L’ultimo dell’anno

Una volta era una sorta di tradizione, il post di fine anno, qualche listarella dei preferiti (chi film, chi fumetti o altro), progetti e speranze per l’anno a venire. Poi come tante tradizioni si è andata a perdere, ma è sempre un buon momento per riprenderla. Gli anni scorsi a Natale ci siamo lasciati con articoli di vario genere, dalle avventure su montagne infuocate a improbabili liste di giochi. Quest’anno complice una botta di influenza che mi ha steso per un paio di giorni non ho messo giù nulla di quanto volevo per cui eccoci qua con poco tempo per farci gli auguri per l’anno a venire.

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Grand Budapest Hotel (2014)

Intanto fa fresco e piove. Ed è sempre un bene, dalle mie parti. Ché le zanzare tigre crescono e figliano poverine, seminando larve in ogni dannato sottovaso che non ho ripulito. Però il buio, il ventilatore e la lampada ammazzainsetti (la seconda, dopo che la precedente si è immolata per il super lavoro a una certa grigliata) sembrano fare il loro sporco lavoro. Dovrò raccogliere un bel po’ di cadaveri, dopo. Ma ora fa fresco, piove, e le zanzare muoiono a qualche metro da me. E riesco a scrivere.
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Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.
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YellowBrickRoad

Sono quasi le tre, è venerdì pomeriggio e per l’ennesima volta da ‘ste parti le cose stanno per cambiare. Niente di blogghistico, anche se ci saranno ripercussioni, si tratta di lavoro. Ci starebbe un bel discorso, fossi uno di quelli che ci riesce, su scelte, sentieri e finali, pur sapendo che soprattutto nella nostra generazione i finali sono ben lontani dall’essere chiari. Quindi si cerca di godere del viaggio, anche quando per cause esterne il convoglio deraglia e tocca mettere assieme i pezzi e ripartire su binari diversi. O tornare indietro, che poi no non si può davvero mai, ché l’esperienza te lo impedisce anche a rifare sempre le stesse cose, di tornare davvero indietro.

E insomma in un momento così capita che Gigi (sì lui quello che racconto le storie di Idrasca, e si è pure cimentato in una storia di carne e morte, col sottoscritto) mi suggerisce un film dell’orrore (mai una commedia eh, mai ma mai!) del quale avevano già parlato (bene) l’Alex e la Lucia. Nonostante problemi a reperirlo, a vederlo con continuità e l’angoscia di fondo che insomma mica fa sempre bene, sono arrivato fino alla fine giusto qualche minuto fa. E ho pensato che due righe valeva davvero la pena scriverle.

yellow brick road

Il sentiero di mattoni gialli

YellowBrickRoad (tutto attaccato in questo caso) è un film di Jesse Holland e Andy Mitton, ed è anche il nome scritto su una roccia, accanto a un sentiero che porta nei boschi verso Nord fuori dal paese di Friar. Lungo quel sentiero si incamminano gli abitanti, il 10 ottobre 1940, per non far mai ritorno. Trecento di loro verranno ritrovati morti dai militari, alcuni carbonizzati o congelati. Il resto è disperso. Settanta anni dopo un gruppo di esploratori decide di ritrovare il sentiero e percorrerlo per scoprirne i segreti.

Il sentiero da cui prende il nome la pellicola è quello citato nel Mago di Oz, è la strada da percorrere per arrivare al Mago ma è anche un luogo denso di pericoli, che mette in comunicazione molti luoghi e che presenta bivi ai quali si potrebbe finire per continuare sul sentiero “giusto” oppure su quello “sbagliato”. Già l’idea di base è interessante e potente, da questo spunto potrebbe venir fuori qualsiasi cosa. Metteteci il confronto con la natura. Che poi quando uno legge questa frase pensa a cose estreme, a luoghi inospitali, dove “il pericolo è in agguato”, così come alla rappresentazione più tipica e orrorifica di boschi e foreste. Eppure chiunque sia stato in montagna e abbia deciso di tagliare per una “scorciatoia” che non conosce, chiunque sia stato in un bosco fitto per la prima volta, ha pensato a cosa sarebbe successo a perdersi, a perdere l’orientamento, a trovarsi a vagare senza cibo o acqua.

