Joel Chang e la sua versione di Biancaneve

Il film Biancaneve e il cacciatore, pellicola con Charlize Theron, Kristen Stewart e Chris “Thor” Hemsworth, seconda variazione annuale della favola classica, ammetto di non averlo ancora visto. Ci sono diverse recensioni positive in giro, che riescono a parlare abbastanza bene un po’ di tutto, soprattutto dell’aspetto estetico della favola, impreziosita a quanto si dice dall’interpretazione di una grande (e sempre la più bella del reame) Charlize. Andrò a vederlo durante le vacanze, ma intanto ecco qualche tavola dedicata ai concept del film, realizzati dal grande designer Joel Chang.

Chang ci ha regalato numerose ambientazioni con creature organiche e cibernetiche in questi anni, lavorando a pellicole quali Wrath of the Titans, Transformers 3 e Sucker Punch. Scorrendo le sue opere, orientate principalmente al design ambientale, è difficile decidere in quale pellicola abbia dato il meglio. In alcuni casi le sue tele sono di gran lunga superiori al valore della pellicola finale (Sucker Punch su tutte).

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Prometheus (2012)

Prometej, la locandina come l'ho vista io

Prometej, la locandina come l’ho vista io

Ed eccoci con un bel vantaggio sugli italiani tutti alla recensione del film Prometheus, già già, quello che in Italia esce tra mesi. Quello che segue è un insieme di opinioni di qualcuno che ha visto un film, ha assistito uno spettacolo, e intende condividere i suoi pensieri e i suoi dubbi. Non c’è niente del mestiere di critico cinematografico. Non ci ho messo neppure recensione, così non vi vengono i dubbi. Ma non c’è neanche, nonostante qualcuno mi abbia fatto osservare il contrario, un accanimento personale verso i film, visto che, da un po’, difficilmente trovo qualcosa che mi soddisfi.

Intendiamoci, a me piace il cinema, è sempre piaciuto. E proprio per questo motivo spendere sempre più soldi per vedere film realizzati male (spesso dalla parte della sceneggiatura) lo trovo piuttosto fastidioso.

Eppure non credo che esigere coerenza e rispetto in uno spettacolo sia troppo. Perché tanto – ma lo sappiamo vero? – è fantasy, è fantascienza, sono supereroi, è solo intrattenimento e via dicendo. Ha ragione chi dice che così rischio di rovinarmi la serata. A essere troppo pigneinculo (termine rubato all’amico gelostellato) rischi in lettura, cinema e immagino (non essendo un usufruttore di questi media) teatro, musica, pittura e avanti così. Meglio quindi non accorgersi, non chiedersi nulla? Non dico proprio staccare il cervello e divertirsi (a meno che non si tratti di Bitch Slap o Mega Shark vs Crocosaurus, ma almeno lasciarlo riposare un po’? Non ci riesco.
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Ivan Manzella e gli alieni di Prometheus

VISUAL SPOILER ALERT! Trattasi di uno di quei post che fareste meglio a non leggere. A meno che non abbiate in qualche modo già visto il film. O siate immuni dagli spoiler. O abbiate già visto questi lavori sui numerosi siti stranieri che li hanno pubblicati. O ve ne fregate e volete vedere Le Creature. Che mica vi racconto cosa sono eh, o se sono davvero state realizzate così, nella pellicola.

Però poco da fare, ci sono i mostri di Prometheus, nella loro lovecraftiana e terribile bellezza, direttamente dalle mani del character designer Ivan Manzella. L’artista ha lavorato in moltissime pellicole di successo, prima di entrare a far parte del team creativo del film di Ridley Scott, oltre a essere co-regista del video Attack of the mutant space monkey .

Nel portfolio di Ivan Manzella trovate le affascinanti sculture tratte da Clash of Titans e Wrath of Titans, i bozzetti per i draghi di Game of Thrones (e di un White Walker) e un bel po’ di materiale dedicato a Prometheus  per il quale ha lavorato con la Neal Scanlan Studios.

