Consigli per le letture. Tre ebook tra horror, fantastico e fantascienza

Come già si diceva nei post precedenti, ho sospeso la scrittura di “recensioni” sul blog, dedicando gli articoli ad argomenti diversi. In questo periodo ho ancora meno tempo del solito da dedicare alle mie attività collaterali, e i post in sospeso mi osservano sbuffando di noia dall’elenco bozze. Mi spiaceva però non segnalare nemmeno le ultime buone letture. So che questo blog non è esattamente un faro di visibilità nel mare mostruoso di internet, ma magari qualcuno dei miei 10 lettori (che si ostinano a cercare notizie su Bruce Lee e True Detective finendo da queste parti) potrebbe scoprire storie e autori delle quali sapevano poco o nulla. Quindi con cadenza al solito strettamente aperiodica cercherò di scrivere una lista di ebook e libri con qualche parola di commento, una sorta di “consigli per gli acquisti” di ebook e cartacei, autoprodotti o di autori ancora poco noti. Questa volta tocca a dei “ragazzi” (l’età media varia, concediamoci questa licenza dai 😉 ) in gamba, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona (e due di loro li ho immortalati a una certa premiazione a Lucca, alcuni anni fa).
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Una fanfiction per Obscura Genesi

Ebbene sì, quando meno te l’aspetti, succedono cose come questa. Ti trovi i fan sotto casa che scrivono le fanfiction ispirate alle tue storie. Nel mio caso si tratta di un testo che già conoscevo, dalla penna dell’amico giornalista Alberto Orsini, esperto di libri game e uno dei beta tester del progetto Obscura Genesi.

Per i nuovi lettori del blog, una rapida rinfrescatina.
Obscura Genesi, per gli amici OG, è un’ambientazione futuristica nata qualcosa come 6 o 7 anni fa, dove è ambientato l’omonimo libro game. Una terra devastata dalla guerra con enormi alieni insettoidi da Plutone, una fonte di energia che proviene da altre dimensioni, uno scienziato pazzo di nome Venkman e tante battaglie negli avamposti terrestri. Ispirazioni molteplici, da Lovecraft ai videogame come Dead Space, ai film della sci-fi classica (Starship Troopers per dirne uno), il tutto infarcito da citazioni, splatter e ironia.
OG fu il mio primo tentativo di pubblicare qualcosa con una casa editrice, e fallì miseramente. Ma dagli scambi di mail con certi personaggi dell’ambiente, come il buon Daniele di Edizioni XII, nacquero in seguito numerose attività (e tante amicizie) che porto avanti tutt’ora.
Scartata la casa editrice seria, optai per il POD di Boopen, servizio terrificante, libro senza immagini nei cataloghi online, mail su mail per ricevere quel minimo delle royalties accumulate. Qualche breve recensione, numerose critiche al regolamento troppo lungo che avvicinava OG a un gioco di ruolo, qualche fan che ancora se lo ricorda al punto da annoverarlo tra i volumi della sua collezione di LG, dopo averlo acquistato a Lucca Comics dove lo distribuiva l’amico Luca della WildBoar Edizioni.
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Un fil di fumo (ebook) di Davide Mana

Un fil di fumo ebook di Davide ManaPausa lettura. Questo potrebbe essere il nuovo titolo della fu rubrica “opinioni non richieste”, a sua volta ex “recensioni”. Del resto ormai, tutti i blogger lo dicono, chi legge più le recensioni? Mah, io per esempio. E pure quelle lunghe, visti i siti che frequento, e sia quelle puntuali dedicate a un unico titolo (che sia libro, film, videogame), sia i “dossier” più corposi e analitici, come certi nuovi post di Alex, o la recente ottima scoperta degli Yellow Mythos analizzati da Obsidian sul suo blog. I presupposti, purtroppo mai ovvi, sono che chi scrive sappia di cosa parla e che sia abbastanza onesto da scrivere davvero ciò che pensa. Note marchette ad amici o le terrificanti auto recensioni amazoniane sono i peggiori esempi di quel che non si dovrebbe invece mai leggere (né scrivere, ma si sa, è l’occasione che fa l’uomo marchettaro). La lunghezza non è invece mai un problema, ci sono ottime recensioni secche di 50 righe, così come analisi che si dilungano per cartelle.
Qualcuno arriva su questo sito per leggerle? No: Ce ne sono forse un paio che ogni tanto fanno capolino nella top ten del sito, come quella de La grammatica della fantasia di Rodari.
Ha senso continuare a scriverle? Senza dubbio. Perché mi diverto a farlo. E’ un momento, se pur breve, nel quale riporto alla mente testi che mi sono piaciuti e provo a comunicare il cosa e il perché. Sicuramente dossier più ampi e strutturati sarebbero ancora più utili in tal senso. Però poi chi programma? 🙂

