Ip Man

Qualche anno fa praticavo il Wing Chun, lo sapevate? Percorrevo due volte alla settimana circa 150km per andare al dojo del giovane maestro (nonché stimato ex collega) dove si apprendevano i rudimenti di questa fantastica arte marziale.
Quando ho saputo che si sarebbe prodotto un film che raccontava parte della vita del grande maestro Ip Man, ho provato in ogni modo a procurarmelo, finendo per guardare un divx in cinese sottotitolato dalla resa visiva non eccezionale, ma accettabile.
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Segnali dal futuro

Tornato dalla spiaggia in tempo per lo scatenarsi del nubifragio che flagella (fantastica questa parola) tutto il nord, compresa l’autunnale Trieste, sono andato a spendere spiccioli e serata al cinema, a vedere il catastrofico futuro di Segnali dal futuro.

Premetto una cosa. Qualsiasi film farà Nicholas Cage, andrò a vederlo. È per quella sua espressione, tra il sofferto e il sornione, che ti dice che lui sa perché è lì, che dietro tutto questo c’è un motivo. E io gli credo e continuo a seguirlo, che cavalchi una moto col teschio in fiamme o si aggiri tra numeri e disastri di ogni genere. Se Nicholas c’è, io ci sono.
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Franklyn

Ho sempre avuto un debole per i film con un’elevata componente psicologica, dove la mente umana viene usata o analizzata e dove le conseguenze di processi mentali deviati portano a vicende al limite della nostra normale realtà. Se poi queste capacità creano il dubbio in chi guarda su cosa sia davvero reale o meno, senza dover per forza introdurre elementi sovrannaturali, raggiungo l’apice del godimento cinematografico.
Franklyn l’ho visto per caso, in realtà cercavo Willard, ma la F arriva prima e ho ben pensato di dargli un’occasione.
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Coraline

Ogni tanto, lassù dove operano i filmmaker, qualcuno si ricorda che le favole fanno (facevano?) paura. E quindi prendono un libro affascinante come Coraline (che mica per nulla ha vinto premi come l’Hugo, il Nebula e il Bram Stoker) di Neil Gaiman (Sandman, Stardust, American Gods) e lo trasportano dall’inchiostro alla celluloide (digitale) rispettandone le caratteristiche salienti. Il risultato è un attimo di straniamento, passando dai trailer dei prossimi blockbuster coccolosi come L’Era Glaciale 3 e Up alle atmosfere scure e opprimenti delle residenze Pink, ci si chiede dove sono finiti i simpatici animaletti sfigati o i personaggi tondi e morbidosi.
Nella casa dove si trasferisce la famiglia di Coraline (guai a sbagliarne il nome con il più comune Caroline) tutto questo manca, anzi. Le entità che la abitano, nel mondo reale come nel mondo “oltre la porta”, sono tutt’altro che rassicuranti e potrebbero benissimo essere soggetti per storie a parte. L’artista del circo russo che alleva topi salterini, le anzine (ancestrali?) ballerine che si contendono un palcoscenico decrepito, l’amichetto dalla fisicità di un giovane Igor, che si trascina col suo sputacchiante motorino indossando maschere paurose.

Merito di questa trasposizione va sicuramente a quell Henry Selic che ha diretto, più di quindici anni fa, il Nightmare Before Christmas di Tim Burton. In Coraline, assieme a Gaiman, riesce nell’impresa di portare sullo schermo una storia capace di affascinare e impressionare, attraverso personaggi distorti e ambigui, musiche dissonanti da circo (e nel film i clown ci sono, non si vedono subito, ma ci sono, e hanno pure la dentatura spessa e sanguinante di un certo IT che abita a Derry).

Coraline, una bambina alle prese con genitori troppo impegnati per curarsene, si darà all’esplorazione della nuova dimora, scoprendo una porticina che non ci dovrebbe essere e che di notte conduce in un mondo tale e quale al nostro, dove una madre e un padre amorevoli l’attendono per rimpinzarla di cenette favolose e riempirla di regali. Non fosse che questi Altri genitori hanno bottoni neri al posto degli occhi, tutto sarebbe perfetto, la realizzazione del suo desiderio di essere considerata e coinvolta dalla sua famiglia. Coraline dovrà scegliere da che parte del muro preferisce stare, scoprendo le conseguenze del fare la scelta sbagliata.

