The Leftovers, la malinconia del sopravvivere

Ultimamente, diciamo negli ultimi 3/4 anni, i miei gusti in fatto di cinema e serie tv stanno inesorabilmente cambiando. Pur restando affezionato a certi generi, come horror e fantascienza, non riesco più a tollerare gli spettacoli a costo mentale zero, che non mi provocano alcuna reazione emotiva. Horror insensati, fantasy a buon mercato, super eroi senza alcuna identità, ogni tanto mi ricapita di provare, ma è peggio che fumare una sigaretta dopo che hai smesso da tempo. Solo il cattivo sapore e la consapevolezza che è stato tempo buttato via.
Per fortuna c’è a chi affidarsi per ottime scelte nel campo del cinema (penso alle ultime visioni consigliate da Elvezio o Lucia, come Yellow brick road, Sinister, Triangle o proprio pochi giorni fa l’ottimo Honeymoon) mentre per le serie TV sto in ascolto delle voci di corridoio tra i contatti dei social.
Proprio una di queste voci mi ha parlato qualche settimana fa del serial The Leftovers, che avevo archiviato nella mente e dimenticato, se non per la curiosità del suo essere la nuova serie ideata da Damon Lindelof mente diabolica che sta dietro, oltre a Lost (che a me è piaciuto pure col suo finale copiaincollato da Jacob’s Ladder) a una serie di terrificanti polpettoni sci-fi di questi anni come Cowboy&Aliens, Prometheus e Star Trek: Into Darness (il cui unico pregio è aver dato modo a Leo Ortolani di scriverne un’esilarante recensione).
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L.A. Noire

Favorito da un weekend in cui tosse & C mi hanno tenuto a casa, sono riuscito a rimetter mano dopo mesi alla PS3, e a un paio di titoli che avevo voglia di provare da anni. Un’accoppiata Rockstar, famosa per la serie di GTA: L.A. Noire e Red Dead Redemption. Il secondo l’ho giusto iniziato, ma essendo più vasto da esplorare è tornato subito nella scatola. Mi sono invece lasciato catturare da L.A. Noire, titolo più che datato (parliamo di quasi cinque anni fa) e che forse è piaciuto troppo poco per poter sperare nel seguito che meriterebbe.

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Blooper di Davide Mana (ebook)

Fiction was invented the day Jonah arrived home and told his wife that he was three days late because he had been swallowed by a whale…”
Gabriel Garcí­a Márquez

Ultimamente visto il carico di progetti pendenti il tempo per leggere si è ahimé ridotto drasticamente, le solite dannate 24 ore che non bastano mai. Sto cercando quindi di sfruttare tutti gli interstizi spazio temporali disponibili, dedicandomi alla pila (virtuale) di ebook che attendono sul tavolo tablet.
Quest’estate mi son gustato due testi “marittimi” di Davide Mana, entrambi rivelatisi ottime letture che meritano un post, per consigliarle a chi ancora non le conoscesse. Si tratta di Palmyra l’atollo maledetto e Blooper. Oggi parleremo di quest’ultimo.

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Hell on Wheels

“…people of color could transform whites into people of color”
The Blue Tattoo: The Life of Olive Oatman

Siamo a pochi giorni dall’inizio della nuova stagione televisiva (ammerregana, of course), almeno di quella che dovrebbe presentare prodotti di una certa qualità, mentre l’estate è stata lasciata come sempre ad altri livelli di intrattenimento (True Bleah docet). Nel vuoto di queste ultime settimane mi sto portando in pari con una serie che all’inizio avevo un po’ snobbato. Vuoi per quel Wheels nel titolo che, nella mia ridotta capacità analitica, aveva qualcosa a che fare con ruote di moto. Il perché poi, non lo so dire.

