Vivere è combattere. Aforismi marziali e spirituali di Bruce Lee

Aforismi Bruce LeeVenerdì, a poche ore dalla fine di una settimana di quelle capaci di piallarti come un asse di rovere. A pochi minuti dal partire per l’ufficio, con la promessa radiofonica di una domenica di sole. Che ci vuole, e ci si crede. E con la tazzona enorme di tisana (eh lo so, lo so, la caffeina, altrimenti non ci si sveglia… per fortuna qua non è mai servita) la voglia di buttare giù due righe su un ebook letto qualche mese fa ma che rimane in alto sul Kindle, tra quelli che torno a spulciare ogni tanto. Qualcosa di breve, più una segnalazione di un testo che finalmente qualcosa ci azzecca col titolo del blog. No, non si tratta di un testo sullo sciamanesimo ma sì, ha qualcosa a che fare con il compito principale di uno sciamano (che No, non è farsi di peyote e cantare dalla mattina alla sera).

Si tratta di aforismi di Bruce Lee, diciamolo subito così ci togliamo la pena di tornarci dopo, impossibile sapere se sono le sue esatte parole e da dove sono state tratte, unica pecca del testo. Un insieme di frasi che, nella maggior parte dei casi, è pronta per il copia incolla sui social network magari con qualche foto di gente che sta facendo un arte marziale X (quanti distinguono uno stile di kung fu dal jeet kune do dal tai chi da altro? pochi, nessuno di quelli che condivide queste frasi, in genere).

Aforismi di Bruce Lee

Appunto 🙂

Fatto è che queste frasi contengono concetti tanto più interessanti quanto più lontani sono dalla nostra capacità di coglierne il senso. Chiunque sia l’autore, se mai Bruce Lee abbia detto o scritto queste esatte parole, qua non è il posto in cui se ne discuterà. Non mi interessa, semplicemente. Mi piace l’idea che sia stato Bruce, come uno dei miei maestri. Che effettivamente questi concetti li ripetono spesso.

Aforisma Bruce Lee

Su questo ci si passa la vita

Da appassionato di arti marziali il valore di queste frasi è duplice, è un esercizio di ripetizione (l’unico per capire davvero qualcosa, perdendo di vista la nozione stessa) e di scoperta. Non c’è da imparare, nulla che possa essere memorizzato perché serva a uno scopo, citandolo (che è qui a bella posta) “non è importante conoscere, ma sapere“. Chiaro no? 🙂

Questo ebook curato da Jacques Béziers (giornalista ed esperto di tradizioni orientali) è sicuramente un testo da sfogliare, avere sempre con sé, rileggere fermi e in movimento. Il titolo è corretto e sbagliato allo stesso tempo, potrebbe far pensare che si tratti di un testo dedicato al (solo) combattimento fisico mentre i concetti espressi si applicano alle situazioni della vita comune (come avviene per un altro testo pluricitato, L’arte della guerra di Sun Tzu). Se immagino un “utilizzo” di un testo del genere non c’è studio né lettura, ma la meditazione (ci vorrebbero ore e persone più competenti per spiegare con chiarezza il vero senso di questi concetti, nel caso c’è tanto su internet, ma abbiamo qui Bruce che spiega che “la meditazione non è un processo di concentrazione, la concentrazione è esclusione“).

Le quattro sezioni in cui è diviso l’ebook sono ben strutturate, ognuna raggruppa frasi accomunate da un concetto di base che viene spiegato in qualche facciata dall’autore. Ve ne riporto alcune tra quelle che preferisco.

Si parte dall’abbattimento dell’Io, il primo e unico avversario per lottare col quale ci si allena costantemente (assieme e contro, studiandosi, sfidandosi, cambiando e tornando a sé stessi).

Devi trasformarti in un fantoccio di legno. Esso non ha ego, non pensa, non afferra e non stringe niente. Lascia che tronco e arti si muovano secondo leggi proprie.

 

Si prosegue con l’arte del combattimento, del confronto. Altri suggerimenti che valgono dalla rissa in bar (dove lo sappiamo la prima e migliore regola è andarsene senza farsi o fare male) alla discussione con gli amici.

