poi si sarebbe goduto la strada fino al fiume, col bastardo urlante chiuso nel bagagliaio. Il tuffo e il successivo rapido sparire tra le acque gelide.

Osservandoli uno a uno, immobile come una statua bronzea sull’argine di un esercito tremante, il Boss capì solo annusando la paura nell’aria che il fetente e bastardo si trovava li tra loro. Avvertiva le sue giuste paure, gustava sulla lingua il sapore acido del terrore emanato da quel quel cadavere che camminava.
Non avrebbe avuto pietà. Si fosse trattato di inscatolare la sua frigida moglie, che cercava senza riuscirci di farsi trapanare dal sudaticcio Pepiniello. O della morbida Giessica, passatempo carnale, intenta a lucidare come ogni notte il suo arsenale. Forse a procurarle quel nuovo paio di scarpe grigie e ruvide avrebbe goduto più che nel sentirla mugolare mentre lo cavalcava, la troia traditrice.
Pensare al morbido gelido cemento intento a raggrumarsi attorno alle pallide caviglie di Giessica gli provocò un remoto brivido di piacere.

Era tanto che non cementava qualcuno.

Era tanto che non si divertiva davvero…

Qualche birra, degli amici e Sì, Oscuro Padrino.

Edito dalla Counter Srl (Stratelibri) ed erede del giusto successo fantasy di Sì, Oscuro Signore, questo gioco di carte non fa che mettere un ulteriore accento sulla qualità dei prodotti italiani. Semplice, divertente, incentrato sull’interpretazione e sulla capacità inventiva dei partecipanti, è l’ideale compagno per una serata tra amici, sopratutto se questi sono disposti a diventare parte di una famiglia di gangster anni ’30, nella quale si nasconde un traditore.

Tra i giocatori si scelgono i ruoli, di cui uno obbligatoriamente sarà il Boss della famiglia. Gli altri, gli sgherri, afferrano le borse di cui non conoscono il contenuto, tra le quali una sola contiene i soldi rubati. Da li, nella più folle corsa allo “scaricabarile” è un susseguirsi di Scuse, che sfruttano le 84 carte apposite per prendere spunto. Ma se troppe scuse si accumulano senza che la colpa sia attribuita ad un altro giocatore l’umore del Boss potrebbe cambiare, dal verde della calma fino al rosso della furia omicida. E dopo di questa solo il blocco di cemento aspetta l’incauto familiare che non riesce a spiegare che fine ha fatto il denaro, magari dimostrando come un altro giocatore sia il vero colpevole dell’ammanco.

La grafica è ottima, come i materiali e

Ah, mi dicono che devo proprio andare, scusate. Pepiniello è giù in maccchina che aspetta.

E ho lasciato la mia Borsa nel baule.

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