Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ultima recensione recupero, almeno per quanto riguarda le opere del nostro Danilo Arona. Un ultimo libro molto particolare, una raccolta di racconti sospesi tra realtà e fantasia, realizzata da quelle Edizioni XII dove collaboro come impaginatore, per libri e eBook.

E come fondamentale aggiunta, alla recensione di molti mesi fa, vi ricordo che Ritorno a Bassavilla è tra i titoli di Edizioni XII disponibile anche in eBook (ePub, DRM free).

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Detesto Danilo Arona, per almeno due motivi.
Il primo è semplice: invidio in modo viscerale la sua capacità di scrivere amalgamando cronaca e fantasia, magia primordiale e tecnologia.
Il secondo è che con questo suo Ritorno a Bassavilla (dove per altro io non ero mai stato, le Cronache mi mancano) è riuscito a insinuare quell’ansia che un numero esagerato di presunti libri “horror” non era riuscito a fare da un bel po’. Roba da decidere che Ritorno a Bassavilla non è libro da cuscino, ma da poltrona in soggiorno ben illuminato.
Che non si formino ombre strane negli angoli, capite?

Trentasei frammenti di un prisma brevi passeggiate nei dintorni di una città sospesa tra le case (reali, fisiche, tangibili) della sua Alessandria e i contorni, che a questa si vanno sovrapponendo, di un’ombra cupa, proveniente da tempi diversi. È la meno conosciuta, ma più pericolosa, Bassavilla.
Un diario non cronologico, affidato a un Narratore legato profondamente a quelle terre, capace di aprire finestre su momenti diversi del tempo e dello spazio.
Trentasei storie in bilico, sul filo della nostra quotidiana realtà. Racconti che germogliano dalle abitudini più comuni: la tv, il cinema, le serate con gli amici.
Vicende che si avvinghiano al lettore, impiantando nella mente il fastidioso seme del dubbio.

Ho il libro qui accanto. Dalla scura copertina le finestre di Bassavilla non sembrano intenzionate a rimanere chiuse a lungo. Sarà l’aver letto di quieti agricoltori trasformatisi in spietati assassini, di sinistre leggende tornate a (una violenta) vita, di spettri del suono che si cibano delle nostre menti, ma ho l’impressione di sentire lo scricchiolio delle imposte usurate.
Sono le storie di Arona, o il vicino infastidito dalla musica che viene a spegnere me?

Ansia da gotico padano a parte, in questo Ritorno a Bassavilla di Edizioni XII c’è tutto l’autore, che ha pubblicato gli articoli a puntate sul sito Carmilla Online, e ora se la ride alle nostre spalle.
Ci racconta storie di spettri, lasciando in sospeso il finale.
Si ricorda com’era fare i cacciatori di fantasmi nell’Italia di qualche decennio fa, in capitoli che sembrano estratti da un ormai dimenticato Introduzione al ghostbusting nostrano (Flavio Manchetti, ed. Fiamma, 1981, Alessandria).
Ci fa sorridere, con la schietta parlata di chi ha vissuto quelle nottate in prima persona e se l’è goduta. Magari se l’è goduta dopo, a parlarne con i compagni d’avventura, davanti a una bottiglia di Bonarda.

Ho avuto la fortuna di sentire alcuni di questi racconti direttamente dalla voce dell’autore, durante una riunione di un circolo di lettura ad Alessandria, qualche mese fa.
Insomma lui è così.
Se ne sta lì, snocciola questo raccontino denso dei giusti collegamenti. Non troppi che ti annoi, non troppo pochi che ti sfuggono. Nomi, date, collegamenti con la realtà che ti tirano dentro la storia, anche se non sei di Alessandria Bassavilla.
Passa dall’Anima Mundi ai delitti di Cogne, dalla Schiena del Drago alla stréa che consumava solo a smorsacandeila. La fantasia è un virus che contamina ogni aspetto della nostra vita ma, forse, è anche l’unica capacità in grado di salvarci da ciò che si cela dietro la facciata razionale del nostro mondo.

Arona non dà risposte ma, come un anatomo patologo consumato, indica i segni sul cadavere, ipotizzando le cause di quella strana, inspiegabile morte.
La sua abilità sta nello stuzzicare le nostre voglie, quelle di cui non ci vantiamo.
Lo seguiamo incuriositi nel suo percorso operatorio, quando apre chirurgicamente il quadro con paesaggio di primavera da troppo tempo esposto in soggiorno, rivelando la tela scurita e marcia che si cela più sotto.
Ci rivela i dettagli più scabrosi, ci invita a collegare da soli i segnali che il mondo sottile lascia attorno a noi.
Come fossimo ancora e solo uomini attorno a un fuoco. Intenti a farci paura a vicenda.