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La galaverna di Samuel Marolla

La galaverna

La galaverna

Milano, giorni nostri. Uno spregiudicato manager scopre che nei parcheggi sotterranei dell’avveniristico grattacielo della sua multinazionale, edificato nel centro della città su rovine millenarie, una forza antica e malefica si è risvegliata da un lungo sonno. Un uomo convive fin dall’infanzia con la facoltà (o la maledizione) di poter scorgere, lui solo, invisibili e pericolose geometrie metropolitane. Due protagonisti indiscussi della movida milanese alle prese con i segreti oscuri della luccicante vita notturna. Tre racconti del terrore di Samuel Marolla, un viaggio nei recessi oscuri di una Milano tecnologica, multietnica e moderna, ma ancora dominata da malvagi poteri millenari.

Ebook disponibile sul Kindle Store.

Ero alla ricerca di un recente lavoro di Samuel Marolla, un weird west (che poi ho acquistato e sto leggendo in questi giorni), quando ho scoperto quanti titoli dell’autore milanese che mi erano sfuggiti, autopubblicati su Amazon e passati un po’ in sordina, penalizzati ahimè da una micidiale assenza di marketing.

Di Samuel ho già parlato, ai tempi del suo Colosso addormentato, l’introvabile Malarazza uscito per Mondadori, e della raccolta Racconti Crudeli. L’ho intervistato, perfino, ben 4 anni fa, per l’immarcescibile sito La Tela Nera. Una conoscenza di vecchia data, costellata da altri titoli ancora (penso a La mezzanotte del secolo, La Janara, l’inglese Black Tea and other tales), un curriculum di tutto rispetto, una qualità che sembra non mostrare cedimenti. Samuel rimane l’autore di store horror che più riesce a impressionarmi, senza ricorrere a trucchi o a splatter narrativo di alcun genere, ma tessendo una tela di angosce metropolitane, sulla quale si muovono creature che appartengono ai nostri incubi più primordiali.

La galaverna l’ho trovato quindi così, per caso, e la sinossi, perfetta, mi ha “costretto all’acquisto”. L’ebook consta di tre racconti, ancora una volta ambientati nella Milano oscura che già è stata protagonista indiscussa delle azioni della malarazza, questa forza maligna quanto da sempre parte dell’uomo, una sorta di cancro che sembra aver trovato nelle metropoli moderne il luogo ideale dove proliferare. Impressione questa che mi ha fatto amare particolarmente queste storie, a partire dalla sinossi, per quel riecheggiare il noto Nostra signora delle tenebre di Leiber.

Quel che sembra accomunare queste incursioni nell’orrore che si nasconde tra le case di una gelida Milano è (ancor più marcato che in altri suoi lavori) l’assottigliarsi dell’elemento sovrannaturale, sempre più vicino invece a una deviazione malata della umana natura. Droga, sesso, violenza, tutto si acquista e vende, si consuma e si dimentica, nelle vite bruciate dei protagonisti. Solo nel terzo racconto l’incursione finale dell’orrore è legata a un più comune elemento fantastico e secondo me ci perde di potenza, rispetto a quanto Samuel aveva preparato fino a quel momento, descrivendo il sottobosco tossico e mefitico della “movida”.

Potente quanto silenzioso il secondo racconto, col suo giovane protagonista capace di “aprire gli angoli”, in una reminiscenza vaga di certe geometrie non euclidee nelle soffitte di Arkham. Anche a distanza di migliaia di chilometri accedere a questi varchi, reali o mentali che siano (c’è veramente differenza?) non regala niente di buono.