Sto pensando di dedicare altri post a making of come questi, dedicati ad altri artisti che lavorano nel campo del cinema ma anche dei giochi.
Che ne dite? (sì okay so che non risponderà nessuno perché il film non lo avete visto e chi mai avrà cliccato su “read more” per poter commentare?)

Intanto vi lascio allo speciale sugli alieni di Prometheus, buona visione!

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Qualcosa di sinistro è accaduto

Something wicked this way comes

Something wicked this way comes

E poi vi fu quella settimana di ottobre in cui divennero adulti di colpo e non furono mai più giovani…”

Il padre di Will esitò solo per un momento. Sentiva un vago dolore, nel petto.
Se corro, pensò, cosa accadrà?
La Morte è importante? No! Ciò che conta è quanto accade prima della Morte.
E questa notte abbiamo fatto qualcosa di bello. Neppure la Morte può guastarlo.
Perciò i ragazzi erano corsi via… quindi, perché non seguirli?
E li seguì.

 

Ho scoperto H.P. Lovecraft leggendo Strange Eons, un libro di Robert Bloch.
Ho conosciuto Richard Matheson da un albo speciale di Dylan Dog, La casa degli uomini perduti.

Ho cercato Ray Bradbury dopo aver visto un film della Disney, Qualcosa di sinistro sta per accadere (Something wicked this way comes, 1983). Dai non fate finta, che non lo conoscete. Eppure erano tutti là. La strega della polvere. Mister Dark. L’uomo elettrico. E quei ragni, i ragni sotto le coperte, tra le lenzuola. E, ovviamente, il carrozzone fantastico del Luna Park. E mi sono innamorato di quell’estate, di quella perdita dell’innocenza così radicata nei racconti, ad esempio, di King. Trovai Bradbury nelle pagine ingiallite di una vecchia edizione Fabbri Editori, un libro comprato per poche lire in blocco con Alien di Alan Dean Foster, Coma di Robin Cook e Gotico Americano di Robert Bloch. Quelli blu con le scrittone enormi, qualcuno li avrà visti in giro.

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Plot Device (2011)

Un recupero dal vecchio blog, qualcosa che magari non avete visto e penso vi piacerà.

Dieci minuti, un corto metraggio di Seth Worley per mostrare le potenzialità di Magic Bullet, una suite software per filmaker realizzata dalla Red Giant.

Un ragazzo acquista su Amazon un dispositivo misterioso, che lo catapulterà in una serie di realtà alternative, tra astronavi, zombie e altro ancora. Riuscirà il protagonista a tornare indietro, al suo mondo?

Enjoy!

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BioShock: New Year’s End

BioShock New YearOgni tanto invece di recuperare vecchie recensioni penso di scrivere dei post brevi per condividere contenuti interessanti. Poi mi dico che tanto ormai c’è Facebook. Se vedi qualcosa di bello lo schiaffi lì, tutti a cliccare “mi piace” senza guardarlo e qualcuno magari commenta e tu gli rispondi e invece sul blog passano in quattro e solita storia. E quindi desisto, a volte schiaffo su fb a volte non schiaffo e dimentico.

Però proprio oggi Hell ha scritto un certo post parecchio sentito, con successiva discussione, sulla forza del legame tra blog (ma anche ebook, scrittura) e social network, con numeri tali da far pensare che senza condivisione ormai i blogger siano destinai a parlare a molti meno utenti.

Non ho numeri per dire se questo è vero, ma non è difficile crederci. FB è la tv del nuovo millennio; se lo dicono lì è vero (o almeno vale la pena leggerlo e magari crederci). E sapete bene come si diffondono rapide le bufale in quel terreno così fertile, abitato da milioni di menti pronte a copiaincollare link senza controllarne la veridicità, soprattutto se c’è della polemica, del malcontento, che anima il messaggio da far echeggiare nel cyberspazio. Il segnale non si può fermare, diceva Mr. Universe, e questo vale per le cose importanti quanto per le minchiate. E vista la recente trasmissione dati a una velocità di 1 Terabit per secondo, immaginate quante minchiate in più potranno viaggiare!