È necessario raggiungere l’armonia con l’avversario non attraverso la forza che provoca conflitti e reazioni bensì arrendendosi alla forza dell’avversario.

Il terzo capitolo è dedicato all’acqua, alla fluidità e armonia.

Ogni giorno pensa a sottrarre qualcosa, non ad aggiungere: sbarazzati di quello che non è essenziale.

Si finisce con un capitolo dedicato a un altro elemento: il vento.

Non pensare: senti.

In conclusione, vale i 2€ che costa. Tutti. A meno di non volersi cercare le frasi sul web per scriversele e averle sempre con sé, cosa fattibilissima eh, questo è un ottimo inizio per conoscere parte di un certo approccio alla vita. Non è, come dicevo, un libro da leggere, né da studiare, e forse è questo è il vero valore di ciò che contiene.

True Detective e le paludi della natura umana

È vicino a casa mia.
Nella palude.

Sta tutto lì, serve ben poco altro. Quella frase, quel frammento di dialogo, che precede un lungo e bellissimo piano sequenza di sei minuti, nella quarta puntata di True Detective. È stato quello a spingermi a scriverne, dopo esserci arrivato grazie all’entusiasmo degli articoli di Germano e, impossibile negarlo, alla presenza di citazioni tratte da Il Re in Giallo. Pensando all’inizio che si trattasse dell’ennesimo poliziesco non ci avevo fatto troppo caso. Invece bastano pochi minuti, qualche dialogo e attenzione alle location scelte, per capire che ci si trova di fronte a uno spettacolo diverso. Niente lucida tecnologia, niente classica coppia di sbirri, nessun filtro high contrast alla moda.
Il mondo nel quale si muovono Marty e Rust (Woody Harrelson e Matthew McConaughey) è stato candeggiato parecchie volte, senza che questo riuscisse a togliere lo sporco incrostato nella trama, in ogni sua fibra. E ci sono pochi luoghi adatti quanto la Louisiana, lì dove si abita “nella palude”, dove la terra è intrisa di miti oscuri, rivelati puntata dopo puntata con quasi fastidiosa parsimonia.

Altro colpo magistrale il suddividere la narrazione su due piani temporali, in un continuo di rimandi e citazioni che legano l’indagine sul killer, avvenuta diciassette anni prima, e l’interrogatorio al quale i due detective sono sottoposti da loro colleghi. In esame, sembrerebbe, c’è il ritorno in azione del killer e il bisogno di ripercorrere gli eventi della prima indagine. L’analisi che i protagonisti fanno del proprio operato è il modo perfetto per disseminare indizi su quanto è successo, spesso interrompendo la rivelazione a poche parole dal “finale”, e permette di navigare a fondo nel carattere dei personaggi. Come non bastassero i dialoghi, eccellenti in scrittura e ritmo, che vedono contrapporsi le teorie nichiliste di Rust al razionale per non dire rozzo approccio alla vita di Martin.

You, yourself, this whole big drama, it was never anything but a jerry-rig of presumption and dumb will and you could just let go, finally know that you didn’t have to hold on so tight. To realize that all your life, you know, all you love, all you hate, all your memory, all your pain—it was all the same thing. It was all the same dream, a dream you had inside a locked room, a dream about being a person. And like a lot of dreams . . . there’s a monster at the end of it.
Rust Cohle

Rust

Rust, come lo vede Martin

Chiunque non sia proprio a digiuno di letture lovecraftiane avrà colto nel pensiero di Rust, col suo continuo alternarsi tra realtà e visioni (dovute a un massiccio uso di droghe nel suo passato da infiltrato) le basi di quella teoria del terrore cosmico, dovuto alla consapevolezza che l’uomo è niente più che un insignificante burattino di carne in un cosmo meccanico.