Tecnicamente forse è il primo il racconto che scricchiola un po’, con un inizio aggressivo ma incontrollato, che però trova ritmo e consistenza dopo poche pagine. Ottimo l’uso del dialogo, che Samuel padroneggia alla grande, mi si perdoni il tecnicismo, uno dei punti forti nella sua costruzione dei personaggi.

Vi lascio con un passaggio del terzo racconto, che pur non avendo praticamente relazione con la storia, non sono riuscito a staccarmi di dosso, quel “muso”.

In sottofondo sentivano Giulia parlare con la sua amica e fuori le file di auto che andavano nelle discoteche, nei locali aperti fino all’alba, nell’aria un’elettricità invisibile che si trasmetteva da persona a persona, da macchina a macchina, come un virus subsonico che strusciava il muso sui vetri a specchio dei grattacieli.

Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.
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YellowBrickRoad

Sono quasi le tre, è venerdì pomeriggio e per l’ennesima volta da ‘ste parti le cose stanno per cambiare. Niente di blogghistico, anche se ci saranno ripercussioni, si tratta di lavoro. Ci starebbe un bel discorso, fossi uno di quelli che ci riesce, su scelte, sentieri e finali, pur sapendo che soprattutto nella nostra generazione i finali sono ben lontani dall’essere chiari. Quindi si cerca di godere del viaggio, anche quando per cause esterne il convoglio deraglia e tocca mettere assieme i pezzi e ripartire su binari diversi. O tornare indietro, che poi no non si può davvero mai, ché l’esperienza te lo impedisce anche a rifare sempre le stesse cose, di tornare davvero indietro.

E insomma in un momento così capita che Gigi (sì lui quello che racconto le storie di Idrasca, e si è pure cimentato in una storia di carne e morte, col sottoscritto) mi suggerisce un film dell’orrore (mai una commedia eh, mai ma mai!) del quale avevano già parlato (bene) l’Alex e la Lucia. Nonostante problemi a reperirlo, a vederlo con continuità e l’angoscia di fondo che insomma mica fa sempre bene, sono arrivato fino alla fine giusto qualche minuto fa. E ho pensato che due righe valeva davvero la pena scriverle.

yellow brick road

Il sentiero di mattoni gialli

YellowBrickRoad (tutto attaccato in questo caso) è un film di Jesse Holland e Andy Mitton, ed è anche il nome scritto su una roccia, accanto a un sentiero che porta nei boschi verso Nord fuori dal paese di Friar. Lungo quel sentiero si incamminano gli abitanti, il 10 ottobre 1940, per non far mai ritorno. Trecento di loro verranno ritrovati morti dai militari, alcuni carbonizzati o congelati. Il resto è disperso. Settanta anni dopo un gruppo di esploratori decide di ritrovare il sentiero e percorrerlo per scoprirne i segreti.

Il sentiero da cui prende il nome la pellicola è quello citato nel Mago di Oz, è la strada da percorrere per arrivare al Mago ma è anche un luogo denso di pericoli, che mette in comunicazione molti luoghi e che presenta bivi ai quali si potrebbe finire per continuare sul sentiero “giusto” oppure su quello “sbagliato”. Già l’idea di base è interessante e potente, da questo spunto potrebbe venir fuori qualsiasi cosa. Metteteci il confronto con la natura. Che poi quando uno legge questa frase pensa a cose estreme, a luoghi inospitali, dove “il pericolo è in agguato”, così come alla rappresentazione più tipica e orrorifica di boschi e foreste. Eppure chiunque sia stato in montagna e abbia deciso di tagliare per una “scorciatoia” che non conosce, chiunque sia stato in un bosco fitto per la prima volta, ha pensato a cosa sarebbe successo a perdersi, a perdere l’orientamento, a trovarsi a vagare senza cibo o acqua.

E quel pensiero fa paura, non servono ululati o rumori minacciosi, non serve la notte che incombe o strane ombre tra gli alberi storti. Persi in mezzo a un bosco del quale non si conosce la fine, tra alberi che bloccano la visuale e scarse conoscenze di orientamento, si entra in contatto con paure vere e profonde, con la solitudine di una natura che solo esistendo è pericolosa per l’uomo che non la comprende.

