All You Need Is Kill e il true path

Un paio di mesi fa ho rivisto per l’ennesima volta il film Edge of Tomorrow. Non ho mai chiarito del tutto da dove arrivi il fascino che esercita su di me. Sarà la fantascienza bellica, il design degli esoscheletri militari, saranno gli alieni “tecno-organici”, versione metallica di un tentacolare incubo lovecraftiano. Oppure sarà Emily Blunt o la natura da “librogame” del film, che mi spinge a tornare dall’inizio e ricominciarlo.

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Hellboy 25 anni dopo

A quanto racconta l’informatissima Wikipedia, il personaggio di Hellboy fa la sua prima apparizione venticinque anni fa, nell’agosto del 1993 pubblicato dalla Dark Horse, mentre da noi arriva l’anno successivo grazia alla Magic Press Edizioni. Come saprete da queste parti il diavolo rosso è sempre stato di casa; impossibile non affezionarsi al tratto lugubre di Mike Mignola e alle sue storie pulp infarcite di spettri malinconici, miti di Lovecraft e creature tratte dal folklore di ogni parte del mondo. Dal Giappone all’Africa, dagli angoli bui dell’Europa fino ai nativi americani, Hellboy non si è lasciato sfuggire alcuna possibilità di incontrare qualche strano, bizzarro e spesso pericoloso fenomeno locale. Anche la deriva infernale (per la sua testata singola) e apocalittica (per il BPRD) ha regalato bei momenti di conflitto globale con enormi creature aliene.

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Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.
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YellowBrickRoad

Sono quasi le tre, è venerdì pomeriggio e per l’ennesima volta da ‘ste parti le cose stanno per cambiare. Niente di blogghistico, anche se ci saranno ripercussioni, si tratta di lavoro. Ci starebbe un bel discorso, fossi uno di quelli che ci riesce, su scelte, sentieri e finali, pur sapendo che soprattutto nella nostra generazione i finali sono ben lontani dall’essere chiari. Quindi si cerca di godere del viaggio, anche quando per cause esterne il convoglio deraglia e tocca mettere assieme i pezzi e ripartire su binari diversi. O tornare indietro, che poi no non si può davvero mai, ché l’esperienza te lo impedisce anche a rifare sempre le stesse cose, di tornare davvero indietro.

E insomma in un momento così capita che Gigi (sì lui quello che racconto le storie di Idrasca, e si è pure cimentato in una storia di carne e morte, col sottoscritto) mi suggerisce un film dell’orrore (mai una commedia eh, mai ma mai!) del quale avevano già parlato (bene) l’Alex e la Lucia. Nonostante problemi a reperirlo, a vederlo con continuità e l’angoscia di fondo che insomma mica fa sempre bene, sono arrivato fino alla fine giusto qualche minuto fa. E ho pensato che due righe valeva davvero la pena scriverle.

yellow brick road

Il sentiero di mattoni gialli

YellowBrickRoad (tutto attaccato in questo caso) è un film di Jesse Holland e Andy Mitton, ed è anche il nome scritto su una roccia, accanto a un sentiero che porta nei boschi verso Nord fuori dal paese di Friar. Lungo quel sentiero si incamminano gli abitanti, il 10 ottobre 1940, per non far mai ritorno. Trecento di loro verranno ritrovati morti dai militari, alcuni carbonizzati o congelati. Il resto è disperso. Settanta anni dopo un gruppo di esploratori decide di ritrovare il sentiero e percorrerlo per scoprirne i segreti.

Il sentiero da cui prende il nome la pellicola è quello citato nel Mago di Oz, è la strada da percorrere per arrivare al Mago ma è anche un luogo denso di pericoli, che mette in comunicazione molti luoghi e che presenta bivi ai quali si potrebbe finire per continuare sul sentiero “giusto” oppure su quello “sbagliato”. Già l’idea di base è interessante e potente, da questo spunto potrebbe venir fuori qualsiasi cosa. Metteteci il confronto con la natura. Che poi quando uno legge questa frase pensa a cose estreme, a luoghi inospitali, dove “il pericolo è in agguato”, così come alla rappresentazione più tipica e orrorifica di boschi e foreste. Eppure chiunque sia stato in montagna e abbia deciso di tagliare per una “scorciatoia” che non conosce, chiunque sia stato in un bosco fitto per la prima volta, ha pensato a cosa sarebbe successo a perdersi, a perdere l’orientamento, a trovarsi a vagare senza cibo o acqua.

E quel pensiero fa paura, non servono ululati o rumori minacciosi, non serve la notte che incombe o strane ombre tra gli alberi storti. Persi in mezzo a un bosco del quale non si conosce la fine, tra alberi che bloccano la visuale e scarse conoscenze di orientamento, si entra in contatto con paure vere e profonde, con la solitudine di una natura che solo esistendo è pericolosa per l’uomo che non la comprende.