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Today I Die

Giorno di Ferragosto, ci vuole un post allegro, o no? Infatti questo lo è, bisogna solo leggerlo tutto. Fuori tira un bel vento, ha piovuto tutta la notte e ci sono ancora nuvole, il tempo ideale per starsene un po’ in pace a casa e scrivere. Ma prima di mettermi a fare altro pensavo di tornare per un breve giro nell’angolo ludico della Tana, che da un po’ non visitavo (sono pure indietro con le guide a Pixel Dungeon, ma arriveranno anche quelle).
Oggi invece parliamo di Daniel Benmergui game designer argentino che si è aggiudicato numerosi premi per le sue produzioni nella categoria Art Game, mini (per lo sviluppo, non per il progetto) giochi in Flash che meritano una partita. Sono titoli che non rubano più di qualche minuto, ma riservano molte sorprese.
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Luna Coyote, un ebook “weird west” di Samuel Marolla

Lo so, che ho appena recensito un altro Marolla. Mi sto preparando per le ferie, dove attendo di leggere con più tempo e dedicarmi a storie più lunghe, così spulcio la lista degli ebook comprati e rimasti a far polvere. Uno alla sera questi vanno giù veloci e, nel caso di Samuel, sempre parecchio piacevoli. Stavolta niente horror metropolitano. Siamo nel regno del weird western, del quale ammetto m’intendo meno del solito (c’è molto da leggere a tal proposito sul sito di Alex, se vi va). In italiano si dovrebbe dire Fantawestern. Che pertuttiglideiantichi è una delle parole più brutte della nostra lingua. Uird uestern, quanto suona meglio? Persino pronunciato da me che manco clamorosamente di una delle consonanti fondamentali.
Insomma, cosa si aspetta uno, da questo genere? Avete visto il film con Will Smith? No? Giocato a Darkwatch (molto bello, sulla vecchia PS2), o Alone in the Dark 3? Cos’è, dite? Eh, altra generazione, altri ricordi. Magari in un prossimo post parliamo di giochi WW, che ne dite?
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La galaverna di Samuel Marolla

La galaverna

La galaverna

Milano, giorni nostri. Uno spregiudicato manager scopre che nei parcheggi sotterranei dell’avveniristico grattacielo della sua multinazionale, edificato nel centro della città su rovine millenarie, una forza antica e malefica si è risvegliata da un lungo sonno. Un uomo convive fin dall’infanzia con la facoltà (o la maledizione) di poter scorgere, lui solo, invisibili e pericolose geometrie metropolitane. Due protagonisti indiscussi della movida milanese alle prese con i segreti oscuri della luccicante vita notturna. Tre racconti del terrore di Samuel Marolla, un viaggio nei recessi oscuri di una Milano tecnologica, multietnica e moderna, ma ancora dominata da malvagi poteri millenari.

Ebook disponibile sul Kindle Store.

Ero alla ricerca di un recente lavoro di Samuel Marolla, un weird west (che poi ho acquistato e sto leggendo in questi giorni), quando ho scoperto quanti titoli dell’autore milanese che mi erano sfuggiti, autopubblicati su Amazon e passati un po’ in sordina, penalizzati ahimè da una micidiale assenza di marketing.

Di Samuel ho già parlato, ai tempi del suo Colosso addormentato, l’introvabile Malarazza uscito per Mondadori, e della raccolta Racconti Crudeli. L’ho intervistato, perfino, ben 4 anni fa, per l’immarcescibile sito La Tela Nera. Una conoscenza di vecchia data, costellata da altri titoli ancora (penso a La mezzanotte del secolo, La Janara, l’inglese Black Tea and other tales), un curriculum di tutto rispetto, una qualità che sembra non mostrare cedimenti. Samuel rimane l’autore di store horror che più riesce a impressionarmi, senza ricorrere a trucchi o a splatter narrativo di alcun genere, ma tessendo una tela di angosce metropolitane, sulla quale si muovono creature che appartengono ai nostri incubi più primordiali.

La galaverna l’ho trovato quindi così, per caso, e la sinossi, perfetta, mi ha “costretto all’acquisto”. L’ebook consta di tre racconti, ancora una volta ambientati nella Milano oscura che già è stata protagonista indiscussa delle azioni della malarazza, questa forza maligna quanto da sempre parte dell’uomo, una sorta di cancro che sembra aver trovato nelle metropoli moderne il luogo ideale dove proliferare. Impressione questa che mi ha fatto amare particolarmente queste storie, a partire dalla sinossi, per quel riecheggiare il noto Nostra signora delle tenebre di Leiber.