Attorno a questo concetto ruota una buona parte del film, dove i personaggi vedono svanire giorno dopo giorno il proprio controllo sull’ambiente circostante, privati degli strumenti e beffati in un colpo solo di tutte le capacità tecniche dei quali l’uomo si circonda per sentirsi capace di affrontare l’ignoto. E una volta smarrito il controllo sul proprio sistema di valori, quando la bussola indica direzioni casuali e il GPS smette di funzionare, anche il controllo su se stessi inizia a venire meno.

Se questo non bastasse (a me ammetto già basterebbe per correre verso casa) strane musiche, inquietanti canzoni gracchiate da grammofoni che sembrano nascosti tra gli alberi e nella terra, torturano le loro menti.

Se c’è una cosa nella quale il film riesce molto bene è la gestione del crollo mentale dei protagonisti e la sua messa in scena. Attraverso sottili indizi ne cogliamo l’inizio, finché gli effetti della musica, dell’incapacità di tornare indietro e della solitudine di ognuno, fanno esplodere la follia latente rappresentata in pochi momenti “gore” della pellicola.

Da qui in poi occhio, ci sono spoiler sul finale.

Per me, pur in una messa in scena forse sotto tono rispetto al resto della pellicola, gli ultimi cinque minuti completano una storia che, appunto, è solo tale. Semplicemente ne rivela il narratore. L’idea che loro non siano reali è suggerita all’inizio, ed è rinforzata durante la pellicola. Non ci è concessa nessuna visione di un mondo oltre quello delle loro percezioni. Ci sono accenni a storie vissute, ad altre spedizioni affrontate assieme. Ma anche quelle sono storie nella storia.
La stessa Melissa descrive una possibile apocalissi dove tutto è morto e loro sono gli unici sopravvissuti. Un presente in cui tutto è morto, come nel paese di Friar, dove resiste solo il cinema e chi ci lavora(va).
Nessuno fugge da Friar (come in quella vecchia storia di Stephen King sul paese dove vivono le star del rock scomparse) ma chi s’incammina sul sentiero di mattoni gialli diventa parte della sua leggenda.

Creepypasta, un primo passo tra i meme dell’orrore

These days, instead of the campfire, we are gathered around the flickering light of our computer monitors, and such is the internet’s hunger for creepy stories that the stock of ‘authentic’ urban legends was exhausted long ago; now they must be manufactured, in bulk. The uncanny has been crowdsourced.
Will Wiles

Ho qualcosa come 15 bozze di articoli, alcune risalenti a una diversa era geologica, ho ancora 40 recensioni dal vecchio blog da recuperare e ogni tanto tutto questo torna utile. Come oggi, che a due giorni dalla chiusura del concorso Fun Cool del solito folle Raffaele non sapevo proprio che cosa mandare e mi son trovato per le mani la bozza su Creepypasta e tutto è stato chiaro.

Ma andiamo per ordine. Creepypasta l’ho conosciuto tramite un link su fb, credo del solito Elvezio, dove si spiegava il fenomeno dietro questo strano sito di “leggende urbane”. Si trattava di questo articolo, che vi consiglio di andare a leggere, With a flood of dark memes and viral horror stories, the internet is mapping the contours of modern fear. Si parla di meme, orrore virale e paure moderne, materiale interessantissimo e fonte di numerose ispirazioni.

Come spiegato nell’articolo il Creepypasta deriva da copypasta, vocabolo coniato a indicare tutti quei brevi estratti di testo o video che vengono copiaincollati (diremo noi italiani) in giro per il web, tra forum, siti e social network. Il sito Creepypasta, con la sua wiki, conta più di 15.000 voci di questo tipo, voci che hanno in comune l’essere una eco di altre storie, come se tutte fossero state sentite e raccontate ancora e ancora. In inglese c’è addirittura un termine per indicare questo genere di racconti: FOAFlore, friend-of-a-friend lore, della serie un amico di un amico ha detto che suo cugino…

Tema a dir poco affascinante, la diffusione virale di un meme horror, la nascita delle moderne leggende urbane (dove urbano è cyberspaziale, sottintende vie di accesso e mezzi di comunicazione virtuali, che ricalcano e amplificano il “racconto attorno al fuoco” in maniera esponenziale).

