Forbidden Siren 2 (PlayStation 2)

Nel 2004 il panorama videoludico degli appassionati di horror venne colpito da un capolavoro affascinante quanto controverso, il survival horror Forbidden Siren della Sony Computer Entertainment che divise in due il mondo dei giocatori. Per alcuni un capolavoro unico per altri un gioco estremamente sopravvalutato, moltissimi però furono d’accordo sul fatto che le novità ed il fascino del gioco erano soffocati da una difficoltà che a tratti lo rendeva quasi ingiocabile e da una storyline troppo complessa.

Ma ecco che dalle rossastre nebbie dell’isola di Yomijima emerge un nuovo inquietante capitolo della saga, la sirena suona ancora e questa volta qualcosa è cambiato.
La prima cosa che colpisce di FS2 è l’assembramento di protagonisti. Ebbene si, noi abituati a giocare con un unico alter ego, qualche volta due (ma in genere il secondo è relegato a una parte di secondo piano, vedi Resident Evil 4) ci troviamo di fronte a moltissimi personaggi che sono giunti sull’isola maledetta in seguito ad un naufragio e sono sparsi in punti diversi. Lo svolgimento della storia non è neppure lineare cronologicamente, per cui ci troveremo a controllare persone diverse in orari diversi che anticipano un certo evento all’ora zero, avanti ed indietro nel tempo, e lentamente inizieremo a scoprire quali sono gli oscuri legami tra tutte queste persone. Nel gruppo troveremo Shu Mikami, un uomo dicui sappiamo solo che ha assistito alla morte del padre da cui è fuggito dopo aver scorso un uomo con un cane, solo per scoprire, giunto sull’isola, che l’uomo col cane era lui stesso 29 anni dopo, divenuto cieco e accompagnato dal fedele cane guida.Tutta la vicenda si snoda attraverso filmati in cui l’immagine è sporca e disturbata, il che la rende notevolmente inquietante, ma con modelli dei personaggi che sopratutto nei primi piani dei volti rivelano una cura maniacale per quel lavoro, che riesce a rendere molto realistici ed umani e meno meccanici i movimenti ed i lineamenti dei vari protagonisti.

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Il sangue non è acqua di Paolo Agaraff

Ultimamente leggo poco. Voi starete pensando che non ve ne frega niente, ma io continuerò, seguitemi che vi spiego. Dicevo, è da tempo che leggo poco, fatico a trovare nelle storie qualcosa che mi faccia sperare di arrivare presto alla fine, non per l’avversione ispirata dal testo, ma per conoscere la conclusione di una storia appassionante. Ed in questo mare di noia e nausa mi sono aggrappato con speranza ai due libri inviatimi dall’amico Paolo Agaraff, dotato di più cervelli e tante mani, che per nostra fortuna sono capaci di dare vita alle storie di cui parlavo prima (quelle appassionanti, non la nausea, era chiaro, no?).

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Shutter (2004)

Dall’est soffiano quindi ancora i venti gelidi della morte e finalmente s’incarnano nelle figure spettrali di un film che riesce a regalare qualche brivido e qualche sopresa agli spettatori, ormai cresciuti a pane e The Ring vari, remake americani di film orientali (The Ring appunto, ma anche The Grudge, Dark Water e così via) e di saghe originali che perdono qualsiasi vigore avesse l’originale (The Eye ad esempio, dei fratelli Pang, connazionali dei registi di Shutter).

Ed ecco quindi Shutter, film distribuito dalla Key Films e di produzione thailandese, diretto ormai due anni fa da Banjong Pisanthanakun e Parkpoon Wongpoom. Il film prende spunto da un fenomeno molto noto a tutti gli appassionati di parapsicologia, cioè la possibilità della pellicola fotografica di riprendere attività spiritche. Le connessioni tra la tecnologia ed il mondo degli spiriti sono state più vole riprese nei film (ricordiamo ad esempio il passabile White Noise, sulle voci dei morti udibili nel “rumore bianco” di una stazione non sintonizzata) e qui la fa da padrona lo scatto fotografico, cioè l’esposizione della pellicola all’immagine attraverso l’apertura a scatto dell’otturatore.

