Grand Budapest Hotel (2014)

Intanto fa fresco e piove. Ed è sempre un bene, dalle mie parti. Ché le zanzare tigre crescono e figliano poverine, seminando larve in ogni dannato sottovaso che non ho ripulito. Però il buio, il ventilatore e la lampada ammazzainsetti (la seconda, dopo che la precedente si è immolata per il super lavoro a una certa grigliata) sembrano fare il loro sporco lavoro. Dovrò raccogliere un bel po’ di cadaveri, dopo. Ma ora fa fresco, piove, e le zanzare muoiono a qualche metro da me. E riesco a scrivere.
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Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.
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YellowBrickRoad

Sono quasi le tre, è venerdì pomeriggio e per l’ennesima volta da ‘ste parti le cose stanno per cambiare. Niente di blogghistico, anche se ci saranno ripercussioni, si tratta di lavoro. Ci starebbe un bel discorso, fossi uno di quelli che ci riesce, su scelte, sentieri e finali, pur sapendo che soprattutto nella nostra generazione i finali sono ben lontani dall’essere chiari. Quindi si cerca di godere del viaggio, anche quando per cause esterne il convoglio deraglia e tocca mettere assieme i pezzi e ripartire su binari diversi. O tornare indietro, che poi no non si può davvero mai, ché l’esperienza te lo impedisce anche a rifare sempre le stesse cose, di tornare davvero indietro.

E insomma in un momento così capita che Gigi (sì lui quello che racconto le storie di Idrasca, e si è pure cimentato in una storia di carne e morte, col sottoscritto) mi suggerisce un film dell’orrore (mai una commedia eh, mai ma mai!) del quale avevano già parlato (bene) l’Alex e la Lucia. Nonostante problemi a reperirlo, a vederlo con continuità e l’angoscia di fondo che insomma mica fa sempre bene, sono arrivato fino alla fine giusto qualche minuto fa. E ho pensato che due righe valeva davvero la pena scriverle.

yellow brick road

Il sentiero di mattoni gialli

YellowBrickRoad (tutto attaccato in questo caso) è un film di Jesse Holland e Andy Mitton, ed è anche il nome scritto su una roccia, accanto a un sentiero che porta nei boschi verso Nord fuori dal paese di Friar. Lungo quel sentiero si incamminano gli abitanti, il 10 ottobre 1940, per non far mai ritorno. Trecento di loro verranno ritrovati morti dai militari, alcuni carbonizzati o congelati. Il resto è disperso. Settanta anni dopo un gruppo di esploratori decide di ritrovare il sentiero e percorrerlo per scoprirne i segreti.

Il sentiero da cui prende il nome la pellicola è quello citato nel Mago di Oz, è la strada da percorrere per arrivare al Mago ma è anche un luogo denso di pericoli, che mette in comunicazione molti luoghi e che presenta bivi ai quali si potrebbe finire per continuare sul sentiero “giusto” oppure su quello “sbagliato”. Già l’idea di base è interessante e potente, da questo spunto potrebbe venir fuori qualsiasi cosa. Metteteci il confronto con la natura. Che poi quando uno legge questa frase pensa a cose estreme, a luoghi inospitali, dove “il pericolo è in agguato”, così come alla rappresentazione più tipica e orrorifica di boschi e foreste. Eppure chiunque sia stato in montagna e abbia deciso di tagliare per una “scorciatoia” che non conosce, chiunque sia stato in un bosco fitto per la prima volta, ha pensato a cosa sarebbe successo a perdersi, a perdere l’orientamento, a trovarsi a vagare senza cibo o acqua.

E quel pensiero fa paura, non servono ululati o rumori minacciosi, non serve la notte che incombe o strane ombre tra gli alberi storti. Persi in mezzo a un bosco del quale non si conosce la fine, tra alberi che bloccano la visuale e scarse conoscenze di orientamento, si entra in contatto con paure vere e profonde, con la solitudine di una natura che solo esistendo è pericolosa per l’uomo che non la comprende.

Attorno a questo concetto ruota una buona parte del film, dove i personaggi vedono svanire giorno dopo giorno il proprio controllo sull’ambiente circostante, privati degli strumenti e beffati in un colpo solo di tutte le capacità tecniche dei quali l’uomo si circonda per sentirsi capace di affrontare l’ignoto. E una volta smarrito il controllo sul proprio sistema di valori, quando la bussola indica direzioni casuali e il GPS smette di funzionare, anche il controllo su se stessi inizia a venire meno.

Se questo non bastasse (a me ammetto già basterebbe per correre verso casa) strane musiche, inquietanti canzoni gracchiate da grammofoni che sembrano nascosti tra gli alberi e nella terra, torturano le loro menti.

Se c’è una cosa nella quale il film riesce molto bene è la gestione del crollo mentale dei protagonisti e la sua messa in scena. Attraverso sottili indizi ne cogliamo l’inizio, finché gli effetti della musica, dell’incapacità di tornare indietro e della solitudine di ognuno, fanno esplodere la follia latente rappresentata in pochi momenti “gore” della pellicola.

Da qui in poi occhio, ci sono spoiler sul finale.

Per me, pur in una messa in scena forse sotto tono rispetto al resto della pellicola, gli ultimi cinque minuti completano una storia che, appunto, è solo tale. Semplicemente ne rivela il narratore. L’idea che loro non siano reali è suggerita all’inizio, ed è rinforzata durante la pellicola. Non ci è concessa nessuna visione di un mondo oltre quello delle loro percezioni. Ci sono accenni a storie vissute, ad altre spedizioni affrontate assieme. Ma anche quelle sono storie nella storia.
La stessa Melissa descrive una possibile apocalissi dove tutto è morto e loro sono gli unici sopravvissuti. Un presente in cui tutto è morto, come nel paese di Friar, dove resiste solo il cinema e chi ci lavora(va).
Nessuno fugge da Friar (come in quella vecchia storia di Stephen King sul paese dove vivono le star del rock scomparse) ma chi s’incammina sul sentiero di mattoni gialli diventa parte della sua leggenda.

Mega Shark vs Giant Octopus

Potevo prima o poi non ripescare (ehehe che spiritoso) la recensione di Mega Shark vs Giant Octopus, uno dei post più letti sul vecchio blog?

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Un classico, ormai…

Una causa non chiarissima (qualche tipo di esperimento militare che non si deve fare ma i militari che sono cattivi li fanno lo stesso) fa scongelare un calamaro dall’occhio subdolo e uno squalo volante, vivi abbracciati vicini vicini, rimasti dalla preistoria imprigionati nei ghiacci artici.

Dopo aver tentato ogni tentativo tentabile, i governi mondiali, sempre diabolici, guidati questa volta da un astuto Lorenzo Lamas, si mettono nelle mani di un incredibile trio di scienziati multi etnici: un libidinoso vecchietto irlandese, un giovane gigolò giapponese e una ninfomane americana (Debbie Gibson eh, mica una qualsiasi, cioè dico Debbie, la cantante, dai Debbie… ma Debbie chi? Ah, questa Debbie!).

Attraverso l’uso di incredibili pozioni che manco a Hogwarts ne fanno così, create in un laboratorio senza sedie, costretti dal budget risicato a lavorare inginocchiati a terra, dimostreranno le loro incredibili doti, tra le quali capire che un dente è un dente, senza doverlo guardare.

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