Quel che sembra accomunare queste incursioni nell’orrore che si nasconde tra le case di una gelida Milano è (ancor più marcato che in altri suoi lavori) l’assottigliarsi dell’elemento sovrannaturale, sempre più vicino invece a una deviazione malata della umana natura. Droga, sesso, violenza, tutto si acquista e vende, si consuma e si dimentica, nelle vite bruciate dei protagonisti. Solo nel terzo racconto l’incursione finale dell’orrore è legata a un più comune elemento fantastico e secondo me ci perde di potenza, rispetto a quanto Samuel aveva preparato fino a quel momento, descrivendo il sottobosco tossico e mefitico della “movida”.

Potente quanto silenzioso il secondo racconto, col suo giovane protagonista capace di “aprire gli angoli”, in una reminiscenza vaga di certe geometrie non euclidee nelle soffitte di Arkham. Anche a distanza di migliaia di chilometri accedere a questi varchi, reali o mentali che siano (c’è veramente differenza?) non regala niente di buono.

Tecnicamente forse è il primo il racconto che scricchiola un po’, con un inizio aggressivo ma incontrollato, che però trova ritmo e consistenza dopo poche pagine. Ottimo l’uso del dialogo, che Samuel padroneggia alla grande, mi si perdoni il tecnicismo, uno dei punti forti nella sua costruzione dei personaggi.

Vi lascio con un passaggio del terzo racconto, che pur non avendo praticamente relazione con la storia, non sono riuscito a staccarmi di dosso, quel “muso”.

In sottofondo sentivano Giulia parlare con la sua amica e fuori le file di auto che andavano nelle discoteche, nei locali aperti fino all’alba, nell’aria un’elettricità invisibile che si trasmetteva da persona a persona, da macchina a macchina, come un virus subsonico che strusciava il muso sui vetri a specchio dei grattacieli.

Orphan Black (serie 1 e 2)

Oggi è andata così, che pioveva (strano eh) e quindi ho saltato brutalmente la lezione di tai chi per restarmene con Fred, la cartella di musica classica (rubata a Irene) su Spotify sul Kindle e l’ultimo bicchiere di Tazzelenghe della Tenuta Beltrame, un posto che sta proprio lì, al confine tra l’inferno dell’eterno alcolista e il paradiso dei sapori perduti. E si sa, che alla fine tutto finisce e separarsi è sempre difficile. Ti riprometti che questa volta sarà diverso, che hai imparato. E quando te lo versi, quell’ultimo, invece.
E tra la conclusione dell’ottimo L’armée furieuse (che per altro mi ha fatto passare quasi un’oretta sul web a rileggere testi sulla masnada di Hellequin) e la cena da inventare, ho chiuso la seconda serie di Orphan Black, serial suggerito da Eddy (a cui devo anche la spinta per scrivere Le guide che a breve si ingrosseranno di un nuovo capitolo).

E mentre penso che dovrei recensire il libro, raccontarvi dei conigli assassini che sono arrivati belli impaginati sul sito di Savage Worlds e di altri progetti che stanno trovando ognuno il loro bel porto, qualche parola sul telefilm ce la scambiamo, prima di cena. Orphan Black è stata una bella scoperta, in un periodo in cui niente sembrava davvero soddisfarmi (dopo l’abbandono di Helix e Penny Dreadful stavo quasi per rivedermi tutta Breaking Bad). Siamo sinceri, non è niente più che puro intrattenimento, con pseudo scienza/fantascienza a tema clonazione che raggiunge epici momenti di LOL in alcuni discorsi tra “scienziati”.
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Grand Budapest Hotel (2014)

Intanto fa fresco e piove. Ed è sempre un bene, dalle mie parti. Ché le zanzare tigre crescono e figliano poverine, seminando larve in ogni dannato sottovaso che non ho ripulito. Però il buio, il ventilatore e la lampada ammazzainsetti (la seconda, dopo che la precedente si è immolata per il super lavoro a una certa grigliata) sembrano fare il loro sporco lavoro. Dovrò raccogliere un bel po’ di cadaveri, dopo. Ma ora fa fresco, piove, e le zanzare muoiono a qualche metro da me. E riesco a scrivere.
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Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.
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