E quel pensiero fa paura, non servono ululati o rumori minacciosi, non serve la notte che incombe o strane ombre tra gli alberi storti. Persi in mezzo a un bosco del quale non si conosce la fine, tra alberi che bloccano la visuale e scarse conoscenze di orientamento, si entra in contatto con paure vere e profonde, con la solitudine di una natura che solo esistendo è pericolosa per l’uomo che non la comprende.

Attorno a questo concetto ruota una buona parte del film, dove i personaggi vedono svanire giorno dopo giorno il proprio controllo sull’ambiente circostante, privati degli strumenti e beffati in un colpo solo di tutte le capacità tecniche dei quali l’uomo si circonda per sentirsi capace di affrontare l’ignoto. E una volta smarrito il controllo sul proprio sistema di valori, quando la bussola indica direzioni casuali e il GPS smette di funzionare, anche il controllo su se stessi inizia a venire meno.

Se questo non bastasse (a me ammetto già basterebbe per correre verso casa) strane musiche, inquietanti canzoni gracchiate da grammofoni che sembrano nascosti tra gli alberi e nella terra, torturano le loro menti.

Se c’è una cosa nella quale il film riesce molto bene è la gestione del crollo mentale dei protagonisti e la sua messa in scena. Attraverso sottili indizi ne cogliamo l’inizio, finché gli effetti della musica, dell’incapacità di tornare indietro e della solitudine di ognuno, fanno esplodere la follia latente rappresentata in pochi momenti “gore” della pellicola.

Da qui in poi occhio, ci sono spoiler sul finale.

Per me, pur in una messa in scena forse sotto tono rispetto al resto della pellicola, gli ultimi cinque minuti completano una storia che, appunto, è solo tale. Semplicemente ne rivela il narratore. L’idea che loro non siano reali è suggerita all’inizio, ed è rinforzata durante la pellicola. Non ci è concessa nessuna visione di un mondo oltre quello delle loro percezioni. Ci sono accenni a storie vissute, ad altre spedizioni affrontate assieme. Ma anche quelle sono storie nella storia.
La stessa Melissa descrive una possibile apocalissi dove tutto è morto e loro sono gli unici sopravvissuti. Un presente in cui tutto è morto, come nel paese di Friar, dove resiste solo il cinema e chi ci lavora(va).
Nessuno fugge da Friar (come in quella vecchia storia di Stephen King sul paese dove vivono le star del rock scomparse) ma chi s’incammina sul sentiero di mattoni gialli diventa parte della sua leggenda.

Zoran. Il mio nipote scemo

El vin fa allegria, l’acqua s’èl funeral…
Chi lassa el vin furlan,
zé proprio un fiol d’un can.

Circondarsi di persone diverse, per certi aspetti, dal solito sé, ha innumerevoli vantaggi. Tra questi la possibilità di essere trascinato fuori dai propri consueti confini, tragitti e percorsi. Ad esempio a vedere un film che altrimenti avresti come il tuo solito snobbato. Sbagliando di grosso.

E così ti ritrovi una sera, col bagaglio di una giornata discretamente schifosa che pesa parecchio nel quadro di questo periodo nebbioso, a vedere un film di quelli che riesce a farti ridere veramente. Che non capitava da vite intere, di uscire dal cinema soddisfatto, si diceva proprio tra amici qualche giorno fa. Di quanto poco spesso capiti ormai, che sensazioni del genere te le devi andare a cercare con attenzione nella marea dei “sì dai… abbastanza godibile“, dei film per “svagarsi due orette” o del sempre terrificante “staccare il cervello“.

Inoltre non fa mai male scoprire che esiste la possibilità che italiani (italo sloveni, sloveni e anche friulani) recitino bene in pellicole decenti, e che esistono luoghi e persone oltre all’eterna Roma coi suoi personaggi che invadono a ogni ora le nostre televisioni.
In questo Zoran c’è la tua terra. Non quella sotto l’asfalto spesso di Trieste, ma quella che ancora emerge tra città e città, fatta di campi desola(n)ti e piccoli bar sparsi nel nulla, dove si consumano solitudini semplici e intense. Quelle vite che non riesci a capire, che rimangono sempre fuori dal finestro. Tu che passi con l’automobile lanciata oltre al limite urbano (tanto chi vuoi che attraversi qua la strada?), diretto al pranzone/degustazione/cenone con gli amici, e qualcuno inesorabile chiede “ma come si fa a vivere in un posto così? io impazzirei”.
Vero, pure io. Impazzirei probabilmente.

