Dalla carne

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Era da un bel po’ che non postavo un racconto, e approfitto di questa piccola creazione horror, nata grazie al concorso di scheletri.com, 300 parole per un incubo, e al sempre grandissimo Luigi Musolino che mi ci ha tirato dentro. Con l’abile e barbuto autore abbiamo scritto come si suol dire “a quattro mani”, questo Dalla carne. Ci siamo ispirati al racconto Dal momento che sono un assassino di Arthur Williams, letto eoni or sono nella raccolta 25 racconti del terrore vietati alla tv (cioè dico ma non è una figata di titolone?!) ripubblicata in varie versione e che consiglio a tutti di leggere, contenitore nel quale si nascondono preziosi come Lukundoo di Edward Lucas White e The Voice in the Night di William Hope Hodgson.
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Due minuti a mezzanotte (ebook) – capitolo 20 di Matteo Poropat

Che ci posso fare, sto ancora ridendo perché insomma, me lo scrivo, me lo impagino, mi scrivo il post. Un uomo tutto fare, non concordate? Ma – al solito – divago. Siamo al 20° capitolo, poco più di una decina alla conclusione, ed è toccato al sottoscritto prendere quanto rimane di Admiral City e dei Super dopo l’assalto di Mezzanotte e i suoi sgherri. Ci sono state rivelazioni non da poco negli ultimi capitoli, e arrivato io ho deciso di… lo scoprirete leggendo, non vi anticipo nulla.
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I suoni nell’erba

I suoni nell'erba (eBook gratuito)

I suoni nell’erba

Strana idea che mi è venuta, dopo aver sentito il video che vi allego, più sotto. Mi ero perfino dimenticato di questo piccolo racconto scritto abbastanza anni fa. Ispirato da un giro in bici, uno dei soliti giri del sabato mattina, ricordo che a qualcuno piacque, nonostante sia al solito una sequenza di sensazioni piuttosto che una vera storia. Magari un incipit, l’inizio un po’ weird di una vicenda mai narrata. Arrivò ben quarto a una edizione del concorso Nella Tela, del buon vecchio Alessio Valsecchi, ecco ora lo cerco …scrub scrub… eccolo! edizione 2009 quando ancora partecipavo e va beh tra menzioni e quasi podi qualche soddisfazione arrivò.

I suoni nell’erba è nato così, ma riprenderlo mi ha ricordato quanti racconti ho da parte che pochi o nessuno han mai letto. Quanti pubblicati su antologie che han visto stampate poche copie e delle quali non ho mai avuto alcun riscontro. Così ci ho pensato e ho deciso che li pubblicherò in eBook, legandoli tra loro in un qualche modo che sto ancora valutando. E se questo ve lo regalo i prossimi riproverò a metterli in vendita ai soliti miserrimi centesimi di euro. Sto pensando a qualcosa di stagionale, sulle orme del bellissimo Stagioni diverse di zio Steve. Quattro racconti per quattro stagioni, magari una traccia bonus. L’estate ce l’avete “tra le mani” (o nel Kindle),  l’inverno con il suo vento gelido lo avete sfogliato virtualmente qualche mese fa. Rimangono primavera e autunno, e so di avere già le storie adatte.
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Visioni di Morte (Sine Requie)

Sine Requie 4° Reich - Elisa Ferrotto

Sine Requie 4° Reich – Immagine di Elisa Ferrotto

In questa tranquilla domenica di novembre, mentre sto preparando un buon ragù fatto in casa, con la calma e la dovizia che richiede, vi ripropongo un raccontino nato anni or sono, per il concorso Visione di morte, che raccoglieva contributi per l’ambientazione IV° Reich di Sine Requie. Una storia breve, dedicato alla vita e alla morte del viscido Viktor von Bock. L’immagine l’ho rubata ai lavori della brava illustratrice Elisa Ferrotto.

Buona lettura e buona domenica!

[box type=”shadow”]Ho poco tempo e troppo da raccontare.

Ben presto saranno qui, per prendermi, per condannarmi, e i minuti che rimangono li voglio dedicare all’uomo, la cui morte il Reich non perdonerà. Spero che queste righe servano a ripulire almeno in parte la memoria delle mie gesta, a dare loro una valida motivazione.

Mi chiamo Hans Wiermacht, Standartenführer di una delle divisioni distaccate di stanza a Berlino est, per il controllo ed il pattugliamento dei confini. Molti anni fa, prima che la guerra tra gli uomini si tramutasse nello sterminio dei morti, operavo nel nord est della penisola italiana, come ufficiale nell’Adriatisches Küstenland, il Supremo Commissariato per il Litorale Adriatico, controllato dall’Oberste Kommissar austriaco Friedrich Rainer.