Tra tutto questo materiale ho estratto una parte minore e molto particolare, la sezione dedicata a The Holders.

Slenderman (DeviantArt di vonanthonythefirst)

Figura dell’orrore nata su Creepypasta, Slenderman (DeviantArt di vonanthonythefirst)

Gli Holders, i possessori, sono 538 oggetti come The Holder of Pain, The Holder of Sorrow e così via. Sono dei creepypasta creati seguendo un modello di fondo che è di certo assimilabile alla quest. E che mi ha ricordato molto il racconto breve Instructions di Neil Gaiman. Ognuno di questi frammenti contiene una sequenza di istruzioni per diventare il nuovo possessore di un certo artefatto, evocare o contrastare creature sovrannaturali, con la consapevolezza che mai i 538 Holders dovranno essere raggruppati assieme (da annotare vicino a non incrociate i flussi e gli effetti degli oggetti rubati alla camera perduta).
Nella versione originale la maggior parte degli Holders inizia con una frase di rito

In any city, in any country, go to any mental institution or halfway house you can get yourself to

frase che non ho utilizzato, non essendo il mio un Holder ufficiale.

Se l’argomento vi interessa c’è la wiki dei Creepypasta da visitare che non contiene più uno dei racconti considerato tra i migliori, lo trovate a questo link. Nella sua narrazione composta da frammenti di post su forum e il costruire in questo modo una storia di storie, contiene tutti gli elementi del tipo di narrazione di cui parlavamo in precedenza.

L’immagine di copertina è tratta da un breve filmato (in italiano) che potete trovare su Youtube dedicato a Slenderman, figura dell’horror nata proprio su Creepypasta.

Se volete cimentarvi in effetti esiste anche una Wiki italiana http://it.creepypasta.wikia.com/wiki/Creepypasta_Italia_Wiki con tanto di App Android per leggere le storie o visualizzare le immagini postate dagli utenti.

Ma di siti come Creppypasta, una volta entrati nel gorgo, se ne trovano altri, anche di più peculiari, come SCP che lo ammetto devo ancora riuscire a capire bene.

Di materiale ce n’è tanto, a tratti anche troppo, e di sicuro di tutto questo tornerò a parlare prima o poi.
Ora però Il possessore del Vuoto mi aspetta…

Racconti crudeli di Samuel Marolla

L’ha fatto di nuovo. Lui l’ha fatto tempo fa, io l’ho impaginato e ora che l’ho letto posso dire che continua a farlo. Continua a disturbarmi, a infastidirmi, a farmi mettere da parte quello che scrive prima di andare a dormire. Non so come fa, ma tra romanzi e altro horror che ancora ogni tanto mi capita di leggere, niente come le sue storie riescono a essere, come si suol dire, disturbanti. E questa raccolta, che ha quasi un paio d’anni, non è da meno.

Non sapevo quando avrei parlato di questa vecchia raccolta, poi mi son messo a lavorare al sito e leggendo in giro ho scoperto che è uscito Ghites, il nuovo romanzo di Samuel. E così ecco qua, una segnalazione recensione, per uno scrittore che alterna autoproduzioni a lavori che escono nel mercato “classico” (se ne esiste ancora uno) dell’editoria, un’artista dell’orrore che da quando lo conosco non mi ha mai deluso.

imago mortis samuel marollaIl nuovo romanzo, Ghites-Imago Mortis, è già disponibile su Amazon e su BookRepublic e di questo non posso per ora che incollarvi la sinossi e la bellissima copertina. Milano, 2013. Augusto Ghites è un medium con un incredibile potere: entra in contatto con gli spiriti dei defunti solo sniffando o fumando le loro ceneri, come se si trattasse di una droga qualsiasi. Questa terribile dote, a metà fra la maledizione e la tossicodipendenza, fa di lui un uomo solitario, malinconico, ostaggio del proprio vizio segreto, e circondato solo da gente morta. Quando un’anziana ex prostituta gli chiede di aiutarla a scoprire l’assassino che nel 1953 uccise diverse sue colleghe, inizia per Ghites la discesa in un girone infernale di cimiteri, ex case chiuse, battone ottuagenarie, circhi malfamati, periferie invase da scorie chimiche e balordi di ogni risma, sullo sfondo di una Milano pre-Expo schizofrenica, spietata, preda degli istinti più bassi e del motto segreto che regola la vita dei suoi cittadini: homo sine pecunia est imago mortis, l’uomo senza denaro è l’immagine della morte.