La razza umana scomparirà. Altre razze appariranno e si estingueranno a loro volta. Il cielo diventerà gelido e vuoto, attraversato dalla debole luce di stelle morenti. Che a loro volta scompariranno. Tutto scomparirà. E ciò che fanno le persone non ha più senso del moto casuale delle particelle elementari.
H. P. Lovecraft

In questa luce le visioni lisergiche di Rust assumono il ruolo di squarci aperti, forse, sulla vera realtà delle cose, arricchendosi di simboli propri della vicenda nella quale il detective si trova coinvolto.

True Detective

Una delle visioni di Rust, il simbolo della spirale

True Detective Rust

La luce gialla, smorta, uno dei simboli visivi del serial

Le citazioni sono tantissime, la serie presenta collegamenti interni, a ripetere quella struttura a spirale che è il simbolo del culto che i due true detective stanno rivelando, puntata dopo puntata.

Sul diario della ragazza trovata uccisa (sacrificata) si legge:

Along the shore the cloud waves break,
The twin suns sink behind the lake,
The shadows lengthen
In Carcosa
Strange is the night where the black stars rise,
And strange moons circle through the skies,
But stranger still is
Lost Carcosa
The King in Yellow, Act I, Scene II

Tratto dall’opera teatrale fittizia che da il nome alla raccolta di racconti di Robert W. Chambers.

true detective carcosa

La citazione da Il Re in Giallo sul diario della ragazza sacrificata

Siamo alla quarta puntata, metà serie è andata e le cose sono cambiate. Nic Pizzolatto, l’ideatore, e Cary Fukunaga, il regista, si sono presi la libertà di usare le prime tre parti della storia (un primo Atto) per raccontare il lento scavare dei due nel caso e in sé stessi, muovendosi lentamente verso quella che sarà la probabile conclusione, dove attende il mostro alla fine (nostro) del sogno. Ed è a questo punto che per entrambi è tempo di cambiare (o rivelare il vero sé, con la scusante degli eventi esterni che catalizzano, richiedono, tale cambiamento). E in pochi minuti Rust “è costretto” a tornare Crush, silenzioso spacciatore ritenuto morto. E Marty si spoglia, fisicamente e moralmente, di ogni parvenza civile per rivelarsi bifolco nell’apparenza oltre che nella sostanza.

Hastur

Hastur, il Re in Giallo

Ci sarebbe moltissimo da dire, su queste “sole” quattro puntate, dal lavoro eccezionale sui personaggi, dall’alchimia tra i due poliziotti, dalla qualità della fotografia e delle location scelte (vero terzo protagonista della serie) fino a quel già osannato piano sequenza di sei minuti che chiude quella che Pizzolato ha definito la prima parte del secondo atto di True Detective. E ne parleremo ancora, ma in seguito, quando tutto questo sarà finito e, forse, completo.

In un’intervista all’Arkham Digest lo stesso Pizzolato ha descritto molto bene il lavoro svolto sulla serie, insistendo sul fatto che non ci sono elementi sovrannaturali (cosa che trovo estremamente positiva, vista la natura rituale degli omicidi e la presenza delle allucinazioni, non serve davvero altro per raggiungere quel luogo tra luce e ombra dove il sospetto genera la paura, senza inutili forze aliene). Una sua frase raccoglie il pensiero di Rust, che è evidentemente anche il suo, e il senso ultimo della storia: Reality is the dread.

Da qualche parte a sud, tra le paludi, uomini potenti e ricchi si muovono attorno a circoli di pietre, compiendo oscuri sacrifici. Per evocare, forse inconsapevoli, il mostro che attende alla fine del sogno e che, a conti fatti, è l’essere umano, davanti allo specchio che ne rivela la vera natura.