Zoran il mio nipote scemo

Zone rurali. Nel giro di quelli che leggono narrativa “di genere”, sono teatro di vicende del gotico padano (o gotico friulano, in questo caso) per la loro indubbia capacità di mettere a disagio lo spettatore. Spazi troppo aperti e troppo vuoti, cascine abbandonate, malghe disabitate che si sfaldano tra alberi scuri, vecchie aziende, pochi anziani che si muovono con lentezza tra il faticoso lavoro nei campi e i pochi locali dei paesini. Qui in particolare ci troviamo su un confine, che più a oriente non si poteva andare, dove i nomi cambiano dall’italiano allo sloveno.

Zoran il mio nipote scemo

Zoran, comunque. O Zagor, come lo chiama Paolo. Zoran (Rok Prasnikar) che è tutto fuorché scemo, ma ha il difetto di dire quello che pensa e vuole, di essere sincero. E si sa, di questi tempi essere sinceri è essere un po’ scemi, in un mondo in cui chi frega è furbo, l’onesto è l’idiota del gruppo.

Zoran il mio nipote scemo

E Paolo, interpretato dal bravo Giuseppe Battiston, lo zio che “eredita” Zoran e decide di sfruttarne le doti incredibili di lanciatore di freccette. Paolo, pigro, antipatico e con un’eccessiva passione per i tagli di bianco, ingollati a qualsiasi ora del giorno e della notte. Paolo che frega, inganna, sfrutta, e che a conti fatti cerca (pensa) di essere quello furbo per evitare la verità di solitudine e insoddisfazione.

Come tante altre pellicole anche Zoran è un’analisi delle influenze nel rapporto di coppia, tra il forte e il debole, il furbo e lo scemo. Un film che evita di mettere in mostra personaggi pronti a cambiare nel giro di poche scene, che distribuisce con parsimonia i “buonismi”, senza per questo elogiare il bisogno di dramma o esagerare nell’inevitabile lieto fine.

Zoran il mio nipote scemo

Zoran. Il mio nipote scemo, opera prima di Matteo Oleotto, ha dalla sua un buon lavoro registico e una bella fotografia. Non relega paesi e personaggi a tinte fosche, nebbiose e grigie, ma esalta con luci e colori anche l’angolo più semplice, anche i giorni di pioggia e l’atmosfera conviviale delle frasche/osmize tra cori in dialetto e l’odore delle fiasche de vin, che sembra quasi arrivare, acre e vero, alle narici dello spettatore.

Legend of the Dragonborn

“You’re evil, you know that?” I said.
She grinned and shook her head. “Chaotic Neutral, sugar.”
― Ernest Cline, Ready Player One

Last one has been an hard week, much of it cause by the increasing amount of work. But fate is always waiting behind the corner, like a thief in the night, and some problems with a leg and the data corruption of my italian blog’s backup (which I need to import in the new site) have stolen me a large amount of time.

In the meantime I’ve found me in the need to play a fantasy game. From when I’ve memory the story is always the same. The urge to play a specific type of game, as the urge to read a specific genre of story, hit me like lightning. Leaving me with a hurry to satisfy that need.

Ice Wind Dale

My first thought has been: log into ebay account and buy that copy of Skyrim, which is waiting in the wish list too long. I’d almost reached the “buy now” button, when I stopped myself in time. Sooner or later I will buy that game, but for now it is really too time consuming.
So my old-games-lover side suggested to find something I’ve never played, but I’ve often heard people talk about. It’s a sort of sequel to the most known Baldur’s Gate saga. Icewind Dale, always a Dungeons & Dragons PC game, set in the Forgotten Realms, based on the Advanced Dungeons & Dragons 2nd edition ruleset. It has a good story, a mixed action/RPG gameplay (more fight oriented than previous BioWare games) and a great score.

So now I’m going through the classic “create your party” section, something we never see so often. And the first games have ended not so well for my bad balanced party, and I’ve started over three time before I figured what I was missing. Things are so easier in modern games. Here there are no bright yellow markers for quests, no arrows showing the right path to the next boss. And it’s very easy to die in the first fight with a bunch of low levels goblins if you don’t know what are you doing. But here comes the fun, managing the different PG powers, exploring a limited but deep world, discovering step by step the story beneath the game.