Il film scivola attraverso quasi due ore di paesaggi cupi e personaggi il cui doppio incarna le migliori aspettative dell’originale, in un piccolo colorato Luna Park dove tutti sembrano aver venduto una parte di sé. Ma Coraline dimostrerà di avere le capacità di fare ciò che è giusto, con l’aiuto di un gatto spocchioso e di qualche spintarella dagli altri protagonisti, che sono persi nel loro mondo ma non per questo incapaci di aiutarla.

Non all’altezza delle aspettative invece la scelta del 3D. Con questo film la terza dimensione non era davvero necessaria, ci pensava la storia, con la sua scelta di porte magiche, mondi costruiti da volontà maligne e scenari fastidiosamente affascinanti a tracciare la profondità della storia. Gli occhialini, pesanti e inutili, non aggiungono nulla, ma riescono a togliere almeno in parte colore all’immagine, dal momento che la ripolarizzazione scurisce un film già abbastanza cupo.

Coraline è un film da vedere e rivedere (attendo già il DVD!) per godere del fresco del giardino di fiori incantati, dell’opprimente circo di folli topi ballerini, assaggiando le caramelle invecchiate, tenute da parte solo per noi dalle sorelle danzatrici.

[REC]

Una troupe televisiva segue da vicino una squadra dei vigili del fuoco lungo tutta una notte. In occasione di un intervento in un condominio, il cameraman e la giovane giornalista si ritrovano ben presto intrappolati nel palazzo insieme a pompieri, polizia e abitanti dei vari appartamenti. Dentro l’edificio sembra essere scoppiata un’insolita epidemia simile alla rabbia e chiunque venga morsicato diventa un pericolo per gli altri. Le autorità decidono di sigillare il palazzo nel tentativo di contenere il più possibile la malattia, lasciando chiunque sia rimasto all’interno in balia di un destino atroce…

Strano il percorso cinematografico di Jaume Balaguerò (come il suo nome peraltro, sto ancora cercando di capire dove si trova nella tastiera la o con l’accento giusto…). Dal primo lungometraggio, Nameless, che colava angoscia sullo spettatore, invischiandolo in silenzi dai colori malati, ha attraversato un periodo che sembrava segnare un pericoloso declino nelle capacità immaginifiche. Darkness, che per altro ho apprezzato più di quanto abbia visto fare in giro, già anticipava la scelta di attaccarsi ai cliché del genere, confermata dal traballante Fragile, che non ricorreva a porte sbattute e fantasmi handicappati per cercare di trasmettere qualche brivido.

Con la consapevolezza quindi che questo suo nuovo (per me, è dell’anno scorso) lavoro potrebbe essere l’ennesimo gradino verso l’inutilità cinematografica, mi accomodo a guardare [REC]. La prima digrignata di denti la dò quando il doppiaggio invade i miei canali sensoriali, amplificato nella sua pochezza dall’essere fatto, giustamente, nello stile “documentaristico”, in quanto di interviste si tratta, almeno all’inizio.
Ma da li in poi la discesa nell’inferno del condominio infestato è graduale ed estremamente piacevole (beh, piacevole in senso ecco… da appassionato di horror e cinema…). Il regista spagnolo abbandona completamente fantasmi cigolanti e metafisiche incarnazioni del male assoluto per una carnale sarabanda di mutilazioni ed urla lasciando che la telecamera a mano dell’operatore TV si soffermi sui particolari del macello in corso.

Se riuscite a non fare dell’originalità una base fondamentale per le vostre valutazioni, e quindi non pensare a saghe varie sugli zombie, condomini infestati di cronenberghiana memoria, vi godrete ancora di più un film che segna un punto a favore della coppia Jaume Balaguerò/Paco Plaza in quanto ad atmosfera e sana conturbante violenza visiva.
E nei corridoi dove la poca luce illumina il classico appartamento delle persone anziane, quelli con quegli odori poco piacevoli di minestrone riscaldato e cose dimenticate, qui si aggirano vecchie possedute dalla famelica rabbia della non morte e bambine innocenti pronte a strapparvi il viso a morsi.
Di tutto il film ho apprezzato molto il rapporto con l’esterno, che la fortuna della ripresa in stile documentaristico non permette di mostrare e riesce a trasmettere efficacemente l’idea di assedio, dove però i cattivi stanno dentro con noi, sono già tra noi, mentre i presunti buoni hanno deciso che non posso fare nulla e attendono pazienti che ci si divori a vicenda, in nome di un certo protocollo di sicurezza dalla sigla enigmatica.

