Io sono il tenebroso di Fred Vargas

Io sono il tenebroso di Fred Vargas

Io sono il tenebroso di Fred Vargas

A quanto pare in questo angolo di mondo l’autore di cui vi parlo è apprezzato, ed eccomi quindi a ripescare le recensioni che lo (la) riguardano.

 

Anche in questo libro dal titolo che si rifà a una poesia, El Desdichado di Gérard de Nerval, Fred Vargas ripropone la sua ricetta: semplicità e profondità, nei moventi, nei personaggi, nelle ambientazioni.

Da subito si fa conoscenza con l’idiota di turno, Clèment, abile suonatore di fisarmonica, che con le sue scarse capacità dialettiche darà forma a scoppiettanti dialoghi con gli altri personaggi, che in quanto a personalità non gli saranno da meno. Ludwig Kehlweiler, ex-dipendente del ministero, detto “Il Tedesco”, con il suo rospo Bufo sempre nel taschino. Marc, Lucien, Matthias, gli “evangelisti”, studiosi di storia, stratificati nella loro topaia secondo le epoche a cui sono devoti.

Le caratterizzazioni così particolari inseguono, assillano a tratti, ma non annoiano né eccedono mai, rendendo vivo il rapporto con i luoghi della Francia dove la Vargas ambienta le sue storie, portando chi legge proprio lì, come fossimo tutti ansiosi di origliare le discussioni animate, cercando di scavare tra le frasi per portare alla luce i pochi indizi che permetteranno di giungere al colpevole, magari prima dello stesso scalcinato gruppo che lo cerca.
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L’uomo a rovescio di Fred Vargas

L'uomo a rovescio di Fred Vargas

L’uomo a rovescio di Fred Vargas

Sono praticamente sulla porta, ché devo andare a farmi prender le misure per la bici nuova, ma non volevo lasciarvi senza nulla da leggere per il weekend. Vi ripropongo allora una recensione dal vecchio sito, dedicata a uno degli ottimi romanzi di Fred Vargas. Avessi più tempo (ma non lo diciamo quasi tutti?) mi piacerebbe finire i titoli di questa scrittrice, completare le lacune nei due cicli principali che ha creato, perché, fino a oggi, quelli letti sono sempre stati gustose sorprese. Ma tant’è, e infatti sono in fuga come sempre, bisogna far quel che si riesce, con quel che rimane.

Buon sabato gente!

Nel giallo le angolature permesse al lettore sono sempre molteplici: si può stare alle spalle dell’assassino o nella mente dell’uomo o della donna che lo inseguono, sporcarsi nel sangue delle sue vittime oppure rimanere indifferenti sul ciglio della strada, osservando le conseguenze delle azioni di chi uccide e di chi insegue.
Fred Vargas mantiene un personale punto di vista, stretto come una coperta ai personaggi che dipinge, meticolosamente, su uno sfondo di montagne fredde, ovililerci e leggende contadine. E per compiere questa disamina chirurgica, riuscendo a esporre le viscere emotive di protagonisti e comprimari, usa principalmente l’arma, affilata dall’esperienza, del dialogo.
Attraverso le lunghe chiacchierate, spesso confronti uno a uno, nei quali s’insinuano terze e quarte voci solo per porre freno a uno dei contendenti o calcare la mano su certi concetti, la scrittrice francese ci conduce nella loro anima, ci mostra le paure e le consunzioni, ma anche le capacità nascoste, la forza, e, spesso, l’innata simpatia di persone che sono semplicemente ciò che sono. Perché alla fine noi li conosciamo, sappiamo che il Guarda è di guardia e se noi possiamo dimenticarcene, perché la storia punta il suo sguardo altrove, lo facciamo con la sicurezza di chi sa di avere le spalle coperte. Come Soliman davanti ai giovinastri che lo vorrebbero picchiare, o come il commissario Adamsberg, che gliene deve una, al contadino silenzioso che gli salva la vita.

Martedì ci furono quattro pecore sgozzate a Ventebrune, nelle Alpi. E giovedì nove a Pierrefort. I lupi, – disse un vecchio. – Scendono a valle.” 
Ma è davvero un lupo che uccide tra le montagne del Mercantour? Mentre le superstizioni e le leggende cominciano a girare, un sospetto si diffonde: non è una bestia, potrebbe essere un lupo mannaro. Quando Suzanne viene ritrovata sgozzata, il dubbio diviene certezza. Una nuova inchiesta per lo stralunato Adamsberg e il suo vice, il coltissimo e iperrazionalista Danglard.

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Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver

A pochi giorni dalla fine dell’inverno, recupero una recensione che ne parla, attraverso l’analisi di uno dei pochi gialli che io abbia mai letto. Scritta in uno dei periodi di scarsissima lettura mi è sembrata adatta per questa fine inverno, dove tra lavoro, studio, secondo lavoro,… leggo ancora ma meno di quanto vorrei.
Ma quello era novembre, il novembre del 2009 (quando Hell era il primo commentatore del blog).

Era tanto che non parlavo di un libro. Probabilmente perché è tanto che non ne finivo uno. Da un po’ soffro di attacchi di ‘attrito narrativo’: le parole delle storie grattano scorrendo nella testa, faccio fatica a farle arrivare, come se spingessi vecchie lavatrici rugginose lungo interminabili pavimenti in parquet sconnesso. Mi devo impegnare anche per finire le istruzioni sul retro dei detersivi.
Di conseguenza sono passate settimane dall’ultima delle mie ‘recensioni’. In questa, per cambiare, via le fastidiose virgolette doppie (“) e diamoci sotto di virgoletta singola (‘), che alleggerisce e fa svolazzare rapido sto lenzuolo interminabile (lo ammetto, sto aggiungendo questa riga dopo aver finito di scrivere tutto il resto ahah).
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