Insomma a me ‘sta cosa fa tristezza, soprattutto quando mi rendo conto di venir portato allo stesso comportamento. Quando mi accorgo di cliccare rapidamente tra i blog che seguo senza prestare attenzione a ciò che c’è scritto, quando condivido senza nemmeno una riga di commento. A quel punto, mi dico, nemmeno aprire il sito, piuttosto che dedicare a un articolo lungo qualche cartella giusto una decina di secondi per dire “sì ti seguo”, magari cliccando su uno dei bottoncini che stanno sotto ogni post.

Però mica volevo scrivere ‘sto mezzo pippozzo sul fatto che ormai se non sei social non esisti! È che mi è venuta così, scrivevo qua e rispondevo a Hell. E del resto magari voi avete un’idea in tal senso, e il consiglio è di andare sul suo bel blog e dirgliela, così ‘ste righe hanno avuto un senso.

In realtà però la mia idea era farvi vedere questo breve cortometraggio fan-made. Una sorta di prequel a quanto narrato nei primi due capitoli della saga videoludica di BioShock, pluripremiato titolo della 2K Games che vedrà prossimamente una terza parte, ambientata non più nella sommersa e utopica città di Rapture ma in una luminosa (ma sempre pericolosissima e altrettanto utopica) isola-città volante.

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Il futuro è tornato (pure i nazisti, ma non da noi)

Io di fantascienza ne capisco nulla, si sa. Figuriamoci, amo la poetica di Neuromante e di Asimov ricordo Norby (il robot a forma di bidone della spazzatura) meglio delle Fondazioni. Però un annuncio non costa nulla, anzi rischia pure di portarmi qualche click visto che smetto di parlare di robe fantasy coi nani. Inoltre mi è parso simpatico accostare qualcosa di positivo, gestito da blogger amici, a qualcosa un’altra notizia (piuttosto ovvia purtroppo) letta oggi sull’incazzatissimo blog di Lucia.

Che accade quindi?

Prima di tutto che dopo mesi di intensi preparativi, selezioni per loghi e titoli, nasce un magazine curato dai fan gestita tramite un blog (una blog fanzine o come si dice oggi una blogzine). Le menti folli dietro al progetto sono Angelo Benuzzi, Nicola “Nick” Parisi, Davide Mana, Gianluca Santini e Sehkemty.

Il link è il futuro è tornato, oppure dovete cliccare sul faccione alieno qua sotto, oppure ancora potete faccialibrizzarli, googleplusizzarli o twitterseguirli.

Il futuro è qui

C’è poi una notizia in contrasto con questa ventata di speranza giovanile. Per un genere che nella mia città ha portato alla nascita di quello che un tempo si chiamava addirittura Festival Internazionale del Film di Fantascienza ed è ora noto come Science+Fiction, manifestazione che si è vista decurtare i fondi necessari (come tutta la cultura italiana eh, ben lo sappiamo) ma riesce lo stesso a sopravvivere (piegandosi magari all’horror per riempire palinsesto e sale), il nuovo smacco è vedere come l’ennesima attesissima pellicola sci-fi sia schifata in Italia (e in pochissimi altri paesi, guardatevi la tristissima cartina).
Si tratta di Iron Sky coi suoi cattivissimi nazisti dalla luna, film che spero proprio il festival di cui sopra potrebbe portare in sala la versione in lingua originale, altrimenti destinata alle sol(it)e visioni casalinghe.

Comunque noi ci si continua a sperare e a fare un grosso in bocca al dhole a tutti quelli che ci provano ancora, a tenere viva la scienza del fantastico.

Buon futuro!

La strada (The Road)

Ormai vi ho già tediato col fatto che vedo sempre meno film e praticamente non ne recensisco. Però mi fa piacere recuperare quelle vecchie, soprattutto di pellicole che per un motivo o per l’altro mi sono davvero piaciute. È un fenomeno sempre più raro, uscire da una sala soddisfatto, e così ripenso a quella sensazione che tanto mi faceva amare il cinema anni or sono.
Questa domenica, con la bora che spazza Trieste come una vecchia arrabbiata dotata d’un immensa scopa invisibile, tocca all’adammento del romanzo di Cormac McCarthy, La strada.