La chiesa del Re in Giallo

La chiesa, il nulla, la civiltà distruttrice sullo sfondo

For although nepenthe has calmed me, I know always that I am an outsider; a stranger in this century and among those who are still men. This I have known ever since I stretched out my fingers to the abomination within that great gilded frame; stretched out my fingers and touched a cold and unyielding surface of polished glass.
H.P.Lovecraft – The Outsider

Pixel Dungeon e i roguelike per Android

Yog DzewaOgni tanto da queste parti torna la voglia di “giocare col computer”. Che è una di quelle cose riprovevoli, che non si fanno perché è una perdita di tempo, lo sappiamo. O almeno così tende a pensarla una gran fetta di popolazione che alla parola gioco (se non associata ad altri vocaboli socialmente approvati come calcio, basket, poker, fantacalcio,…) prova un brivido di ribrezzo. Meglio perdersi davanti a film insulsi e spegnere il cervello, piuttosto che un’oretta a inseguire saltare sparare nell’ultimo Uncharted (che okay sono ancora fermo ma da poco sono riuscito a superare una certa dannata botola) o farsela sotto tra corridoi e mostri in qualche Silent Hill (ecco lì meglio non gli ultimi della saga) o ancora esplorando mondi post apocalittici nell’ennesimo Fallout. Cose già dette, pure in inglese.

Torniamo a parlare di storia dei videogame, nella quale i passatempi di tipo roguelike occupano uno spazio importante. Si dice che il primo gioco di ruolo su computer sia stato proprio Rogue, sviluppato su computer con sistema operativo Unix, più di trent’anni fa.

Il tipico gioco roguelike (appunto ‘simile a rogue’) ha caratteristiche ben precise:

  • il giocatore sposta il personaggio in una sequenza di livelli sotterranei visti dall’alto
  • i livelli sono a difficoltà crescente e vengono generati in modo casuale
  • i combattimenti sono a turni e non in tempo reale
  • gli oggetti non svolgono per forza la stessa funzione in ogni partita (così la Pozione d’ambra una volta vi cura e la volta dopo vi incendia)
  • ma soprattutto, regola ferrea, la vita è una, persa quella si riparte dall’inizio, nessun salvataggio

Un gioco d’altri tempi, difficile e spesso frustrante, eppure dannatamente accattivante.

In questo genere possiamo distinguere due grandi famiglie, i giochi di tipo Hack e i giochi di tipo Band.

La prima categoria discende da NetHack, classe 1987, attualmente ancora in sviluppo, dove il personaggio doveva scendere tra mille pericoli alla ricerca del Amuleto di Yendor. Lungi dal veder conclusi i lavori una volta realizzato il gioco, i programmatori ci hanno rimesso mano, anno dopo anno, in un team che si è riformato più volte dal 1989 in poi. A dispetto della grafica in caratteri ASCII poverissima, il motore di gioco è molto complesso e permette al personaggio di possedere un pet (già, non li ha inventati la Blizzard) le cui abilità variano con l’esperienza accumulata. È impensabile riuscire a spiegare la complessità alla quale si è riusciti ad arrivare, anno dopo anno, con NetHack. La quantità di cose che si possono fare, che possono succedere e le innumerevoli tipologie di morte che attendono il giocatore nei sotterranei infernali sembrano vicine all’infinito. Un esempio lo si può trovare in questo bel articolo che riporta una serie di eventi particolari gestiti dal gioco.

Nethack

Una schermata di Nethack

La seconda categoria si riferisce al tolkeniano Angband. Stavolta ci si trova a impersonare un eroe destinato a scendere nei sotterranei di Angband, fortezza di Morgoth (o Melor) il più potente tra gli Ainur e principale “signore oscuro” nel Silmarillion.  Per far capire quanto era oscuro Morgoth basti pensare che Sauron era “soltanto” uno dei suoi luogotenenti. La maggior differenza con gli Hack è che nei Band i livelli sono generati all’ingresso del giocatore, quindi se si scende per poi risalire non si troverà quello che si aveva lasciato ma un livello del tutto nuovo. Irreale e ancora più complesso da giocare, se una partita in NetHack dura ore per concludere i 100 livelli di Angband ci può volere una settimana intera.

Di anni ne sono passati tanti e titoli di questo tipo ormai si possono giocare in pratica su ogni elettrodomestico di casa. I cosiddetti porting, adattamenti del codice di un programma per piattaforme diverse, sono stati fatti per Dos, Windows, iOS, Android,… E proprio su Android sono giocabili sia NetHack che Angband, anche se con interfacce praticamente identiche all’originale cosa che non disturba tanto dal punto della grafica quanto da quella dei comandi, noiosi da inserire senza una tastiera fisica.