A quel tempo ero sposato felicemente, e, nonostante il servizio al Reich mi impegnasse di continuo, cercavo di tornare spesso a casa, per assistere ai primi anni di vita della nostra unica figlia. Ricordo ancora la sua gioia nel rivedermi rientrare, la sua energia, la vita che splendeva nei suoi occhi del colore dell’ambra, mentre la malattia consumava inesorabile la mia amata. Agatha… E quando avrei voluto esserle più vicino, i cadaveri si risvegliarono nel mondo intero… Mia moglie morì poco dopo quel giorno, mentre io ero lontano, a cercare di gestire come potevo la situazione.
Da subito i nostri migliori scienziati si attivarono, compiendo analisi sui morti, catturati da divisioni militari create per lo scopo.
Tra questi uomini si distinse il freddo e cinico Viktor von Bock, già noto al Comando per le notevoli doti tattiche e una certa inclinazione a perdere facilmente il controllo.
Von Bock aveva una mente lucida, piegata alla legge del raziocinio più totale. Questo finché la rabbia non esplodeva, diretta spesso senza motivo verso chi gli stava attorno. Si diceva avesse ucciso con le sue stesse mani un cameriere del Circolo Ufficiali, colpevole di non averlo servito come si confaceva al suo grado. Lo scienziato fu uno dei primi a proporre di usare nemici vivi per determinare il tempo e la modalità con le quali tornavano dalla morte. E proprio per tali esigenze venni convocato, nella principale sede di Berlino.
Mi spiegarono che, operando nelle zone periferiche, avevo modo di coordinare tali “recuperi”, e a seconda di quello che serviva al suo gruppo di scienziati dovevo riportare non morti, nemici vivi, animali e quant’altro. Pur riluttante a servire il Reich in questo modo, ubbidii.

Ricordo… era di nuovo inverno… la neve scendeva dal cielo come secchi di vernice, dipingendo la città e i pochi coraggiosi che uscivano nelle strade. Me ne stavo ad aspettare il ritorno di mia figlia, che studiava al collegio Waimairmacht, quando il comando della Gestapo mi passò una chiamata dello stesso von Bock. Farfugliava eccitato che l’ultimo caso sottoposto, una giovane polacca dalla pelle bianca come il manto che soffocava la città, aveva dato origine ad interessanti sviluppi nei suoi studi, e voleva che quanto prima ci muovessimo per portargli un altro esemplare dello stesso tipo. La chiamata e la richiesta mi provocarono un’ondata di fastidio, gli studi sui morti non avevano per me alcuno scopo e questi recuperi nelle zone infestate per procurargli cavie vive erano frustranti.
Ovviamente chinai la testa e obbedii al mio superiore. Nei giorni seguenti cercai e trovai quanto richiesto. Ricevetti numerose chiamate dello scienziato, sia durante la ricerca, ansiose e inutili chiacchierate sui miei progressi, che dopo, noiosi elogi sull’operato della mia squadra. Per le ricerche, mi spiegò von Bock in una di queste telefonate, non tutti gli esseri umani davano eguali risultati. Aveva scoperto che nelle donne, soprattutto quelle più giovani, si nascondevano certi segreti, capaci di spiegare forse lo stesso fenomeno del ritorno alla vita dei morti e intendeva continuare con maggior lena i suoi studi in tale senso. Dal canto mio invece provavo a contattare il Comando, sperando che il mio stato di servizio fosse sufficiente a farmi allontanare da quel compito, ma nulla servì a tale scopo.

Fu all’incirca sei mesi fa che iniziarono a circolare le voci tra gli uomini del gruppo per gli esami scientifici della Kripo. Mi ero recato nei quartieri dove aveva sede il loro quartiere generale, per un incontro con lo stesso von Bock, quando udii per caso i racconti, accompagnati dalle risate di alcuni sotto ufficiali, sulle insane e orribili nuove passioni dello scienziato. Decisi di approfittare dell’anticipo che avevo per entrare nel suo laboratorio personale e parlarne con lui. Lo spettacolo che mi accolse fu terrificante. Von Bock era completamente nudo, disteso sul tavolo del laboratorio. Tra lui e il freddo metallo c’era una delle ultime donne che avevo consegnato nelle sue mani, che si agitava e gemeva.
Sul momento credetti di aver interrotto un inappropriato ma normale rapporto, e feci per uscire e dare il tempo all’uomo di sistemarsi, quando, mentre questi si rialzava e indossava barcollando un camice sporco, notai lo sguardo vitreo della donna. Aveva gli occhi completamente sbiancati, un filo di bava colava dai bordi della bocca violacea, mentre tra le mascelle era serrato un morso di cuoio, legatole strettamente dietro la nuca. Von Bock si avvicinò sorridendo, ma scusandosi per lo spettacolo, una sua passione nata dalla vicinanza con quelle creature incredibili disse.
Così mansuete, docili… ne parlava come di pubescenti vergini che uscissero nelle candide divise del conservatorio… mentre quella creatura continuava a contorcersi debolmente, sibilando, senza poter serrare le mascelle.