Tempo di comprarlo su Amazon infilarlo nel Kindle e farmi rovinare le notti dai suoi incubi, e ve ne parlerò.

Per ora torniamo a Racconti crudeli, ebook autoprodotto di Samuel acquistabile sul sito di Amazon.

Uno scrittore dilettante scopre a Milano un misterioso corso di “scrittura memetica” le cui lezioni avranno esiti decisamente infausti. Nel prossimo futuro, un’Europa in ginocchio a causa della crisi economica e alle prese con un’invasione militare africana scopre che il continente nero ha portato la guerra alla sua più estrema e atavica conseguenza. Nel Mobilificio De Zani, emblema della produttività brianzola, le persone spariscono e i mobili assumono connotati da incubo.

Tre racconti e una cornice per una nuova immersione in quella dimensione dell’horror quotidiano, casalingo e cittadino, che Samuel riesce a evocare con grande abilità. In fondo è questo l’elemento veramente terrificante delle sue storie, quello shift tra la realtà normale e la realtà Altra, impercettibile eppure straniante, che accompagna ogni racconto.

Così ecco lo scrittore che studia “scrittura memetica” senza comprendere, fino alla fine, le terribili implicazioni di questa forma artistica (che in chiave ottimistica ci si potrebbe augurare esista davvero ma, nella chiave di lettura di Marolla è qualcosa che non ci auguriamo possa accadere, se non è già troppo tardi).

ebook racconti crudeli di Samuel MarollaIncastrati tra gli orrori del Marchio nero, ci sono i racconti Fame e Skrak. Nel primo ci troviamo in una distopia, un futuro alternativo a quello ‘sperabile’ (che non è nemmeno il nostro a pensarci ma queste sono altre considerazioni) dove l’Europa indebolita dalla crisi viene invasa da un’alleanza di potenze africane. Un rovesciamento di ruoli, il mondo rinato dove il nero è il nuovo bianco, si potrebbe dire. E con questa nuova realtà tornano le buone vecchie abitudini antropofaghe, da abbinare alla più classica schiavitù (ovviamente sempre in una visione invertita dei ruoli).

Skrak è indubbiamente il mio pezzo preferito della raccolta. Una giovane coppia va a far acquisti in un grande magazzino della Brianza, un enorme realtà di vendita che ricorda colossi ai quali siamo abituati da anni. Tra camere arredate, offerte e mobili di ogni tipo la moglie svanisce nel nulla, lasciando indietro un uomo che per la disperazione scende lentamente in un abisso di ossessioni.

Leggendo Skrak non ho potuto evitare una connessione con alcune chiacchierate degli ultimi tempi sulle leggende urbane e sulla loro genesi, ai tempi di internet. Quella del mobilificio demoniaco che assorbe le persone sembra perfetta per diventare un meme diabolico pronto a diffondersi, tra accenni e “sentito dire”, di quella volta che uno ha raccontato all’amico del cugino che ha perso di vista la moglie all’IKEA e non l’ha più trovata (e su dai niente battute del tipo “ma che fortuna!” mi raccomando).

Come sempre l’introduzione alla leggenda è un lento e avvolgente calare nell’incubo, narrato da una “persona” molto particolare. Ma è da quando il protagonista, Stefano, rivede la moglie in una fotografia del catalogo (deformata in un terribile urlo in uno specchio), che il racconto prende ancora velocità, fino al terribile finale.

Tra forme metafisiche di scrittura, mobilifici assassini, fantasmi e nuove civiltà antropofaghe, protagonista assoluta (nonostante la trasferta di Fame) rimane la città di Samuel, Milano. Entità crudele e impersonale, raccolta dopo raccolta sta assumendo una personalità sempre più intensa, una presenza inquietante nella geografia dell’incubo.

