Survival Blog (1): Resistenza

Io mica credevo di aver scritto tutta ‘sta roba, me n’ero completamente scordato.
Dopo il post sul nuovo concorso survivalista sono andato sul vecchio blog a cercare quanto avevo fatto per la mia fetta del Survival Blog. Ho trovato intanto due capitoli e non uno solo e pure belli lunghetti, per i miei standard. Ho deciso quindi di riproporveli in sequenza (chiederò agli addetti ai lavori di far puntare il Sacro Elenco del SB a questi articoli e non a quelli sul vecchio blog).
Ci sono ancora vari link a capitoli di altri survivalisti, magari così chi non li conosce troverà la strada per altre interessanti storie di questa realtà alternativa.
Buona lettura!

La pioggia lava ogni cosa, dicevano.
Ora so che non è così.

La pioggia scorre sui loro volti scavati, li rende lucidi come ossa dissepolte dopo anni. Ma il brillare dei pochi raggi di sole sul nuovo nemico del mondo, non è l’alba che avremmo desiderato.
L’acqua batte sul tetto, s’insinua tra le assi, tamburella alla porta. Ci sono mille bambini lì fuori, ansiosi d’entrare? Sembrano le loro manine intirizzite, che chiedono ospitalità a queste mura di pietra e legno, dove sono riuscito a rifugiarmi.
Ma non c’è nessuno, oltre. Nessuno di vivo, perlomeno.

Lo schermo luminoso del computer mi regala sprazzi di umanità. Qualcuno lì fuori si ostina a resistere, e leggendo le loro storie per un po’ dimentico perfino la pioggia.
Sul blog di Ferru qualcuno che dice di essere lui cita discussioni culinarie avvenute vite fa. Mi fa sorridere. Spero sia davvero lui.
Flickr, facebook, i forum, tutto quello che era social, aggregazioni virtuali divenute ora l’unico possibile ritrovo. Siamo tutti isolati, tutti con la speranza che chi sta dietro al computer o alla radio, la voce o la scritta, siano ogni giorno lì a darci quel motivo per continuare.
Uno dei blog che seguivo ha smesso di essere aggiornato. Senza un addio, senza un ultimo post.
Cosa c’è di più agghiacciante del suo silenzio?
Siamo tanti piccoli sopravvissuti, chiusi nelle nostre fortezze della solitudine, privati di ogni capacità se non quella di resistere.

Su un sito senza autore ho trovato indicazioni per un presunto agglomerato sicuro. Sembra che la kleine Berlin, sia tornata alla vita, dopo decenni di famiglie e amici che la visitavano per diletto.
Ricordo le stanze, la guida che elencava con precisione l’uso che ne venne fatto durante l’appartenenza della città all’Adriatisches Küstenland.
La tentazione è stata forte. Quasi irresistibile.
Prendere l’auto, scendere fino a via Fabio Severo, fino al grande ingresso alle gallerie. Magari ci sono cartelli, presidi, militari.
Magari.
Però Alex ha detto una cosa saggia.
Quanto tempo vi ci vuole per capire che il vostro amico, ospitato con affetto nel rifugio sicuro, è davvero infetto?
Pensate che ai militari ne servirà di meno? Che i test siano già tutti pronti, distribuiti? In un “posto sicuro” composto da chilometri di gallerie, tra tutti i rifugiati, quanti saranno infetti?
Cosa succederà quando la notte le grida di quelli che gli stavano attorno risveglieranno l’intera piccola Berlino?
Ho cambiato idea e rinforzato le assi alle finestre.

Resistere.
Ieri l’ho visto, uno dei pochi che è riuscito a salire la strada e il sentiero che porta alla base di Monte Spaccato, dove ho trovato rifugio dopo la fuga dalla città. Scivolava, ripetendo gli stessi gesti e quindi gli stessi errori. Ha continuato per ore ad avanzare di qualche metro, poggiarsi sulle rocce viscide, tornare indietro ruzzolando. Legno e sassi hanno lavorato la sua carne macilenta, caduta dopo caduta.
Mi sono allontanato per un po’ e al ritorno, non era più lì.
Caduto per sempre dalla via, ho pensato. Ho sperato.
Ma le cose non vanno mai come vorremmo.

Un’ora dopo è iniziato il grattare alla porta sul retro della stazione radio. Una sinfonia di unghie spezzate e ossa macilente, lo sfregare odioso e lento. Dall’alto verso il basso, lungo il metallo.
Non ho potuto resistere molto, ho afferrato la pistola rubata a uno dei poliziotti trovati morti in città, mentre risalivo, sperando tra me e me che questo mio primo colpo, così ravvicinato, sarebbe potuto andare a segno. Perché io di armi non ne ho mai vista una.
Sì, ti sento ridere, dannato Elgraeco, tu che mi prendevi in giro dall’alto del tuo 80% sul test di sopravvivenza, chissà se avevi barato a tutte quelle domande sulla conoscenza delle armi da fuoco.
Ho pensato fosse ora di scoprire se il mio scarso 40% bastava, per vedere almeno un’altra alba.

Spalancata la porta, ho diretto la pistola a ciò che restava del volto.
In quel vago istante di tempo sono riuscito a vedere la divisa da postino, il giubetto con i catarinfrangenti, un anello d’oro sulla mano destra, alzata verso di me.
Ho premuto il grilletto.
Nessun click, nessun bang.
Niente.
La dannata sicura.

In quel momento, vedendolo avanzare, ho pensato di mollare. Un morso mi sono detto, un po’ di dolore. E poi finalmente di nuovo fuori nel mondo. Non più umano, non più… cosa? Quello che sono ora? Un eremita che comunica scrivendo testi del cazzo su un blog che forse nessuno legge? Sopravvivere per questo?
L’anello, immerso nella carne marcia dell’essere, colpito dalla luce della lampada d’emergenza ha prodotto un unico debole scintillio.
E’ bastato.
Ho afferrato la maniglia e mi sono gettato con tutto il mio scarso peso sulla porta, ricacciandolo fuori.
Ridotto in quello stato ha opposto ben poca resistenza e mi sono ritrovato di nuovo al sicuro.
Scivolando con la schiena lungo la porta gelida, la testa tra le mani, ho lasciato che l’essere riprendesse il suo concerto per organi morti.

Voglio vivere.
Ancora questo giorno.
Io.
Resisto.

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