Le chiamava crisalidi, diceva che contenevano ancora l’essenza delle persone ma erano prigioniere di un corpo morto. E lui, con i suoi studi, intendeva liberarle. Purtroppo i rapidi processi di putrefazione della carne, non nutrita regolarmente, contrastavano il suo lavoro. Per questo necessitava di nuovi corpi sui quali eseguire i suoi test. Uscii nauseato, farfugliando una scusa e rimandando l’incontro, per il quale avrei atteso una sua nuova convocazione.

Stamattina, dopo settimane passate senza nessuna richiesta di von Bock, attendevo il ritorno di mia figlia dalla scuola sfogliando il giornale. La notizia di un omicidio in un quartiere vicino mi mise addosso uno strano stato di angoscia. Una giovane donna era stata trovata in un vicolo, completamente nuda, legata mani e piedi, mentre un uomo era stato visto scappare dal luogo del fatto. Sono uscito di casa senza nemmeno indossare il soprabito mentre la neve mulinava attorno a me. Ho guidato senza badare a nulla fino ai laboratori entrando di corsa nelle stanze private di von Bock.

L’ho trovato seduto sul ciglio del letto, nudo, sporco di fango, soddisfatto e orribile come un avvoltoio dopo il pasto. Aveva i pugni serrati e da uno di questi pendeva qualcosa che scintillava debolmente nella poca luce della stanza.
Mi parlò, voleva spiegarmi qualcosa sulla percentuale di successo nell’ottenere una crisalide dalla larva e su una certa soglia, oltre la quale invece si otteneva qualcosa di diverso. Lo aggredii chiedendo spiegazioni. Tornato improvvisamente lucido fece leva sul grado, intimandomi di tacere. Quelli, disse, erano i voleri del IV° Reich. Era vero, ammise, qualcosa non aveva funzionato e c’erano da fare ulteriori studi. E mentre lo diceva i suoi occhi brillavano di una luce malata, lo sguardo si piegava in un lubrico susseguirsi di desideri morbosi. Gli chiesi dov’era stato, cosa lo aveva spinto ad agire in quel modo. Ma in lui vidi che ormai la follia aveva travalicato ogni possibile argine, la motivazione scientifica aveva da tempo lasciato spazio ad una fame avida che non trovava più soddisfazione e lo aveva spinto a cercare da solo le proprie prede.

Schifato da tutto questo mi allontanai, arretrando verso la porta. Von Bock, l’essere bianchiccio e sbavante che era stato uno scienziato, balzò nella mia direzione, insultandomi, minacciandomi. Se avessi raccontato qualcosa, sibilò, la mia carriera nell’esercito sarebbe finita. Forse anche la mia stessa vita. Gli dissi che non m’importava, che non potevo sopportare di portare avanti quel traffico infernale. Afferrai i suoi polsi per spingerlo lontano e nell’arretrare lasciò cadere l’oggetto che impugnava con tanta avidità durante la discussione. Vidi cos’era e tornai a spostare lo sguardo su di lui. Rabbia, soddisfazione, una sorta di diabolico compiacimento s’intrecciavano su quel volto devastato dai suoi indescrivibili desideri. Fu allora che gli crollai addosso, subissandolo di pugni, senza lasciarlo respirare. Colpivo, animato da una furia cieca, e solo quando mi resi conto che quel corpo stava per esalare l’ultimo respiro raccolsi in fretta l’oggetto dorato da terra e fuggii.