Tra i tantissimi giochi roguelike disponibili nello store di Google ho avuto la fortuna di scovare il gioiello, come si usa dire, che vado a presentarvi. Trattasi di uno dei pochi software su Android realmente gratuiti. Niente costo iniziale e soprattutto niente, nessuna microtransazione successiva, necessaria per avanzare di livello, acquistare i potenziamenti per poter completare il gioco o quanto altro è di uso comune ormai (purtroppo). Nota personale: preferisco pagare per un gioco e poi farne ciò che voglio piuttosto che venir abbindolato dalla parola gratis per poi vedermi bloccato sul più bello e dover scegliere se pagare o meno.

Pixel Dungeon è un roguelike di tipo Hack con una grafica retrò, in puro bellissimo stile 8 bit, ma sviluppato da chi sa il fatto suo. Tre classi iniziali, le solite, warrior, rogue, mage, più una quarta, huntress, sbloccabile se si riesce a sconfiggere il terzo boss con una delle altre classi. Il gioco presenta una curva di difficoltà piuttosto lineare, non c’è pietà per il giocatore e spesso capita di morire perfino nel primo livello anche dopo numerose partite, per mano di un terribile marsupial rat.

Pixel Dungeon

Il terribile boss Goo

Una volta appresi i meccanismi però si inizia ad andare più a fondo, soprattutto se si è fortunati con i drop e i tesori e si mette le mani su un gear decente. A quel punto arrivare al primo boss, Goo, che attende al quinto livello, non è troppo difficile. E da lì inizia il vero gioco, tra mini quest sparse per i livelli e accorgimenti davvero ben realizzati. Erba, porte in legno, nemici e protagonista bruciano a contatto col fuoco e le fiamme possono essere spente dal fuoco. La classica lightning bolt rimbalza sulle pareti, mentre trappole di ogni tipo attendono nei corridoi, tra porte segrete, tombe che ospitano spiriti assassini e terribili Piranha giganti nelle pozze d’acqua stagnante. Menzione speciale per i semi che si trovano in giro, da piantare in terra per avere gli effetti più disparati, da combinare in molti modi diversi (ad esempio la combinazione earthroot e firebloom potrebbe essere letale per un certo primo boss gelatinoso…).

Come per i rogue classici la maggior parte degli oggetti ha proprietà sconosciute al protagonista. Le pozioni sono nominate per colore, le pergamene con sequenze di caratteri senza senso, armi, armature o anelli magici mostrano solo il proprio nome reale. È con l’utilizzo che il personaggio acquisisce dimestichezza e quindi conoscenza di questi elementi. Ma alla partita successiva tutto cambia e si deve ricominciare da capo.

Pixel Dungeon

L’ironia è sempre presente

In conclusione un gioco da addiction pura, nonostante morire sia perfino troppo semplice (soprattutto col mage o col rogue) si tenta e si ritenta. I livelli sono ogni volta diversi, le trappole e i tesori ancora tutti da scoprire e la grafica simpatica aumenta ulteriormente la longevità. Sulla wiki ufficiale di Pixel Dungeon si possono trovare tonnellate di informazioni e aiuti, per arrivare fino all’ultimo livello e sconfiggere l’ultimo boss, Yog-Dzewa.

Serial di stagione: Sherlock, la pandemia di Helix, risse e sesso a Banshee

Titolo che riassume solo in parte questa nuova puntata della rubrica dedicata ai serial televisivi andati e in arrivo. Che ormai ne consumo più dei film lo sapete già, così come credo che la qualità media di questi prodotti si sia elevata anni fa, per poi avere un cedimento, dovuto al proliferare incontrollato di nuove serie. Tra queste escono ancora vincenti per qualità le miniserie britanniche, più brevi, compatte e incisive, rispetto le eterne e annacquate saghe telefilmiche americane.