Legend of the Dragonborn

But Skyrim is always in the wishlist, waiting for me to give up and press the damned button. SO at the end of this post lies the Legend of the Dragonborn, a Skyrim inspired song, realized (very well in my humble opinion) by some italian guys.

Listen, and travel to this fantastic world…

The Words (2012)

Di film sulla scrittura ce ne sono tanti, perfino troppi. E siccome c’era quella volta che da grande farò lo scrittore, continuo a esser catturato da questi titoli, anche se spesso mi rendo conto che era meglio dedicare quel tempo a scrivere. Nell’elenco delle poche che vale la pena guardare non entra questo The Words, un pasticcio di cliché e tempi sbagliati, spreco di pellicola e personaggi.
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Davy Levy e i concept art del film Prometheus

Uscito finalmente anche nelle sale italiane, possiamo ancora parlare di Prometheus, recensito in anteprima per voi qualche mese fa. Degli alieni di Prometheus abbiamo già parlato ai tempi dell’articolo su Ivan Manzella, nella rubrica The Art Of.

Oggi tocca invece a David Levy, omonimo dell’astronomo canadese co-scopritore della cometa Shoemaker-Levy 9 che cadde su Giove (interessante omonimia spaziale, non credete?). Il “nostro” David è invece un concept artist che ha studiato design industriale e architettura in Francia e Olanda. In California, a Los Angeles, lavora invece da anni nel campo dei videogiochi con collaborazioni a titoli quali Prince of Persia 3 e Assassin’s Creed e nel mondo del cinema, dove ha dato corpo a creature e scenografie per Tron Legacy, The Thing, Prometheus ed Ender’s Game (in uscita nel 2013).

Dal 2006 David Levy è a capo del suo studio personale, Steambot Studios, col quale ha ulteriormente ampliato la sua influenza artistica, lavorando anche su comics e art books e producendo un cortometraggio, Plug, in uscita nel 2012 del quale vi condivido qui sotto il secondo teaser.
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Mega Shark vs Giant Octopus

Potevo prima o poi non ripescare (ehehe che spiritoso) la recensione di Mega Shark vs Giant Octopus, uno dei post più letti sul vecchio blog?

mega-shark-vs-giant-octopus

Un classico, ormai…

Una causa non chiarissima (qualche tipo di esperimento militare che non si deve fare ma i militari che sono cattivi li fanno lo stesso) fa scongelare un calamaro dall’occhio subdolo e uno squalo volante, vivi abbracciati vicini vicini, rimasti dalla preistoria imprigionati nei ghiacci artici.

Dopo aver tentato ogni tentativo tentabile, i governi mondiali, sempre diabolici, guidati questa volta da un astuto Lorenzo Lamas, si mettono nelle mani di un incredibile trio di scienziati multi etnici: un libidinoso vecchietto irlandese, un giovane gigolò giapponese e una ninfomane americana (Debbie Gibson eh, mica una qualsiasi, cioè dico Debbie, la cantante, dai Debbie… ma Debbie chi? Ah, questa Debbie!).

Attraverso l’uso di incredibili pozioni che manco a Hogwarts ne fanno così, create in un laboratorio senza sedie, costretti dal budget risicato a lavorare inginocchiati a terra, dimostreranno le loro incredibili doti, tra le quali capire che un dente è un dente, senza doverlo guardare.

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Joel Chang e la sua versione di Biancaneve

Il film Biancaneve e il cacciatore, pellicola con Charlize Theron, Kristen Stewart e Chris “Thor” Hemsworth, seconda variazione annuale della favola classica, ammetto di non averlo ancora visto. Ci sono diverse recensioni positive in giro, che riescono a parlare abbastanza bene un po’ di tutto, soprattutto dell’aspetto estetico della favola, impreziosita a quanto si dice dall’interpretazione di una grande (e sempre la più bella del reame) Charlize. Andrò a vederlo durante le vacanze, ma intanto ecco qualche tavola dedicata ai concept del film, realizzati dal grande designer Joel Chang.

Chang ci ha regalato numerose ambientazioni con creature organiche e cibernetiche in questi anni, lavorando a pellicole quali Wrath of the Titans, Transformers 3 e Sucker Punch. Scorrendo le sue opere, orientate principalmente al design ambientale, è difficile decidere in quale pellicola abbia dato il meglio. In alcuni casi le sue tele sono di gran lunga superiori al valore della pellicola finale (Sucker Punch su tutte).

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