Le tre bocche del drago di AA.VV.

Ricordo quando scrissi questa recensione, parecchio tempo fa. Ci avevo pensato parecchio, al personaggio attorno al quale è stata costruita questa particolare raccolta, dominata ancora dal nostro buon Danilo Arona. L’odore della carne che brucia, il solo ipotizzare la potenza di quel dolore, che si dice in questi casi venga percepito solo (e per fortuna) in modo limitato, in quanto spesso si finisce per morire soffocati prima che bruciati vivi.
Un bel viaggio, questo tra le bocche del grande drago.

Streghe.
Una parola capace di evocare immagini terribili e non solo per l’orrore della figura in sé.
Quanti vampiri sono stati uccisi?
Quanti licantropi inseguiti ed eliminati?
Quante streghe sono state bruciate?
La donna orribile che maledice la carne con lo sguardo, l’affascinante ammaliatrice, la concubina del demonio, la portatrice di segni invisibili, l’orco femmineo che ti rapisce da piccolo se non ti comporti come si deve.
Viene la strega.
Quale altra incarnazione della paura ha fatto così tante vittime?
Credo nessuna.

Sono passati secoli, da quegli orribili delitti, e il timore delle streghe, nella normale pragmatica esistenza, si è andato spegnendo come i roghi che le consumavano. Braci di quella paura ardono ancora nella superstizione, e purtroppo la cronaca nera registra occasionalmente qualche folle atto indirizzato a persone capaci di “mettere il malocchio” o “possedute dal demonio”. Ma la parola strega, in questi casi, non viene quasi mai usata.

Le tre bocche del drago

Le tre bocche del drago

Vittime dell’incomprensione, dell’invidia, della paura, quali che fossero i motivi che hanno spinto gli uomini a uccidere, le streghe sono divenute parte delle nostre storie.

E a Triora, terra per eccellenza di streghe, si ambienta questo romanzo collettivo, che riunisce sotto lo sguardo di Danilo Arona i racconti di Alan D.Altieri, Edoardo Rosati, Giacomo Cacciatore, Gian Maria Panizza, Gianfranco Nerozzi.

Pubblicato nel 2004 dalla defunta Larcher, Le Tre Bocche del Drago è un esperimento narrativo, che si potrebbe, se mi concedete un paragone un po’ particolare, affiancare a quanto viene fatto dai protagonisti del film Inception. Se non lo avete visto, continuate, altrimenti seguitemi.

Lo dice il protagonista nel film, per spiegare una procedura (che riuscirò un giorno a spiegarvi quanto sia simile al processo del viaggio sciamanico) utilizzata per penetrare ciò che si cela nella mente altrui.

Si crea la struttura portante, il mondo del sogno, si porta “il soggetto” in quel mondo e si lascia che lo riempia coi suoi sogni, i suoi segreti.

Questo ha fatto Arona.
Ha preso la sua mitologia personale: gli anziani sognatori che manipolano la trama dell’esistenza con delle Veglie (non è una contraddizione: le veglie del mondo reale sono sogni dall’Altro Lato, e viceversa), le linee energetiche che fungono da conduttori della coscienza, intrecciate nella Schiena del Drago, e ha portato gli Altri Scrittori in questo mondo, lasciando che lo riempissero con le loro storie.

Il risultato?
Un romanzo collettivo, a sedici mani, dove le streghe sono affascinanti e terribili, seducono e fanno impazzire, dove la loro stessa natura biologica viene rivelata, senza che l’arcano potere di cui sono dotate perda di forza sul lettore.

Sicuramente il romanzo non è del tutto omogeneo. Salta all’occhio in alcuni casi il cambio di stile, pur ammorbidito dalla presenza della cornice, creata da Arona. Quello che ne esce è comunque uno sguardo intenso sul mondo delle streghe, che lascia più domande che risposte (Lilith, il situs viscerum inversus, la Signora delle Mosche), cosa che apprezzo molto in un libro.

Gustoso anche il finale fantascientifico, lasciato giustamente nelle mani di Altieri, che fonde la sua passione per i futuri tecnologici con il misticismo di fondo (come farà anni dopo in un altro esperimento antologico di Arona, quel Bad Prisma dove il fondamento del male, Melissa, è un’altra forza connessa all’Altro Mondo e, a conti fatti, una forma di strega).