The Road

The Road

Il mondo invecchierà improvvisamente e parole come domani o speranza perderanno ogni significato, ogni valore. La natura non muterà, non resisterà. Ogni cosa cederà il passo alla propria fine, disgregandosi in una coltre di cenere grigia.
In questo distopico futuro si muovono un uomo e suo figlio, un Viggo Mortensen smagrito e testardo e un innocente Kodi Smit-McPheeche non ha conosciuto realtà al di fuori di questa.

Un film cupo, pesante. Attenzione, non pesante come noioso, pesante come una coperta che fatichi a levarti di dosso, dalla quale cerchi di sgattaiolare alla luce, senza riuscirci.
Nei pochi flashback vediamo la moglie, Charlize Theron, cedere i sorrisi alla quieta disperazione che un mondo senza futuro elargisce ai pochi sopravvissuti. Terribile la scena in cui si rifiuta di partorire, nel tentativo inutile di non mettere al mondo, in nuovo mondo, una creatura destinata a diventare vittima di della stessa disperazione o di un destino anche peggiore.
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X-Men: First Class

Recupero dal vecchio blog la rece di un film che non m’era tanto piaciuto, e ne avevo parlato con tono vagamente ironico, tanto so che poi arrivano gli esperti di cinema e mi dicono quali sono le verità assolute su questo e altri titoli. Ma finché non sono nei paraggi, io la pubblico…

X-Men: First Class

X-Men: First Class

Un figo col potere di piegare le forchette con la mente, costretto da un regista malvagio a vestire sempre in dolcevita, sfoga la sua rabbia sull’umanità, pur di avere un mantello e un cappello decenti. Nel suo piano di dominio si scontra però con Kevin Bacon che odia da sempre perché gli ha rubato la parte in Footloose.
Magneto – che si chiama ancora Erik – è affiancato per tutto il film da un telepate donnaiolo che cerca di far emergere il suo lato buono con inquadrature da omofobia scatenante, e riuscirà col potere dell’ammmore a spostare un enorme telescopio.
I cattivi veri (l’Hellfire Club!) tramano nell’ombra e non si fanno mancare nulla, una bionda alta che diventa uno Swarovsky™ vivente, un cattivo demoniaco che fa BAMF e doveva essere proprio cattivo perché ha uno dei pochi effetti speciali decenti del film, il ballerino di Footloose e un sottomarino nucleare. Tutto in piena crisi dei missili a Cuba.

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La Cosa (The Thing, 2011)

Ero partito con l’idea di scrivere un articolo sul festival della fantascienza di Trieste (nome corretto Science+Fiction) dove quest’anno sono riuscito a godermi alcune pellicole e a incontrare persone poco raccomandabili come George Romero, Simone Corà (che ho scoperto è blogger famoso assai tra i triestini che lo fermano perfino per strada e non per menarlo, come avrete da subito pensato) e Marco Crescizz  (che ancora non conoscevo di persona). Il primo ha rivelato al pubblico i suoi nuovi progetti, ha sbuggiardato i giornalisti che lo intervistavano in una tristissima masterclass e indossava i migliori occhiali da vista che la storia dell’horror ricordi. Gli altri due stanno lavorando su un libro segreto, forse il seguito di quel Maledette Zanzare, del Corà, dal titolo provvisorio di Fottute Cimici. Così dicono voci nel corridoio.

Dicevo, ero partito con questa idea, e forse l’articolo poi lo scrivo e vi racconto di come hanno cercato di far incazzare Romero fin dalle prime domande o di come però ai festival io mi ci diverto sempre (vero che partecipo solo a questo e sono di bocca buona eh, quindi non faccio statistica). Però, nel mentre, vi parlo di quelLa Cosa. Lo faccio brevemente, infrangendo anche la promessa che m’ero fatto di non parlare più di cinema. Lo faccio alla scazzo che tanto poi arrivano quelli bravi e vi raccontano le cose di linguaggio, meta cinema e cose così.