Attorno a questo concetto ruota una buona parte del film, dove i personaggi vedono svanire giorno dopo giorno il proprio controllo sull’ambiente circostante, privati degli strumenti e beffati in un colpo solo di tutte le capacità tecniche dei quali l’uomo si circonda per sentirsi capace di affrontare l’ignoto. E una volta smarrito il controllo sul proprio sistema di valori, quando la bussola indica direzioni casuali e il GPS smette di funzionare, anche il controllo su se stessi inizia a venire meno.

Se questo non bastasse (a me ammetto già basterebbe per correre verso casa) strane musiche, inquietanti canzoni gracchiate da grammofoni che sembrano nascosti tra gli alberi e nella terra, torturano le loro menti.

Se c’è una cosa nella quale il film riesce molto bene è la gestione del crollo mentale dei protagonisti e la sua messa in scena. Attraverso sottili indizi ne cogliamo l’inizio, finché gli effetti della musica, dell’incapacità di tornare indietro e della solitudine di ognuno, fanno esplodere la follia latente rappresentata in pochi momenti “gore” della pellicola.

Da qui in poi occhio, ci sono spoiler sul finale.

Per me, pur in una messa in scena forse sotto tono rispetto al resto della pellicola, gli ultimi cinque minuti completano una storia che, appunto, è solo tale. Semplicemente ne rivela il narratore. L’idea che loro non siano reali è suggerita all’inizio, ed è rinforzata durante la pellicola. Non ci è concessa nessuna visione di un mondo oltre quello delle loro percezioni. Ci sono accenni a storie vissute, ad altre spedizioni affrontate assieme. Ma anche quelle sono storie nella storia.
La stessa Melissa descrive una possibile apocalissi dove tutto è morto e loro sono gli unici sopravvissuti. Un presente in cui tutto è morto, come nel paese di Friar, dove resiste solo il cinema e chi ci lavora(va).
Nessuno fugge da Friar (come in quella vecchia storia di Stephen King sul paese dove vivono le star del rock scomparse) ma chi s’incammina sul sentiero di mattoni gialli diventa parte della sua leggenda.

Davy Levy e i concept art del film Prometheus

Uscito finalmente anche nelle sale italiane, possiamo ancora parlare di Prometheus, recensito in anteprima per voi qualche mese fa. Degli alieni di Prometheus abbiamo già parlato ai tempi dell’articolo su Ivan Manzella, nella rubrica The Art Of.

Oggi tocca invece a David Levy, omonimo dell’astronomo canadese co-scopritore della cometa Shoemaker-Levy 9 che cadde su Giove (interessante omonimia spaziale, non credete?). Il “nostro” David è invece un concept artist che ha studiato design industriale e architettura in Francia e Olanda. In California, a Los Angeles, lavora invece da anni nel campo dei videogiochi con collaborazioni a titoli quali Prince of Persia 3 e Assassin’s Creed e nel mondo del cinema, dove ha dato corpo a creature e scenografie per Tron Legacy, The Thing, Prometheus ed Ender’s Game (in uscita nel 2013).

Dal 2006 David Levy è a capo del suo studio personale, Steambot Studios, col quale ha ulteriormente ampliato la sua influenza artistica, lavorando anche su comics e art books e producendo un cortometraggio, Plug, in uscita nel 2012 del quale vi condivido qui sotto il secondo teaser.
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Joel Chang e la sua versione di Biancaneve

Il film Biancaneve e il cacciatore, pellicola con Charlize Theron, Kristen Stewart e Chris “Thor” Hemsworth, seconda variazione annuale della favola classica, ammetto di non averlo ancora visto. Ci sono diverse recensioni positive in giro, che riescono a parlare abbastanza bene un po’ di tutto, soprattutto dell’aspetto estetico della favola, impreziosita a quanto si dice dall’interpretazione di una grande (e sempre la più bella del reame) Charlize. Andrò a vederlo durante le vacanze, ma intanto ecco qualche tavola dedicata ai concept del film, realizzati dal grande designer Joel Chang.

Chang ci ha regalato numerose ambientazioni con creature organiche e cibernetiche in questi anni, lavorando a pellicole quali Wrath of the Titans, Transformers 3 e Sucker Punch. Scorrendo le sue opere, orientate principalmente al design ambientale, è difficile decidere in quale pellicola abbia dato il meglio. In alcuni casi le sue tele sono di gran lunga superiori al valore della pellicola finale (Sucker Punch su tutte).

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Prometheus (2012)

Prometej, la locandina come l'ho vista io

Prometej, la locandina come l’ho vista io

Ed eccoci con un bel vantaggio sugli italiani tutti alla recensione del film Prometheus, già già, quello che in Italia esce tra mesi. Quello che segue è un insieme di opinioni di qualcuno che ha visto un film, ha assistito uno spettacolo, e intende condividere i suoi pensieri e i suoi dubbi. Non c’è niente del mestiere di critico cinematografico. Non ci ho messo neppure recensione, così non vi vengono i dubbi. Ma non c’è neanche, nonostante qualcuno mi abbia fatto osservare il contrario, un accanimento personale verso i film, visto che, da un po’, difficilmente trovo qualcosa che mi soddisfi.