 

Orrore, paranoia e ghiacci artici. Non è La Cosa, è Helix.
Helix, il cimitero delle scimmie congelateIniziata da sole tre puntate la nuova serie di Syfy, Helix, che segue gli scienzati del Centers for Disease Control and Prevention in una missione nella base della Arctic Biosystems dove il più classico dei disease outbreak minaccia di raggiungere proporzioni mondiali. Per ora il plot mescola elementi orrorifici classici con tetrangoli sentimentali (lei, lui, l’altra e il fratello di lui – zombificato, o forse no) e cospirazioni interne. Queste ultime per ora dominate dal misterioso direttore della struttura (interpretato da Hiroyuki Sanada visto recentemente in 47 Ronin) e dal “cimitero delle scimmie congelate”.
La serie dovrebbe svolgersi in 13 giorni precisi, una puntata per ogni giorno di diffusione del virus, niente flashback, narrazione diretta, puro thriller (fanta)scientifico.
Per ora tra “livelli segreti” della base, esperimenti che coinvolgono l’energia nucleare, cospirazioni (e scimmie congelate) le premesse per qualcosa di buono ci sono tutte.

 

Sangue, soldi e sesso. Bentornati a Banshee.
BansheeRicominciato da un paio di settimane, il telefilm dedicato allo “sheriffo” Hood e ai suoi affari nella sordida cittadina di Banshee. Una prima puntata, un ritorno al fumettone pulp che è Banshee, un lungo recap della serie precedente, che non cade nella noia del già visto. Un viaggio che va a fondo nei personaggi noti e meno noti, ne estrae peculiarità e debolezze (pressure point?), fino a sottolineare il punto fondamentale. Rabbit, il cattivo, è ancora vivo e incazzato (e il primo a farne le spese è un povero scoiattolo, ironia della serie sorte).
Come si affrontano a Banshee momenti del genere? La ricetta è sempre la stessa della prima serie, collaudata e funzionante. Un po’ di azione, un assalto acrobatico a un porta valori che non finisce proprio benissimo. E per citare la protagonista di Pazzi a Beverly Hills “con una scopata e una dormita tutto va a posto”. E lo sceriffo Hood in questo non ha rivali.

 

Sherlock se ne va. Anzi no.
Sherlock e WatsonMolti non l’hanno gradita, questa terza serie dedicata all’investigatore per eccellenza. Meno interessanti i “casi della settimana”, questo è sicuro, ma molto molto lavoro sulla figura di Sherlock Holmes, tornato dalla morte e assurto anche nel mondo fittizio di questa sua nuova versione moderna, a mito. Punto nodale e perfettamente sviluppato, punteggiato dalla sempre presente ironia, l’approfondimento del rapporto con Watson, vero e proprio tramite con il resto di un mondo, di una umanità, che Sherlock appena adesso sembra iniziare a vedere, se non comprendere.

 

Altro?
Game of Thrones 4Ce ne sarebbe per pagine e pagine, dalla terza deludente serie di American Horror Story alla settima di The Big Bang Theory che si è risollevata di qualche grado dalle precedenti, fino ai pochi mesi che separano dalla quarta di Game of Thrones.
Ma la verità è che tra un paio d’ore mi devo gettare fuori casa e affrontare la tormenta che imperversa sull’altopiano carsico, per raggiungere finalmente i monti e la neve.
Di queste cose, se riesco nell’impresa, parleremo più avanti.

Racconti crudeli di Samuel Marolla

L’ha fatto di nuovo. Lui l’ha fatto tempo fa, io l’ho impaginato e ora che l’ho letto posso dire che continua a farlo. Continua a disturbarmi, a infastidirmi, a farmi mettere da parte quello che scrive prima di andare a dormire. Non so come fa, ma tra romanzi e altro horror che ancora ogni tanto mi capita di leggere, niente come le sue storie riescono a essere, come si suol dire, disturbanti. E questa raccolta, che ha quasi un paio d’anni, non è da meno.