Blue Siren di Danilo Arona

Riprendo la recensione del volume Bad Visions di Danilo Arona, dopo aver dedicato un post al primo romanzo che lo compone, La stazione del dio del suono, è arrivata l’ora di Blue Siren.

Bad Visions di Danilo Arona

Bad Visions di Danilo Arona

Prima di passare alla recensione devo però fare una confessione. Non ho mai letto quel Giro di vite di Henry James, che molti inseriscono addirittura in una ipotetica lista di libri fondamentali sulle storie di fantasmi. L’importanza di tale romanzo breve in questa sede è presto spiegata: il lavoro di Arona si basa per gran parte proprio sulla storia della magione di Bly e i suoi peccaminosi ed ectoplasmici (presunti) abitanti. Mi sono documentato sul romanzo, leggendo il possibile. Vediamo se riesco a non dire menate nel prosieguo di questa recensione.

Come accade in molte delle sue opere, Arona, affascinato dalla natura prismatica della realtà, costruisce una struttura multidimensionale, nella quale la parte tratta da Giro di vite è solo uno dei lati.
Tornano, in Blue Siren, le leggende metropolitane, Bassavilla, la malefica (maledetta?) Melissa Parker (Prigione).
Torna l’uso dell’archetipo e la sua diffusione attraverso i piani dell’esistenza, con un brano particolarmente interessante, dove viene discussa la possibilità che l’archetipo muti e s’incarni in qualcosa di molto diverso dall’originale. (Discorso che mi ha portato alla mente una chiave argentata e un uomo che si tramuta in insetto senziente.)

Ancora una volta Arona dimostra la sua passione per il processo di connessione ed espansione. Che siano storie, punti di vista, coscienze individuali o quella collettiva. Lui le stimola e le collega. Unisce il racconto gotico di fantasmi, narrato attraverso un interrogatorio serrato all’unica indiziata per la morte di un bambino, con le nefaste visioni che seguono l’uso di una nuova droga del “dopo discoteca”.
Per riuscirci, l’autore passa attraverso le altre facce del prisma, che riflettono soffocanti tratti di foresta amazzonica, una coppia di “indagatori del lato oscuro” e la sua beniamina, quella Melissa che potrebbe essere a sua volta solo il riflesso di un’entità inumana, che accede nei punti deboli al nostro piano d’esistenza.
Ma, per poter chiudere tutto in una cassa bella robusta, Arona ha bisogno di qualcosa che prima non c’era. Due, si potrebbe dire, non gli bastavano. Quindi, per sicurezza, lui dà alla storia un terzo giro di vite (e un interessante documento a tal proposito lo trovate qui).

E in mezzo ai misteri, alle morti, alle manifestazioni spiritiche, c’è naturalmente lei, la sirena. L’essere che attrae e uccide, che porta in sé lo stigma della nascita e della morte, divenendo per questo così misteriosa, affascinante e letale.

Magia nera. Biochimica neurale. Leggende metropolitane. Un cult della narrativa di genere.
Cosa altro si può volere in un unico romanzo?

La stazione del dio del suono di Danilo Arona

Procede lenta ma inesorabile la mia opera di esplorazione dei mondi creati dallo scrittore italiano Danilo Arona. Limitato per ora al fantasy Pazuzu e all’antologia da lui curata, Bad Prisma, non ero entrato in contatto con le sue storie più note e articolate, che hanno originato e alimentato il Ciclo di Bassavilla.

Ho deciso di recensire i due romanzi, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, contenuti nel numero 11 di Epix, perché di due lavori diversi si tratta, e intendo dedicare a ognuno lo spazio che merita.

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Tralasciamo il titolo dato alla raccolta.
No dai non tralasciamolo, figlio di una tendenza nostrana a italianizzare i nomi dei film anche quando non ce n’è bisogno e americanizzare quando serve ancora meno.
Sarà poi che ad aggettivi si stava corti da quelle parti, per cui se la raccolta horror curata da Arona è Bad (Prisma) le sue visioni non possono essere che Bad (Visions).
E tutto questo quando sottomano c’è un titolo come La stazione del Dio del Suono che da solo varrebbe qualche applauso. Vuoi per la molteplicità del termine stazione (la stazione dei treni di Piano Orizzontale, ma anche stazione radio, stazione di trasmissione e ricezione, terminali di una comunicazione sulle ‘linee sincroniche’, stazione musicale dove fanno girare i pezzi più malati del DJ Mix-Master Soul… tutti elementi su cui si poggia questa storia). Vuoi perché a me l’idea di un Dio del Suono che trasmette su qualche frequenza radio evoca visioni misticheggianti, con carovane di fedeli in marcia, al ritmo dei pezzi migliori del Signore del Rock’n’Roll.

