Richard Luong e l’arte di Cthulhu Wars

Articolo rimasto in bozza per qualche settimana, in attesa del tempo di “scannare” le pagine del manuale e inserirle nel post. Torna quindi la rubrica The Art Of, dedicata ad artisti più o meno conosciuti nel campo del concept design, legato in genere al cinema o al mondo dei giochi, rubrica che questa volta si getta nel mondo degli orrori lovecraftiani, con uno dei protagonisti assoluti dei giochi di Cthulhu dell’anno in corso.
Parliamo di un boardgame davvero mostruoso, quel Cthulhu Wars creato da Sandy Petersen con Kickstarter e che viene ora distribuito da Green Eye Games alla misera cifra di 199$ (più divinità-espansione a una cinquantina di dollari l’una).

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L’arte fantastica di Stjepan Sejic

Articolo, questo, che nasce da una vecchia passione fumettistica, ammazzata a colpi di storie pessime come spesso accade nella serialità portata agli estremi. Parlo della saga di Witchblade, la lama stregata, di per sé non un capolavoro agli inizi, ma godibile (inutile dirlo anche e molto per via della protagonista, Sara Pezzini, e delle sue miracolose forme che le donava il bravo e purtroppo prematuramente scomparso Michael Turner). La saga fu messa nel 2007 nelle mani di un disegnatore croato, che abita a un centinaio di chilometri da dove sto scrivendo. E se le storie non hanno guadagnato molto in quanto a sceneggiatura, il tratto di Stjepan Šejić non passava di certo inosservato. Iperdettagliato, vicino ai canoni di una pittura iper realistica nonostante i soggetti di natura fantastica, rendeva ogni tavola un dipinto da osservare a lungo, compensando spesso la scelta registica di eliminare scene d’intermezzo in favore di istantanee nelle quali evidenziare il soggetto su uno sfondo sfocato.

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Alex Andreyev, tra meraviglia e orrori lovecraftiani

Dopo quattro post su produzioni locali, e dopo più di un anno (dai tempi de Halo: The Great Journey – The Art of Building Worlds), torna l’angolo del blog dedicato all’arte, con la rubrica The Art Of, dove parlare di creazioni fantastiche, dagli artworks per cinema e videogame a dipinti di pittori sconosciuti da queste parti e sculture di artisti locali. L’arte che, per un motivo o per l’altro, riesce a farmi meravigliare, che permette a volte di gettare lo sguardo su mondi diversi, fantastici.

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Gaelle Boissonard

Gaelle BoissonardNuova puntata della rubrica dedicata all’arte che piace a me e ancora qualcosa che ho scoperto nel pellegrinaggio a Les Deux Alpes (dopo i lavori di Camilla d’Errico dei quali abbiamo parlato qualche giorno fa).

Di Gaëlle Boissonnard so meno cose, per colpa delle biografie trovate in giro. Lo so, non conosco il francese ed è colpa mia, rimedierò. Nel frattempo vi dico che è nata nel 1969, è francese, è pittrice e scultrice ed espone ormai da vent’anni, alternando bianchi e neri ad acquerelli dai colori intensi, che molto spesso hanno come soggetto delle donne quasi filiformi. Questa volta quindi nessuna suggestione simil steampunk, nessun connubio tra donna e macchina, ma tanto colore e leggerezza, per soggetti danzanti e leggiadri, che si muovono su superfici monocromatiche.

Al primo sguardo mi hanno comunicato, nella loro dettagliata semplicità, qualcosa di vivo e positivo, un movimento d’energie e colori che non poteva non tornare a casa con me. Così tra alcuni dei suoi lavori, riportati qua sotto, c’è anche quella venuta fino a Trieste.
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Camilla d’Errico

The Heart by Camilla d'Errico

The Heart by Camilla d’Errico

Cammino per la via principale (oserei dire l’unica) de Les Deux Alpes, durante una vacanza della quale prima o poi piacerebbe parlarvi soprattutto per gli amanti dei monti come Gianluca. Insomma in un negozietto di souvenir tra tante cose sportivo montagnose, vedo Lei. Che poi non è proprio quella sopra, quella ci stava accanto, prima ho visto diciamo sua sorella, con i tentacoli in testa. Non so bene come si definisca il genere, a me è venuto in mente prima steampunk poi quel certo hydropunk di cui si parla da un po’. Ovviamente ne ho acquistate un paio e, tornato a casa, ho scoperto che sul retro, in piccolino, c’era il nome dell’autrice.
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Alex Andreyev, orrori lovecraftiani nella metropolitana

Avete mai letto Orrore a Crouch End di Stephen King? È un racconto apparso nella raccolta Incubi e deliri e nell’antologia omonima, curata da Ramsey Campbell e pubblicata in Italia della Fanucci (1990), composta da omaggi alla mitologia creata da Howard Phillips Lovecraft. Ricordo che tra tutti emergeva, surclassando anche il Re, Il pozzo numero 247 (Shaft Number 247) di Basil Copper.

Lasciando ora da parte il terrore (giustificato?) per ciò che si cela oltre il Pozzo, era del racconto di King che volevo parlare, usandolo come introduzione a questa notizia.

 

Metronomicon

Metronomicon

Il legame è semplice: a un certo punto Doris, la protagonista, che col marito sta cercando l’abitazione di un amico a Londra nella zona di Crouch End Towen, legge la locandina di un giornale locale che recita sixty lost in underground horror. È solo un vago indizio di quello che succederà da lì a poco, tra bambini diabolici e orrori cosmici intrappolati nella terra, ma è sufficiente a farci alzare lo sguardo dal libro per controllare che, almeno qui, sia tutto normale.

Quando ho letto di queste fotografie, realizzate da Alex Andreyev, ho ripensato al racconto, a quella notizia inquietante.
Terrore nella metropolitana. Sessanta dispersi. L’orrore sotterraneo.

Andreev estrae elementi provenienti da panorami diversi (il bozzolo, le pinze, le torce) e crea una disturbante versione di ambienti comuni che, da sempre, toccano le paure primeve dell’uomo. Le gallerie, il sottosuolo, lì dove si celano le tenebre.
Alex Andreyev ha visto l’orrore nella metropolitana, e come un moderno Pickman l’ha fotografato per raccontarcelo.