Una quasi recensione di Nemesis della Awaken Realms

Al momento in cui uscirà questa recensione, i pacchi bianchi della Awaken Realms staranno invadendo le case dei giocatori di mezzo mondo. Almeno di tutti quelli che hanno scelto la spedizione divisa tra core game ed espansioni e si sono adattati alla lingua inglese. Questi bellissimi pacchi contengono Nemesis, l’ultimo nato della casa editrice polacca Awaken Realms, che annovera tra i suoi prodotti This War of Mine, Lord of Hellas, Siegestorm e The Edge.

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Vikingar: The Conquest of the World

Anche l’horror lovecraftiano e i giochi cooperativi a un certo punto stufano, almeno a me, e arriva il momento in cui è necessario cambiare aria per un po’. Con i colleghi di indagini sovrannaturali abbiamo pensato quindi di testare altri titoli nella lunga (infinita per certi versi) lista dei “to play”. E per scrollarsi di dosso le frattaglie di shoggoth cosa c’è di meglio che partire verso mari sconosciuti, depredare villaggi e andare a caccia di Kraken? Questo e molto altro è quanto abbiamo trovato in Vikingar The Conquest of the World, pubblicato nel 2017 dalla JackBro dopo un fortunato kickstarter.
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Okko, un viaggio tra demoni e ronin

Una cosa bella di quest’anno è che sto riuscendo ad azzeccare le scelte al tavolo da gioco, provando tipologie del tutto diverse le une dalle altre. Anche se attualmente il preferito è un LCG, ovviamente Arkham Horror, ho goduto ad andare a scuola di pittura con Hokusai a Kanagawa e nel diffondermi come una pestilenza invisibile a Pathologic, sono rimasto a dir poco meravigliato davanti alla semplice bellezza di un astratto a tema “taoista” come Tao Long e ad attendermi, per fine anno o inizio 2019, c’è l’enorme scatola piena di orrori spaziali dell’attesissimo Nemesis. Tra questi sono riuscito a infilare, per una serie di colpi di fortuna, il vecchio Okko, l’Era di Asagiri, un gdt di ben dieci anni fa.

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Pathologic, il gioco da tavolo e le regole in italiano

Il paese semideserto di Gorkhon ci accoglie con le sue costruzioni dalle geometrie sbilenche, vecchie case tenute in piedi dalla ferrea volontà degli abitanti, allevatori e contadini che non si sono piegati a nulla. Ma una nuova presenza si è insediata tra la gente ruvida, tra gli arbusti spinosi e nella steppa che circonda l’insediamento. La presenza della peste delle sabbie si avverte prima ancora di scorgerne i segni, sul luogo, sul bestiame e sugli uomini. Riprendiamo il discorso su Pathologic, dopo la chiacchierata sul videogame omonimo, passiamo ad analizzare il gioco da tavolo, arrivato dalla lontana Russia in un enorme pacco, semi ricoperto di francobolli.

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Archeologia videoludica: Pathologic, Мор. Утопия (2005)

Nel 2005 un gruppo di sviluppatori Russi, che vanno sotto il nome di Ice-Pick Lodge, pubblica Pathologic [1] un psychological horror survival role-playing game dai toni surreali, sospeso tra orrore e filosofia, tra misticismo e leggenda. Nella madre terra il videogame ottiene numerosi consensi e vince cinque tra i premi principali del settore. Non gli va altrettanto bene in occidente. La traduzione non è all’altezza dei contenuti, il gameplay è ormai troppo legnoso se confrontato con i suoi contemporanei. Però c’è chi lo gioca e lo apprezza, il passaparola al solito fa il suo e di Pathologic si inizia a parlare [2]. Da lì a diventare un piccolo “cult” la strada è breve.

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Reigns, come costruire un regno “a bivi”

Nelle pause tra le attività che riempiono fino a esplodere le sole 24 ore della giornata, tra libri e film e serie tv (ma quante ne fanno ormai?!) ogni tanto tornano a farsi sentire i videogame. Dopo un 2016 molto soddisfacente e parecchio action, sto giocando molto poco, godendomi qualche corsa sui ghiacci di Never Alone (Kisima Inŋitchuŋa) o con qualche gioco “indie” come questo Reigns.

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La parabola di Stanley, un “librogame 3D”

Anno nuovo, nuova stagione videoludica, iniziata benissimo completando il fantastico Middle Earth: Shadow of Mordor, capace di lasciarmi perfino una sorta di malinconica amarezza con quella conclusione “open” ormai indispensabile per questo genere di giochi. Restare in giro per le terre dell’Oscuro Signore, senza possibilità di pace e redenzione, tra orchi, Uruk e bestie ancora peggiori, non è il destino che avrei voluto per il povero ramingo, ma è probabilmente tra i finali più “eroici” capitati da qualche tempo a questa parte.

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Recensione: Hellboy. Per chi suona la campana

Dopo un curioso problema alle consegne, che mi ha fatto attendere alcune settimane non previste, è arrivato un paio di giorni fa tra le mie mani l’ultimo numero di Hellboy. E di ciò parlerà il resto dell’articolo. La vedete la grande scritta luminosa lampeggiante, SPOILER? Siete stati avvisati. Hellboy è morto. Più volte, come forse ricorderete. È stato ucciso e “resuscitato” in Africa da uno sciamano. È stato privato del suo stesso cuore, nell’epico scontro con la reincarnazione del Drago, l’Ogdru-Jahad, ospite della regina di sangue, l’infernale Nimue. Nonostante avesse eliminato il Drago, come il cavaliere d’Inghilterra che si è rivelato essere, unico legittimo sovrano, erede dello stesso Artù, il suo cuore gli è stato strappato dallo spirito di Nimue, vittoriosa dove tanti hanno fallito.

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Crawl, il dungeon crawler “à trois”

Erano mesi che qua non si parlava di roguelike, anche se un titolo “in canna” c’era già a inizio estate (grazie saldi di Steam!) ma non trovavo mai il tempo di giocarci e scriverne. Assolutamente da evitare se si è fan del gioco a turni (lo ammetto, sono tra quelli), Crawl mi ha affascinato proprio perché come Crypt of the Necrodancer sfrutta un genere che sembra intramontabile aggiungendoci qualche vera novità. Qua non c’è rythm game, nessuno schema da seguire, ma un flusso di azione continua, frenetica, condita da una musica elettronica martellante che ricorda i pezzi dei coin-op da bar.

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Strange things about Stranger Things

A tre mesi abbondanti dall’ultima recensione, la visione di Stranger Things, nuova serie targata Netflix, è riuscita a spingermi a rimetter mano alla tastiera, per qualcosa che non sia programmare l’engine del roguelike o giochicchiare a Limbo. Siamo a meno di 24 ore dalla visione dell’ultimo episodio della prima stagione, resa disponibile appena tre giorni fa, e so che se non ne scrivo potrei avere ancora difficoltà a dormire. Troppo l’entusiasmo, le emozioni che vorrei raccontare, così come i rimandi e le citazioni delle quali mi piacerebbe discutere. Non riuscirei a farlo al bar, quindi tocca al blog ospitare questo soliloquio. Per le recensioni vere, di chi ne sa, aspettiamo al varco Lucia; io vi servo al solito un minestrone emozionale nel quale, se volete, potete sguazzare fino al suo arrivo.

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