Il romanzo, in breve, tratta di una congrega di persone che si riuniscono per raccontarsi delle storie. Solo che non è (per una volta, spiacente per quelli “del Club”) né la storia, né chi la racconta, a essere importante, ma dove viene fatto. In questo caso è l’incrocio di energie mistiche che proprio lì da luogo a un punto nodale, che scatena il cambiamento della realtà, attraverso i racconti dei protagonisti.
Così nel mondo facciamo la conoscenza degli assassini delle farfalle, del dee jay satanico Mix-Master Soul, di una Ibiza affascinante e letale.
Arona scrive storie che narrano di storie che modificano la realtà delle storie stesse.
Può sembrare complesso eppure l’abilità con cui lo fa riesce infine a evocare il risultato migliore: costringere il lettore ad alzare lo sguardo dalla pagina per capire, preoccupato, in che punto (nodo?) di quel flusso di narrazione entropica egli stesso si trova. E quali conseguenze (sicuramente nefaste) può avere raggiungerne la conclusione.

L’anima del libro è proprio nello sviluppo di questo concetto: l’influenza della narrazione sul mondo reale e del mondo reale (di quella che potrebbe essere la sua anima che pulsa in linee d’energia attraverso tutto il globo) sulla fantasia.
Danilo Arona ha dalla sua un’abilità notevole nel creare miti e leggende, urbani pur nella loro archetipica antichità. Sfruttando storie reali, intrecciandole con la fantasia e la mitologia, il romanzo getta sul lettore una ragnatela di indizi che lo costringono a una continua rilettura di ciò che sapeva sui personaggi, in una corsa verso la speranza di scoprire (almeno) una verità.
Eppure, sembra dire Arona, non c’è modo di arrivare a quel punto fermo. In un cosmo dominato da forze (il Drago) che ci usano e che noi usiamo inconsapevolmente e, come capita ai protagonisti del romanzo, a volte tentiamo di piegare (inutilmente?) al nostro volere, tutto è mutevole.

Se la prima parte del romanzo presenta questi concetti (e nell’insistere su usi e proprietà delle linee sincroniche trova uno dei pochi difetti del libro), la seconda è un totale intreccio di piani d’esistenza, che donano alla storia stessa una certa ciclicità. Tutto condito da elementi che permeano l’intero libro: la musica (della quale Arona ha di certo una vasta conoscenza), l’erotismo (in molte forme, spesso intense e anche bizzarre), la follia umana (e un certo inconscio bisogno di arrivare a una fine apocalittica, personale e globale).

Il giudizio complessivo, credo si sia capito, oscilla tra l’ottimo e l’entusiastico per un libro denso di concetti, che spinge a fare le proprie ricerche, per capire dove si ferma la realtà dei fatti.
Lì dove iniziano la mente di Danilo Arona e la musica martellante del prossimo rave di Mix-Master Soul.

Bad Primsa di AA.VV.

Bad Prisma è un volume della collana Epix della Mondadori.
Difficile scrivere la recensione di questa raccolta.
Finita di leggere da qualche giorno, la sfoglio e giro e rigiro attorno alle idee che ho e a quanto mi ha lasciato la conoscenza di Melissa.
Mi sono imbattuto per caso nella genesi del personaggio, andando a caccia di fantasy italiano, nella collana Draghi, maghi e guerrieri della Delos. Lì ho scoperto Pazuzu, di Danilo Arona, un bel libro che lascia il lettore con numerosi interrogativi, incentrati sulla figura della Madre dell’Oscurità, la misteriosa incarnazione Hassilhem e sull’influenza che questa entità avrà sul futuro del mondo.

Quanto segue, sinossi a parte, è un’impressione generale sul libro, che conterrà anche qualche spoiler, necessario per spiegare cosa e perché mi è, o meno, piaciuto.