Racconti crudeli è una raccolta autoprodotta di ottimo livello, tolti alcuni refusi e una certa pesantezza iniziale, acquistabile su Amazon a 0.99€, pochissimo, una cifra irrisoria per un titolo perfetto per iniziare a conoscere un bravo interprete italiano dell’horror.

Può interessarvi rileggere l’intervista che feci a Samuel Marolla.

Il compleanno di Doom

Perso tra il caos del periodo, tra cenaperitipranzinatalizi con amici e qualche ultimo acquisto da fare, mentre in forno finiscono di cuocere un paio di strudel con pere, cioccolato e amaretti, due parole su un compleanno tutto speciale le volevo spendere. Correva l’anno, mi ha ricordato qualche giorno fa Alessandro con il suo eBook gratuito, correva l’anno 1993, quando iniziai a giocare a Doom, distribuito la mezzanotte del 10 dicembre.
E per capirlo bene, il senso di questi ricordi, bisognerebbe esserci stati, quando c’erano videogiochi (film, libri,…) che riuscivano a essere punti di svolta. Doom ci riuscì, e le ore passate in quei corridoi dove ancora la grafica 3D “vera” doveva arrivare, ma che all’epoca bastava e avanzava per creare atmosfera e mettere tensione durante il gioco, sono indimenticabili. Il movimento fluido, ereditato dal precedente titolo della software house, Wolfenstein 3D, era incredibile, come le mostruosità tecno organiche che si muovevano per i corridoi bui della base militare.

Doom logo
Uscirono decine, centinaia di MOD per il gioco originale, mappe di ogni tipo fatte dai fan ed espansioni più grosse. E vennero anche dei seguiti, un secondo titolo discreto, un terzo che non riuscii mai a finire, noiosissimo e fuori tempo massimo. Da anni si parla inoltre di un quarto capitolo, slegato dal precedente, che non ha ancora visto la luce.

Nel frattempo il gioco è stato adattato per ogni possibile dispositivo elettronico, è giocabile anche via browser e ne è stato un film, terrificante ma per i motivi sbagliati (la sequenza in prima persona… roba da far sanguinare le pupille) e alcuni romanzi.

doom-iconPer chi lo volesse rigiocare segnalo:

La FantasyFlightGames (che distribuisce anche l’ottima nuova versione del lovecraftiano Arkham Horror e le sue espansioni) ha prodotto nel 2004 un boardgame su Doom, ormai purtroppo fuori commercio e rintracciabile su ebay a prezzi non proprio concorrenziali.

Nel mio piccolo l’omaggio a quelle ore passate a sterminare mostruosità aliene l’ho realizzato anni fa con il (complicatissimo, ahimé) libro game Obscura Genesi (le cui ispirazioni comprendevano anche il bellissimo Gears of War, grande rimpianto da quando ho scambiato l’Xbox per la PS3, e certi Miti lovecraftiani). Ogni tanto salta fuori qualcuno che mi chiede che fine ha fatto il testo (auto pubblicato con Boopen, non è più disponibile) e se magari si potrebbe giocarlo come eBook (ok Loro vogliono il PDF ma noi sappiamo che i PDF non sono eBook). L’ipotesi di semplificare le regole, editare il testo, rilasciare un eBook, giocabile come lettura ma che necessita di carta e dadi per combattimenti, inventario e quant’altro, non mi ha mai fatto impazzire. Ma chissà, magari un giorno troverò il tempo per tornare a fare un viaggio su Plutone, alla ricerca delle rovine dell’Avamposto Gamma

H.P. Lovecraft. Da altrove e altri racconti, di Erik Kriek

Lovecraft Da AltroveQuest’anno sono tornato da Lucca col bottino più misero di sempre, dovuto a vari fattori (la crisi, c’è la crisi!) tra i quali spiccava la scelta di privilegiare gli incontri con gli amici, mangiare e bere in compagnia e vedersi i cosplayer. Un esperimento che ha dato ottimi frutti, per quanto purtroppo le intemperie e i soliti problemi di trasporti lucchesi abbiano impedito una certa cena. Anche l’aver limitato la visita alla fiera a UN giorno e aver beccato proprio la data del Nuovo Diluvio Universale (che non ha fermato i – dicono – 70.000 visitatori di quel giorno), possono essere stati fattori di una certa importanza nella mia scarsa permanenza agli stand. Per fare un esempio, l’entrata al Games, il mega padiglione che è posto tra le mura di Lucca e la stazione, quindi il punto in cui entrano subito TUTTI i visitatori, ce la siamo guadagnata in meno di mezz’ora in un attimo di tregua dalla pioggia. Ho sentito di gente che c’è rimasta più di un’ora, in fila. Qualcuno è ancora lì, in cerca dell’uscita.