Nella storia i protagonisti sono due giovani innamorati, impersonati dai bravi Ananda Everingham e Nathaweeranuch Tongmee, perseguitati dallo spirito vendicativo di una ragazza che hanno investito e non soccorso. Nulla di nuovo, ormai lo sappiamo tutti che in oriente gli spiriti s’incazzano per poco e tornano brutti e vendicativi come non mai, ma la storia si fa più complessa man mano che lo spirito lascia le sue tracce sulle foto scattate dai giovani, sottolineando indizi che li condurranno alla soluzione del mistero.

L’atmosfera è quasi sempre pesante e la fotografia è buona e rende bene nelle situazioni più buie, dove gli scatti della macchina, accompagnati dal flash, illuminano le fugaci e terribili apparizioni dello spettro di Natre (Achita Suckamana), regalandoci finalmente un film horror che vale la pena vedere, soprattutto per la parte finale, che incastra una soluzione dopo l’altra fino ad una sequenza davvero angosciante sulle possibilità d’interazione tra gli uomini e l’altro mondo.

Se avete mal di schiena, capirete quello che intendo…

Le rane di Ko Samui di Paolo Agaraff

Le rane di Ko SamuiQuanto pratici siete delle code negli uffici pubblici? Come tutti temo abbastanza. per cui sapete che la miglior arma da portare con se quando si va a discutere con un annoiato dipendente dello stato di una propria bolletta è un buon libro. E se per caso il libro parla di creature ibride, batraci cannibali e accoppiamenti blasfemi, sapete di poter aspettare anche molte ore. il pericolo è però di essere catturati dalle atmosfere del luogo, tra cocktail thailandesi e donne affascinanti quanto letali, e perdere il proprio turno allo sportello, perché mentre chiamano il vostro turno stava proprio per emergere l’indescrivibile creatura viscida e tentacoluta che aspettavate dall’inizio del racconto.

E mentre i numeri scorrono sul tabellone luminoso fate conoscenza con tre amabili (nel senso di malaticci, nevrotici, brontoloni) vecchietti che spendono le proprie vacanze in un resort su alcune idialliache isole thailandesi, ignari che misteriose festività si svolgono poco distanti dai loro bungalow. Paolo Agaraff fa da cicerone di questo villaggio turistico e dei suoi risvolti più inaspettati con semplicità, riuscendo a coinvolgere il lettore rendendo possibile la commistione dell’orrore che nessun termine umano può descrivere, omaggiando Howard Phillips Lovecraft ed una sottile ironia il cui ritmo è mantenuto alto dai dialoghi tra i tre protagonisti.

Per fortuna un signore anziano mi scuote la spalla e mi avvisa che è il mio numero quello che lampeggia e mi alzo a compiere il tristo rito della discussione ripensando alle ultime pagine lette. Quel finale, che è l’unica piccola pecca del racconto, un po’ troppo affrettato e con l’imperdonabile (me lo perdoni il mutlicefalo Paolo Agaraff) happy end, che se pur condito da sacrifici e tradimenti e d’accordo con il tono comunque scanzonato del racconto, mal si accoppia (e la parola, scoprirete, non è scelta a caso) con la migliore tradizione lovecraftiana. Ma è un piccolo particolare che non rovina il piacere di aver letto un racconto horror italiano che riesce a trattare Lovecraft in un modo nuovo, esilarante.

Fatto ciò che dovevo fare mi giro a ringraziare il signore ma è scomparso, nella piccola folla che ancora attende non ce n’è traccia. Volevo ringraziarlo e magari avvisarlo. Gli spuntava un biglietto di aereo dalla tasca. Volevo avvisarlo che se stava andando verso Ko Samui, in questa stagione avrebbe fatto meglio a scegliersi una zona più… sicura.