Chi è Hassilhem? Che cosa rappresenta questa malefica entità proteiforme? Quale arcano la tiene confinata in un prisma di tenebra? Quale enigma celano le sue continue apparizioni nei tempi più terribili della Terra? Quale suo potere demoniaco riesce a scatenare la furia omicida dell’uomo? Dalla decadenza del Giappone imperiale alla Vienna inquietante di Sigmund Freud, dalla tetra provincia del Ventennio nero alle strade maledette della mafia, da un esperimento comportamentale suggellato dalla sterminio ai feroci campi di fuoco del Medio Oriente fino all’ultimo, disperato giorno dell’umanità ecco la saga senza tempo dell’imperatrice del Male Assoluto.

Con un breve riassunto dei fatti già narrati in Pazuzu tutto ha inizio, in un alternarsi di racconti decisamente di buon livello. Leggendone alcuni mi son trovato a invidiarne la capacità di relazione storica, dal momento che molti si riferiscono a fatti avvenuti nel dopoguerra e riescono a calare il lettore in quel periodo, attraverso piccoli particolari e suggerimenti inseriti a dovere.

Per realizzare questa antologia Arona ha riunito un nutrito gruppo di autori, lasciando che scrivessero di questo personaggio, Melissa, che dovrebbe incarnare il Male Assoluto, una sorta di divinità, un essere potente che dapprima è stato imprigionato in un cristallo piovuto dallo spazio (il Prisma del titolo) per poi fondersi con una sciamana cieca, incarnandosi in un essere ancora diverso.
Dov’è l’imperatrice del Male Assoluto in quei racconti?
Non c’è o almeno io non l’ho proprio trovata.
Il problema più grosso che ho trovato, invece, nel rapportarmi con questa antologia, è dovuto proprio alle anticipazioni, all’antefatto, ai dettagli spaziali-esoterici, all’immagine di questa creatura semi divina, al suo prisma metafisico, all’involucro di carne che ora la conduce nel mondo, all’attesa che i racconti riprendessero questi elementi, espandendoli, raccontandoli, ampliando il mito dell’entità e non della sua incarnazione umana.

Invece, racconto dopo racconto, ho capito che l’essere conosciuto come Melissa è un’anima persa, imprigionata in un limbo dal quale non riesce a uscire, se non a brevi tratti, per vendicarsi dei torti subiti. Questo essere/divinità/donna incarna il principio dell’innocenza distrutta, ciclicamente protagonista di un ruolo destinato a essere interrotto in maniera violenta, quindi vittima prima di vendicatrice, tristemente predestinata prima che “malefica”.
Questo non è un male, anzi, ma mi ha costretto a rivedere le aspettative, nate leggendo Pazuzu e la sinossi di Bad Prisma, adattandomi a qualcosa di molto diverso da quanto mi aspettavo.

Iniziamo da cosa secondo me non va.
Nonostante il livello dei racconti, in media, sia decisamente superiore a quanto letto in altre pubblicazioni antologiche, non tutti riescono a brillare, per idee e realizzazione.
Un po’ troppe storie “autostradali”, che riecheggiano gli stessi concetti e, alla lunga, fanno scemare la tensione che la presenza della “imperatrice del Male Assoluto” dovrebbe far provare.
Non ho digerito proprio il pezzo di Alan D. Altieri, dialogo serrato di guerriglieri futuristici, che speravo si dedicasse più a lasciar trapelare le sensazioni e la visione del mondo distrutto dalla guerra, piuttosto che concentrarsi tanto sui vari insulti tra comilitoni e pacche sulle spalle tra chi ha il fucile più grosso.
Allo stesso modo non ho trovato essenziali le altre parti “fantascientifiche”, come l’entrata nel cyberspazio e la missione spaziale verso Marte, dove Melissa sembra cacciata a forza, elemento estraneo e non necessario.

E veniamo quindi a cosa funziona.
I capitoli della storia che ho preferito sono quelli che, pur facendo parte del continuum di fondo, chiudono quanto aprono, permettendo un’occhiata affascinante e cupa a ciò che Melissa potrebbe essere e a quanto si lascia alle spalle.
Tra i vari capitoli mi sono rimasti veramente impressi il caso della Vienna che stilla acqua marcia di Alessandro Defilippi, della riuscitissima e agghiacciante gita sulle dolomiti di Andrea G. Colombo (tra l’altro leggere l’antologia a qualche chilometro dal paese dove inizia la sua storia, Moso, sortiva una certa inquietudine) e del regno sotterraneo e dimenticato, dove si erge un trono fatto di ossa e rifiuti, di Gian Maria Panizza.