Intendiamoci, a me piace il cinema, è sempre piaciuto. E proprio per questo motivo spendere sempre più soldi per vedere film realizzati male (spesso dalla parte della sceneggiatura) lo trovo piuttosto fastidioso.

Eppure non credo che esigere coerenza e rispetto in uno spettacolo sia troppo. Perché tanto – ma lo sappiamo vero? – è fantasy, è fantascienza, sono supereroi, è solo intrattenimento e via dicendo. Ha ragione chi dice che così rischio di rovinarmi la serata. A essere troppo pigneinculo (termine rubato all’amico gelostellato) rischi in lettura, cinema e immagino (non essendo un usufruttore di questi media) teatro, musica, pittura e avanti così. Meglio quindi non accorgersi, non chiedersi nulla? Non dico proprio staccare il cervello e divertirsi (a meno che non si tratti di Bitch Slap o Mega Shark vs Crocosaurus, ma almeno lasciarlo riposare un po’? Non ci riesco.
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Ivan Manzella e gli alieni di Prometheus

VISUAL SPOILER ALERT! Trattasi di uno di quei post che fareste meglio a non leggere. A meno che non abbiate in qualche modo già visto il film. O siate immuni dagli spoiler. O abbiate già visto questi lavori sui numerosi siti stranieri che li hanno pubblicati. O ve ne fregate e volete vedere Le Creature. Che mica vi racconto cosa sono eh, o se sono davvero state realizzate così, nella pellicola.

Però poco da fare, ci sono i mostri di Prometheus, nella loro lovecraftiana e terribile bellezza, direttamente dalle mani del character designer Ivan Manzella. L’artista ha lavorato in moltissime pellicole di successo, prima di entrare a far parte del team creativo del film di Ridley Scott, oltre a essere co-regista del video Attack of the mutant space monkey .

Nel portfolio di Ivan Manzella trovate le affascinanti sculture tratte da Clash of Titans e Wrath of Titans, i bozzetti per i draghi di Game of Thrones (e di un White Walker) e un bel po’ di materiale dedicato a Prometheus  per il quale ha lavorato con la Neal Scanlan Studios.

Sto pensando di dedicare altri post a making of come questi, dedicati ad altri artisti che lavorano nel campo del cinema ma anche dei giochi.
Che ne dite? (sì okay so che non risponderà nessuno perché il film non lo avete visto e chi mai avrà cliccato su “read more” per poter commentare?)

Intanto vi lascio allo speciale sugli alieni di Prometheus, buona visione!

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Qualcosa di sinistro è accaduto

Something wicked this way comes

Something wicked this way comes

E poi vi fu quella settimana di ottobre in cui divennero adulti di colpo e non furono mai più giovani…”

Il padre di Will esitò solo per un momento. Sentiva un vago dolore, nel petto.
Se corro, pensò, cosa accadrà?
La Morte è importante? No! Ciò che conta è quanto accade prima della Morte.
E questa notte abbiamo fatto qualcosa di bello. Neppure la Morte può guastarlo.
Perciò i ragazzi erano corsi via… quindi, perché non seguirli?
E li seguì.

 

Ho scoperto H.P. Lovecraft leggendo Strange Eons, un libro di Robert Bloch.
Ho conosciuto Richard Matheson da un albo speciale di Dylan Dog, La casa degli uomini perduti.

Ho cercato Ray Bradbury dopo aver visto un film della Disney, Qualcosa di sinistro sta per accadere (Something wicked this way comes, 1983). Dai non fate finta, che non lo conoscete. Eppure erano tutti là. La strega della polvere. Mister Dark. L’uomo elettrico. E quei ragni, i ragni sotto le coperte, tra le lenzuola. E, ovviamente, il carrozzone fantastico del Luna Park. E mi sono innamorato di quell’estate, di quella perdita dell’innocenza così radicata nei racconti, ad esempio, di King. Trovai Bradbury nelle pagine ingiallite di una vecchia edizione Fabbri Editori, un libro comprato per poche lire in blocco con Alien di Alan Dean Foster, Coma di Robin Cook e Gotico Americano di Robert Bloch. Quelli blu con le scrittone enormi, qualcuno li avrà visti in giro.

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Plot Device (2011)

Un recupero dal vecchio blog, qualcosa che magari non avete visto e penso vi piacerà.

Dieci minuti, un corto metraggio di Seth Worley per mostrare le potenzialità di Magic Bullet, una suite software per filmaker realizzata dalla Red Giant.

Un ragazzo acquista su Amazon un dispositivo misterioso, che lo catapulterà in una serie di realtà alternative, tra astronavi, zombie e altro ancora. Riuscirà il protagonista a tornare indietro, al suo mondo?

Enjoy!

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