E insomma, cosa ho preso? Beh, eliminati i vari comics che mi ero già procurato via Amazon grazie a un buono (gli ultimi numeri di Hellboy e BPRD, che francamente erano evitabili in quanto a qualità delle storie), ho optato per due volumi per i quali c’era l’autore presente. Per quel discorso che tanto il libro/gdr/graphic novel/… lo puoi comprare ovunque, ma in queste occasioni ti puoi far lasciare un segno da chi ci ha lavorato, e magari – non quel sabato a Lucca certamente – scambiarci due parole. E quest’anno ho preso appunto H.P. Lovecraft. Da altrove e altri racconti di Erik Kriek e Apocalisse, illustrato da Paolo Barbieri. Okay questo non l’ho preso proprio io, mi è stato gentilmente regalato, con tanto di dedica, ma lo faccio figurare tra gli acquisti altrimenti sembra che a Lucca ho solo gozzovigliato e mi son goduto la gita in un bellissimo B&B racchiuso in un borgo medioevale.

Finita questa “breve” introduzione fuori luogo, arriviamo al volume di cui nel titolo, una nuova versione illustrata dei racconti del Maestro di Providence, una delle muse di questo sito, Howard Phillips Lovecraft. Le sue opere come forse saprete, sono già state rappresentate da chine, matite e colori, negli anni passati, con risultati sempre di ottimo livello. Tra tante ricordo il Lovecraft di Alberto Breccia e  i racconti illustrati da John Coulthart in The Haunter of the Dark. La stessa vita del Maestro è stata rappresentata, in modo surreale e affascinante, nel volume Lovecraft della Vertigo. E come per la narrativa anche nell’arte grafica i Miti hanno dato forma a nuove inquietanti storie, come nel Neonomicon di Alan Moore, o nei passatempi di ogni tipo, illustrati da decine di artisti riportati in parte nel volume dedicato all’Arte dei Miti di Cthulhu.

In questo Da altrove l’olandese Erik Kriek ci porta a rileggere, in forma di graphic novel, L’Estraneo (The Outsider, ), Il colore venuto dallo spazio (The color out of space, 1927), Dagon (Dagon, 1923), Da altrove (From Beyond, 1920), La maschera di Innsmouth (Shadow over Innsmouth, 1931). Cinque racconti tra quelli più conosciuti anche se li ritengo tra i più “sovraesposti”. Ci sono molti altri lavori di H.P.L. che meriterebbero di venir disegnati e mi chiedo se davvero sia necessario puntare sulla popolarità delle storie per vendere un volume del genere.

Erik Kriek LovecraftScelta delle storie a parte, il libro ha il pregio dell’interpretazione visiva alla vecchia maniera di certe riviste della EC Comics (Tales from the Crypt) che contaminarono l’horror negli anni ’50. Purtroppo, se il tratto di Kriek riesce a rendere benissimo quelle atmosfere e quel gusto del terrore, non riesce altrettanto bene nell’adattamento delle storie di Lovecraft. Finali alterati e in parte monchi, per quanto non tolgano molto al senso della storia, ne alterano il punto di vista. Dalla troncatura dell’Estraneo a quel Dagon e le sue “chimere” che rubano la scena alle urla finali rivolte alla creatura che, forse, lo ha seguito fin nel nostro mondo.

Volume dedicato ai soli fan del lavoro di Lovecraft (e quelli di Kriek, immagino), e di chi ha ancora voglia di leggersi fumetti in stile horror ’50, ha inoltre la pecca di non dire nulla sulle ispirazioni visive, su quei fumetti che non tutti gli appassionati conoscono, e sulle motivazioni che hanno spinto l’autore a quella scelta.