Lovecraft d’annata: Dark Corners of The Earth (2005)

Siamo a poche settimane dall’uscita di due videogame che potrebbero settare un nuovo standard ne I giochi di Cthulhu [1]. L’intrattenimento digitale sospeso tra orrore e follia per il quale ringraziamo l’immortale Howard Phillips Lovecraft. I trailer di The Call of Cthulhu e The Sinking City promettono cose stupende. Ma da queste parti siamo fan del vintage e questo post ricade di diritto nella rubrica archeologia videoludica. Dimentichiamoci shader di prossima generazione e vagonate di poligoni per tornare con Dark Corners of The Earth a un’epoca non troppo lontana, quando a Dunwich le fattorie erano tutte intere e a Innsmouth il pesce era sempre bello fresco.

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Archeologia videoludica: The Bard’s Tale I (1985/2018)

Anche questo agosto è andato, pure per me che non avendo fatto ferie me lo sono goduto con l’aria condizionata dell’ufficio quasi ogni giorno. Come da abitudine degli ultimi anni le varie attività alla scrivania di casa (dove non c’è aria condizionata e raggiungo i 32 gradi) hanno rallentato fino a fermarsi. Riprendiamo lentamente le buone abitudini, e prima di parlare per l’ennesima volta di LGC (citato grazie al buon Mauro Longo sull’ultimo numero di ioGioco) volevo dedicare due righe a un tuffo nel mare dei ricordi, sorta di seguito ideale a un post di ben cinque anni fa, Alla ricerca del tempo perduto.

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Archeologia videoludica: Pathologic, Мор. Утопия (2005)

Nel 2005 un gruppo di sviluppatori Russi, che vanno sotto il nome di Ice-Pick Lodge, pubblica Pathologic [1] un psychological horror survival role-playing game dai toni surreali, sospeso tra orrore e filosofia, tra misticismo e leggenda. Nella madre terra il videogame ottiene numerosi consensi e vince cinque tra i premi principali del settore. Non gli va altrettanto bene in occidente. La traduzione non è all’altezza dei contenuti, il gameplay è ormai troppo legnoso se confrontato con i suoi contemporanei. Però c’è chi lo gioca e lo apprezza, il passaparola al solito fa il suo e di Pathologic si inizia a parlare [2]. Da lì a diventare un piccolo “cult” la strada è breve.

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Alla ricerca del tempo (digitale) perduto

Uno di quei post estemporanei, se avessi una continuità da blogger. Una di quelle giornate campali che aspettavi da mesi se non anni e finalmente arrivano. E ti butti lì dove si cela l’impensabile, un luogo perso nella “zona industriale” e che per te, con tutto quello che ci hai stivato, ricorda il luogo segreto dove viene nascosta l’arca dell’alleanza alla fine del primo indimenticabile Indy. E dire che è solo un magazzino di una trentina di metri quadrati, eppure si vedono cose che voi umani…

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