Sono riuscito ad uscire dalla città e ora mi nascondo qui. Sento i cani, le urla… so che stanno arrivando… non avrebbero potuto fare altrimenti, in fin dei conti ho assassinato senza apparente motivo un brillante ufficiale del IV° Reich… un ufficiale, un folle assassino necrofilo…
Battono alla porta… i maledetti cani a tre teste ringhiano… sbavano artigliando il legno che mi separa dalla fine… stringo tra le dita la collana… un regalo di tanti anni fa con inciso il nome di mia figlia, che non rivedrò più… imbraccio con quelle stesse mani il mio fucile…
Che entrino pure a prendermi…[/box]

L’ultimo grido del mondo

A tre giorni da Halloween chiudo il mese di ottobre con un regalo.
Negli ultimi due anni ho provato a proporre alcuni racconti, in eBook gratuiti, nel periodo natalizio. Prima c’è stato il fantasy de Il padre delle ombre e poi la raccoltina horror Lagomorpha (sì sì quella con i conigli assassini).
Nel primo caso si trattava di un esperimento del quale non sono granché contento, che ha avuto se non erro un unico qualche feedback (Germano e il buon Gelostellato si sono pappati quella storiella fantagiappo). Di Lagomorpha ero più contento. Lì ci sono stati feedback (tra i quali non posso dimenticare – ehm – il buon Gianluca) e qualche recensione.
Non parlo del numero di download, in quanto credo sia ormai un dato davvero col quale ci si può solo ingrossare (inutilmente) l’ego. Se scrivo voglio essere letto. Che “mi scarichino” me ne frega davvero poco. E ci sarebbe poi il discorso dei commenti (sensati) a ciò che si legge, ma qua nei dintorni lo abbiamo fatto e rifatto e ritengo superfluo ripeterlo.

 

Scrivendo questa introduzione mi è venuto un dubbio che metto qua, al quale potete rispondere nei commenti: il fatto di NON vedere il formato PDF ma l’ePub, è (in generale ovviamente, non nel caso dei miei eBook) un deterrente al download?

 

Tornando al regalo.
Quest’anno ho pensato di cambiare data.
Se è vero che nel 2012 il mondo finisce, tra novembre e dicembre magari qualche commento riesco a riceverlo. Pubblicarlo a Natale sarebbe davvero stato uno sforzo inutile!

 

Nato per una raccolta (morta prematuramente), dedicata al famigerato 2012, questo racconto parla di una delle possibili fine del mondo. Coinvolge antiche divinità (inventate), trasmissioni televisive, qualche tentativo di narrazione diversa dal (mio) solito. C’è anche una piccola citazione, micro omaggio a un grande emergente dell’horror italiano del quale apprezzo moltissimo i racconti.

 

Alcuni feedback li ho già ricevuti, da amici lettori che mi hanno sottolineato le parti deboli della storia. Su alcuni aspetti ho messo mano, grazie anche al preciso lavoro di editing del buon Simone. Ed è doveroso precisare che in seguito al suo intervento io ho rivisto il racconto, quindi errori e schifezze che troverete strada facendo sono sicuramente colpa mia. Non mi incolpate il Coso Peloso abitante di Midian. Almeno non incolpatelo di questo!

 

Una nota, ché qualcuno me ne ha chiesto info: la copertina dell’eBook è mia, come dicevo in un post precedente nella sezione Digital Art del sito. Finché riesco per i miei eBook preferisco arrangiarmi, con risultati secondo me appena discreti ma, a quanto mi dicono, apprezzati. In questo caso c’è una silhouette ritoccata un po’ e i tentacoli, ovviamente fatti con Photoshop. Perché siano verdi e luminosi vi tocca leggere l’eBook per scoprirlo.

 

2012 - L'ultimo grido del mondo

2012 – L’ultimo grido del mondo

L’ultimo grido del mondo
Per Sebastian Shaw, presentatore televisivo di fama mondiale, il futuro non potrebbe essere più buio.
Un’accusa per molestie sessuali.
Orribili incubi che lo tormentano.
Quel senso di predestinazione, che sembra deciso ad accompagnarlo verso l’anno a venire, il 2012, e a una nuova puntata della sua trasmissione. Dove la sua vita, come quella del mondo intero, potrebbe concludersi con un ultimo, terribile grido.

 

L’ebook è disponibile sul Kindle Store di Amazon

Uno come me

Alla fine ce l’ho fatta. In extremis, ma il racconto per il concorso di Alex “Uno squillo da lontano“, è pronto. Non sto qua a dire che non è perfetto e altre minchiate del genere. L’ho scritto di getto dopo una settimana di idee vaghe, scartate perché secondo me troppo ovvie.

Questa non sarà l’alba dell’originalità ma come è accaduto in altri concorsi quando l’ho avuta mi ha dato un certo brivido. Non di piacere, anzi, la vicenda descritta, per quanto veramente in breve, non è di quelle piacevoli da sentirsi addosso. Però andava raccontata e ogni volta che il pensiero ci tornava si rivestiva di qualche nuovo piccolo dettaglio.