Quando poi ci si adagia verso un finale ciclico per un film ciclico come è spesso tale la storia che ha come protagonista il non morto, quindi si viene morsi, contagiati, si muta (o si muore e si muta a seconda del film) e si morde, si contagia, si muta (…) e via dicendo… arrivati a questo punto dicevo il film vira improvvisamente, una bordata di quelle non particolarmente violente ma che permette un ulteriore scossone ai sensi dello spettatore, portando qualche indizio ulteriore alla vicenda e donandole un ulteriore gustoso sapore di morte.

Lasciami Entrare (Låt den rätte komma in)

Il titolo originale è illeggibile, scritto in una lingua forse aliena tanto che potrebbe essere klingon. Invece è svedese. È (notare che non scrivo più E’, ho scoperto la magia dell’ALT+212!) la lingua di un paese lontano dal quale è arrivata fino a noi una storia di vampiri.

lasciami entrare

C’è Oskar, bambino biondo che vive in un paese di fiabe silenziose, mondo di neve e bassi agglomerati urbani anni ’70, e ha come vicina di casa una strana bambina di nome Eli.
Eli è bruttarella, ha dodici anni, ma li ha da un sacco di tempo. Lei non fa le cose giuste, uccide per mangiare quando ha fame, si nasconde e dorme nella vasca da bagno quando è giorno e ha sonno. Eli ha degli occhi enormi e molta pazienza, ha fame ma controllo sufficiente per non divorare il suo amico quando gocciola sangue.
Oskar ed Eli vivono in un mondo ovattato visto con gli occhi dei bambini.
E i bambini sanno essere crudeli (non solo i bulli che tormentano Oskar, ma lui stesso che spacca l’orecchio al suo antagonista rimanendo fermo a guardarlo sanguinare, o sempre Oskar che prende in giro Eli perché non può entrare in casa se non viene invitata). E sanno essere semplici nei loro ragionamenti (Oskar sta bene con lei e le chiede di “mettersi assieme” ma Eli risponde “io non sono una ragazza” e il ragazzo ci pensa e ribatte “Stiamo assieme si o no?”).

Ciò che contraddistingue Lasciami Entrare dagli altri film del filone vampirico, stà nella capacità di nascondere il sovrannaturale, lasciandolo intravvedere solo quando strettamente necessario, sorprendendo lo spettatore quando la forza animale della ragazza-creatura erompe nella vita normale. Eli sale su un albero: noi vediamo l’altro lato dell’albero e solo qualche parte di lei che fa capolino mentre si arrampica come un animale lungo la corteccia. Eli vola e noi sentiamo solo il suono che fa nel vento. Eli si nutre e noi la vediamo saltare da un ponte sulla vittima mal capitata, non un cattivo da punire, non uno sconosciuto, ma uno qualsiasi degli abitanti del circondario.
Della figura del vampiro lei conserva tutte le caratteristiche classiche, non sopporta la luce del sole, vola, si nutre di sangue, non può entrare se non invitata. Ma anche questo fenomeno non ricade nel cliché della parete invisibile che trattiene il vampiro. Oskar se l’aspetta e la prende in giro quando lei gli chiede di invitarla. Ma alla fine spazientita lei entra lo stesso lasciandolo basito. E poi inizia a sanguinare e sanguinare, guardandolo, attendendo che lui capisca e decida.
Scene come questa, con gli occhi come enormi pozzi di sangue, valgono tutto il film.

Ci sono alcuni punti dove gli effetti speciali dimostrano di aver avuto un budget non troppo elevato, come nell’assalto dei gatti alla donna contaminata.
Ma bastano pochi minuti per tornare sui binari di una lenta e favolosa storia d’amore, poiché questo è il nocciolo del film. La comprensione oltre ogni ostacolo, l’accettazione oltre ogni preconcetto, la capacità di apprendere nuovi linguaggi, per parlare con chi è diverso.

Halloween The Beginning (2008)

Michael Myers è il giovane figlio di una famiglia disfunzionale che vive in una casa nella periferia di Haddonfield, Illinois.
La madre lavora come spogliarellista, il padre è un alcolizzato buono a nulla e la sorella maggiore preferisce scoparsi qualsiasi essere vivente le capiti a tiro invece di accompagnare il fratello a fare “dolcetto o scherzetto” la sera di Halloween.
La tragedia esplode in tutta la sua drammaticità proprio in quel momento e Michael, colto da raptus, compie un massacro. Quando sua madre torna a casa lo trova seduto sui gradini con la sorellina minore in braccio, unica risparmiata.
Chiuso in una clinica psichiatrica, Michael cova risentimento e follia per molti lunghi anni e quando riesce a fuggire è pronto a tornare ad Haddonfield per completare quanto iniziato.
È la sera di Halloween. Michael arriva in città, una maschera a coprirgli il volto e un coltellaccio in mano. Solo il Dr Loomis, che lo aveva studiato e seguito per anni in clinica, è a conoscenza dei segreti della sua psiche e può tentare di fermarlo prima che si ripeta il massacro di tanti anni prima.
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Serenity (2005)