In conclusione
Qualcuno ha parlato di pietra miliare nell’horror italiano, antologia epica di narrativa meta gotica e altro ancora. Non entro nel merito di tali affermazioni, in quanto sicuramente non ne ho le basi, e sinceramente nemmeno capisco bene che cosa vogliano dire (meta gotica proprio non so cosa sia, magari segnalatemi qualche altro libro meta gotico, le pietre miliari, a mio avviso, si vedono sulla distanza, quando ci si è sopra è difficile valutarne oggettivamente le dimensioni e l’utilità).
Quello che posso dire io è che questo è sicuramente un libro da avere, per un pasto (finalmente) saporito, che non è horror, se non in alcuni bocconi ma ha (e secondo me per fortuna) il sapore malinconico delle storie delle valli, dei segreti nascosti nelle cantine umide, e delle forme più strane che assumono le nostre colpe.
Come una ragazzina che passeggia sulla strada, bionda, sola, i vestiti gocciolanti acqua e sangue, il cui sguardo vuoto è capace di gelare ogni anima.

L’elenco completo dei racconti.

  • Una storia di genesi di Yon Kasarai (Monte Herat, 4000 anni prima dell’avvento dell’Egira)
  • Kitsune, la donna volpe (Giappone, 1601) di Stefano Di Marino
  • La scomparsa di Melissa Prigione (Italia, Bassavilla, 1925) di Danilo Arona (snodo)
  • Berggasse 19 (Austria, Vienna, 1925) di Alessandro Defilippi
  • La buca del settimino (Italia, Bassavilla, 1948) di Danilo Arona (snodo)
  • Il passato è davanti a noi (Italia, Bassavilla, 1948) di Giorgio Bona (Italia, Bassavilla, 1948)
  • L’ultimo colpo di pistola (Italia, tra le provincie di Pavia e Bassavilla, 1967) di Angelo Marenzana
  • La settima notte (Italia, Bassavilla, 1976) di Bob Orsetti
  • Le bambole non uccidono (Modena, 1987) di Barbara Baraldi
  • Le bambole uccidono (Bassa romagnola, 1989) di Gianfranco Nerozzi
  • Il tratto nero (Italia, Palermo, 1993) di Giacomo Cacciatore
  • La fiammiferaia (Italia, Bassavilla, 1998) di Giuliano Fiocco
  • 29 dicembre 1999 h. 5, 20 (snodo) di Danilo Arona
  • Dalla nebbia (Italia, nel triangolo di Melissa, 1999) di Mauro Smocovich (snodo)
  • La forcella del diavolo (Val Pusteria, Bolzano, 2007) di Andrea G. Colombo
  • M3li$$@ (Cyberspazio, 2007) di Alessio Lazzati
  • La decima arcata (Italia, Bassavilla, 2008) di Gian Maria Panizza
  • Melissa’s Syndrome (Italia, nel triangolo di Melissa, oggi – è l’oggi del lettore…) di Edoardo Rosati
  • Melissa Project di Novelli e Zarini
  • Zona Zero (Iraq) di Alan D. Altieri
  • L’ultima fine d’estate (Monastero di Thule, nord del mondo, nell’ultimo giorno dell’umanità) di Claudia Salvatori

Pazuzu di Danilo Arona

Non è facile iniziare Pazuzu, l’impatto con lo stile di Yon Kasarai alias Danilo Arona disturba, ponendo il lettore davanti a un affresco misticheggiante, dominato da nomi difficilmente pronunciabili.
Ma leggiamo rapidi la trama e poi passiamo a parlare della storia e del modo in cui è scritta, punto saliente di questo romanzo.

In un tempo lontano, nel desertico regno di Hassan I Sabbah, domina lo spietato e inguardabile tiranno di Hakim, che terrorizza dall’alto del suo castello la pacifica gente delle dune. Un illusorio e precario equilibrio di paura e sottomissione, di colpo infranto dall’arrivo della Madre dell’Oscurità, la cui tenebra dilagante può significare la fine di ogni forma di vita: un potere smisurato e invincibile che l’ambizioso mago Hakim è in grado di sfruttare per i suoi occulti scopi. Ma contro tanta e perversa alleanza ecco levarsi la più impensabile delle alleanze: una giovane sciamana cieca, i minuscoli e timidi Figli delle Stelle e gli improvvisati guerrieri delle sabbie. Una tenzone senza storia fino a quando, dalle viscere della terra, non emerge la creatura più gigantesca e spaventosa dell’universo. L’immenso drago volante di cui nessuno osa pronunciare il nome…

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