Era un bel po’ che non scrivevo, quindi grazie ad Alex che con questo mini concorso è riuscito a strapparmi dal torpore creativo.

Di parole ne ho scritte 497 sulle 500 consentite. L’ultima, come si usa, la lascio ai lettori e al Giudice Supremo del concorso.


 

Uno come me

Il trillo stridulo che Sara ha scelto come suoneria del mio cellulare strappa il silenzio e mi sveglia con una raffica di insulti musicali.
Lo stomaco annodato, leggo l’ora sul display. Le tre.
Squilla ancora, numero sconosciuto.
Rispondo, almeno posso insultare qualcuno.
– Pronto.
– Ciao, scusa per l’ora
– Chi parla?
Salendo le scale ieri sera
– Chi è?
Salendo le scale ieri sera, te la ricordi?
– Andrea? Ma chi si mette a far scherzi a quest’ora?
– Nessuno scherzo. Salendo le scale ieri sera, ho incontrato un uomo
Spengo il cellulare, disattivo la suoneria.
Mi giro dall’altra parte del letto, quella non inumidita dai sudori dell’ansia.
Chi poteva essere? E quella frase, la poesia di Mearns che ho letto a Sara.
La vibrazione annuncia una chiamata in arrivo. Numero sconosciuto.
– Pronto.
– Non ho molto tempo. Dammi due minuti per spiegarti cosa succede. Okay?
In equilibrio tra rabbia e curiosità, accetto.
– Continua.
– Ricordi la frase, gliel’hai sussurrata ieri sera.
– Ma come
– Due minuti.
– Sì.
– Dentro di te sapevi come avrebbe reagito, detesta la poesia, ma ci hai provato ancora. E quando ha iniziato ad annoiarsi c’è stata quella rabbia. Dopo anni che vai avanti così, non riesci a lasciarla. Hai attaccato col solito discorso. Lei s’è messa a piangere e gridare. Allora lo hai notato, in cucina, scintillava sul tavolo. Lo hai desiderato.
– Senti, basta
– Volevi affondarlo nel suo corpo, liberarti di quelle lacrime come delle risate di scherno con le quali ti accoglie. Sa che non la lascerai mai. Sei andato in cucina e lo hai afferrato, ma quando l’hai vista sul divano, le mani tra i capelli e il corpo scosso dai singhiozzi, hai cambiato idea e sei corso da lei. Come sempre.
– Come cazzo fai a
– Io sono te. So che è difficile da credere, ma dovrai, se vuoi capire quello che sta succedendo.
– Aspetta. C’è qualcuno fuori, credo.
– Ascoltami con attenzione, non ti preoccupare del resto.
– Dammi solo un attimo.
– Non ce l’abbiamo. Mi hanno assegnato una finestra, aperta nello spazio e nel tempo. Permette di collegarsi agli altri sette piani della realtà tra i quali il tuo, accedendo a qualsiasi apparecchiatura vi si trovi. Ma funziona per un periodo brevissimo di tempo.
– Cazzo ho sentito qualcosa di là, c’è qualcuno in casa.
– Lo so.
– Chi sono? Perché mi racconti queste cose?
– Avevo bisogno che prestassi attenzione a me. Vedi, io sono te, ma non ce l’ho fatta. Dopo tutti i litigi, gli insulti, l’ho usato, il coltello. Per un po’ sono scappato, ma alla fine mi hanno trovato. Non potevo permettere che mi rinchiudessero, così ho accettato lo scambio. Voi non scoprirete ancora per anni l’esistenza degli altri piani, da noi la Legge ci permette di usarli: abbiamo sei possibilità. In fin dei conti tu sei me, giusto? Diciamocelo, che differenza fa, se ora ti prendono al posto mio?

FINE


 

La poesia citata è Antigonish (aka The Little Man Who Wasn’t There), che ho sentito la prima volta citata in italiano nel film Identità (2003). La trovo sempre sottilmente inquietante e prima o poi penso di ricavarne una foto.
Eccovela.

Yesterday, upon the stair,
I met a man who wasn’t there
He wasn’t there again today
I wish, I wish he’d go away…

When I came home last night at three
The man was waiting there for me
But when I looked around the hall
I couldn’t see him there at all!
Go away, go away, don’t you come back any more!
Go away, go away, and please don’t slam the door… (slam!)

Last night I saw upon the stair
A little man who wasn’t there
He wasn’t there again today
Oh, how I wish he’d go away