Il western non muore mai, la prateria può essere bruciata e devastata, colonizzata e ricostruita, ma ci saranno nuovi mondi, nuove terre, nuovi pascoli. Magari ad anni luce di distanza, illuminata da un nuovo sole, sporcata del sangue di nuove guerre. Ma i duelli li vedrà ancora, gli inseguimenti, l’odore acre lasciato dai colpi di pistola nell’aria.
Ed è di questi luoghi che è fatta una fetta della fantascienza, di nuove frontiere, di nuovi duelli, che le armi siano laser o con i buoni vecchi proiettili (ma io preferisco il secondo tipo) dove si fronteggiano i cattivi che dovrebbero essere buoni (l’Alleanza che tutto colonizza ed unifica) ed i buoni che dovrebbero essere i cattivi (la Ribellione sporca e disorganizzata che ha perso una guerra senza speranza).

Serenity Firefly

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1408

Quanti sono i film davvero belli tratti da racconti di Stepehn King? Davanti a questa domanda la mente viene spesso dirottata sull’elenco dei terrificanti film horror che traggono o tentano di trarre spunto dalle sue storie (e manca poco al prossimo The Mist, speriamo nel meglio), dove pochissimi titoli (in mano a registi di un certo calibro) si salvano davvero.

Quindi andare a vedere 1408 è innanzitutto una scommessa che si spera di vincere, pensando alla lunghezza del racconto, che viene tirato da ogni parte per farlo durare i 94 minuti del film, la cui sceneggiatura presenta impronte di ben tre individui diversi, dall’originale di Matt Greenberg (Halloween H20) alle modifiche successive di Scott Alexander e Larry Karaszewski (Ed Wood, Man on the moon). Regista del tutto lo svedese Mikael Håfström (proveniente dal deludente Derailed).

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Shutter (2004)

Dall’est soffiano quindi ancora i venti gelidi della morte e finalmente s’incarnano nelle figure spettrali di un film che riesce a regalare qualche brivido e qualche sopresa agli spettatori, ormai cresciuti a pane e The Ring vari, remake americani di film orientali (The Ring appunto, ma anche The Grudge, Dark Water e così via) e di saghe originali che perdono qualsiasi vigore avesse l’originale (The Eye ad esempio, dei fratelli Pang, connazionali dei registi di Shutter).

Ed ecco quindi Shutter, film distribuito dalla Key Films e di produzione thailandese, diretto ormai due anni fa da Banjong Pisanthanakun e Parkpoon Wongpoom. Il film prende spunto da un fenomeno molto noto a tutti gli appassionati di parapsicologia, cioè la possibilità della pellicola fotografica di riprendere attività spiritche. Le connessioni tra la tecnologia ed il mondo degli spiriti sono state più vole riprese nei film (ricordiamo ad esempio il passabile White Noise, sulle voci dei morti udibili nel “rumore bianco” di una stazione non sintonizzata) e qui la fa da padrona lo scatto fotografico, cioè l’esposizione della pellicola all’immagine attraverso l’apertura a scatto dell’otturatore.

Nella storia i protagonisti sono due giovani innamorati, impersonati dai bravi Ananda Everingham e Nathaweeranuch Tongmee, perseguitati dallo spirito vendicativo di una ragazza che hanno investito e non soccorso. Nulla di nuovo, ormai lo sappiamo tutti che in oriente gli spiriti s’incazzano per poco e tornano brutti e vendicativi come non mai, ma la storia si fa più complessa man mano che lo spirito lascia le sue tracce sulle foto scattate dai giovani, sottolineando indizi che li condurranno alla soluzione del mistero.

L’atmosfera è quasi sempre pesante e la fotografia è buona e rende bene nelle situazioni più buie, dove gli scatti della macchina, accompagnati dal flash, illuminano le fugaci e terribili apparizioni dello spettro di Natre (Achita Suckamana), regalandoci finalmente un film horror che vale la pena vedere, soprattutto per la parte finale, che incastra una soluzione dopo l’altra fino ad una sequenza davvero angosciante sulle possibilità d’interazione tra gli uomini e l’altro mondo.

Se avete mal di schiena, capirete quello che intendo…