The Thing 2011 poster

The Thing (2011)

Siamo tra i ghiacci e un antipatico capo di spedizione trova per pura fortuna un disco volante e poco distante l’alieno ibernato che lo guidava, ghiacciato nel tentativo di raggiungere un auto grill da dove chiamare il carro attrezzi. Estratto e portato al campo base, l’alieno si risveglierà incazzato e ancora con quella fame che ti fa mangiare di tutto in auto grill, figuriamoci con qualche decina tra norvegesi e americani, caldi e succulenti.

Ho rivisto da poco l’originale. Che poi voi lo sapete non è l’originale, quello di Carpenter del 1982, ma è a sua volta una sorta di remake de La cosa da un altro mondo di Hawks, datato 1951. Tutti basati sul racconto Who Goes There di John W. Campbell del quale il sottoscritto vi ha, a suo tempo, regalato una versione ePub.

Who Goes There di John W. Campbell

Who Goes There (eBook gratuito) di John W. Campbell

E ieri ho visto questo prequel, destinato a raccontare finalmente da dove arrivava il cagnaccio infetto che dà inizio a tutto il delirio raccontato ne La Cosa di Carpenter.

The Thing 2011 Mary Elizabeth Winstead

The Thing 2011 Mary Elizabeth Winstead

Il confronto tra i due film, fisiologico e inevitabile, è impietoso. E serve a sottolineare l’incapacità di ricreare cose semplici, usando strumenti semplici, come possono essere il silenzio e l’assenza. Questa Cosa mostra invece la tendenza a riempire, ingozzare, farcire, ogni senso dello spettatore, dovendo quindi ricorrere ai soliti scherzetti da salto sulla sedia per irrompere e spezzare il livello di saturazione raggiunto. Mi è capitato, quando la telecamera scivola di notte, per i corridoi vuoti della stazione scientifica, di chiedermi perché cavolo ci dovesse essere della musica mescolata al suono del vento e della neve che anticipano la tempesta in arrivo. Lasciando perdere la pochezza dello score, perché sovrapporlo a suoni che di loro hanno già la capacità intrinseca di smuovere qualcosa nello spettatore? Perché potrebbe non bastare! Così come tutti gli attori sembrano gridare “è un film sulla  paranoia! Paranoia!” perché chissà, magari lo spettatore non l’aveva ancora capito. Ma il sospetto, si sa, striscia silenzioso. Mentre in questo prequel/remake di quieto e pauroso non c’è nulla e così come i mostri fanno a tratti sorridere, così i dialoghi gridati che dovrebbero essere da ambientazione claustrofobica intrisa di sospetto e terrore ottengono l’effetto opposto.

Del tutto assente anche la componente d’interazione con l’esterno, con quel freddo polare doloroso solo a immaginarlo, possibile e auspicabile co-protagonista di pellicole come questa. Il gelo c’è ma non si sente, si intravede sullo sfondo. C’è neve, fa freddo, però a parte un paio di americani tremolanti che si ripigliano in breve tempo dopo essere sopravvissuti a uno schianto aereo e successiva camminata su crinale ghiacciato, nessuno sembra farci caso.

Non lasciano speranze nemmeno Le Cose, sicuramente molto varie e, purtroppo, divertenti. Bestioni tentacolosi coi dentoni, che troppo ricordano creature videoludiche estratte da qualche capitolo di Resident Evil (con tanto di Boss Finale) e non hanno che poca parte del fascino delle bestie realizzate negli anni ’80 da Rob Bottin e compagnia. Come in altre pellicole del genere, qui c’è computer graphics, e la si vede dove non si dovrebbe.

The Thing 1951

The Thing – La Cosa (dell’Altro Mondo) del 1951

The Thing 1982

The Thing – La Cosa nel 1982

Inutile parlare della protagonista principale, una Mary Elizabeth Winstead monodimensionale e fuori posto.
Inutile ricordare il finale tagliato a mannaiate.
Meglio dimenticare il finale-dopo-il-finale, appiccicato per buona gioia degli appassionati e di chi si chiedeva, appunto, da dove minchia arrivasse l’Husky-Cosa dell’Altro Film.

Ridatemi R.J. MacReady e la sua barba.