Non sapevo quando avrei parlato di questa vecchia raccolta, poi mi son messo a lavorare al sito e leggendo in giro ho scoperto che è uscito Ghites, il nuovo romanzo di Samuel. E così ecco qua, una segnalazione recensione, per uno scrittore che alterna autoproduzioni a lavori che escono nel mercato “classico” (se ne esiste ancora uno) dell’editoria, un’artista dell’orrore che da quando lo conosco non mi ha mai deluso.

imago mortis samuel marollaIl nuovo romanzo, Ghites-Imago Mortis, è già disponibile su Amazon e su BookRepublic e di questo non posso per ora che incollarvi la sinossi e la bellissima copertina. Milano, 2013. Augusto Ghites è un medium con un incredibile potere: entra in contatto con gli spiriti dei defunti solo sniffando o fumando le loro ceneri, come se si trattasse di una droga qualsiasi. Questa terribile dote, a metà fra la maledizione e la tossicodipendenza, fa di lui un uomo solitario, malinconico, ostaggio del proprio vizio segreto, e circondato solo da gente morta. Quando un’anziana ex prostituta gli chiede di aiutarla a scoprire l’assassino che nel 1953 uccise diverse sue colleghe, inizia per Ghites la discesa in un girone infernale di cimiteri, ex case chiuse, battone ottuagenarie, circhi malfamati, periferie invase da scorie chimiche e balordi di ogni risma, sullo sfondo di una Milano pre-Expo schizofrenica, spietata, preda degli istinti più bassi e del motto segreto che regola la vita dei suoi cittadini: homo sine pecunia est imago mortis, l’uomo senza denaro è l’immagine della morte.

Tempo di comprarlo su Amazon infilarlo nel Kindle e farmi rovinare le notti dai suoi incubi, e ve ne parlerò.

Per ora torniamo a Racconti crudeli, ebook autoprodotto di Samuel acquistabile sul sito di Amazon.

Uno scrittore dilettante scopre a Milano un misterioso corso di “scrittura memetica” le cui lezioni avranno esiti decisamente infausti. Nel prossimo futuro, un’Europa in ginocchio a causa della crisi economica e alle prese con un’invasione militare africana scopre che il continente nero ha portato la guerra alla sua più estrema e atavica conseguenza. Nel Mobilificio De Zani, emblema della produttività brianzola, le persone spariscono e i mobili assumono connotati da incubo.

Tre racconti e una cornice per una nuova immersione in quella dimensione dell’horror quotidiano, casalingo e cittadino, che Samuel riesce a evocare con grande abilità. In fondo è questo l’elemento veramente terrificante delle sue storie, quello shift tra la realtà normale e la realtà Altra, impercettibile eppure straniante, che accompagna ogni racconto.

Così ecco lo scrittore che studia “scrittura memetica” senza comprendere, fino alla fine, le terribili implicazioni di questa forma artistica (che in chiave ottimistica ci si potrebbe augurare esista davvero ma, nella chiave di lettura di Marolla è qualcosa che non ci auguriamo possa accadere, se non è già troppo tardi).

ebook racconti crudeli di Samuel MarollaIncastrati tra gli orrori del Marchio nero, ci sono i racconti Fame e Skrak. Nel primo ci troviamo in una distopia, un futuro alternativo a quello ‘sperabile’ (che non è nemmeno il nostro a pensarci ma queste sono altre considerazioni) dove l’Europa indebolita dalla crisi viene invasa da un’alleanza di potenze africane. Un rovesciamento di ruoli, il mondo rinato dove il nero è il nuovo bianco, si potrebbe dire. E con questa nuova realtà tornano le buone vecchie abitudini antropofaghe, da abbinare alla più classica schiavitù (ovviamente sempre in una visione invertita dei ruoli).

Skrak è indubbiamente il mio pezzo preferito della raccolta. Una giovane coppia va a far acquisti in un grande magazzino della Brianza, un enorme realtà di vendita che ricorda colossi ai quali siamo abituati da anni. Tra camere arredate, offerte e mobili di ogni tipo la moglie svanisce nel nulla, lasciando indietro un uomo che per la disperazione scende lentamente in un abisso di ossessioni.

Leggendo Skrak non ho potuto evitare una connessione con alcune chiacchierate degli ultimi tempi sulle leggende urbane e sulla loro genesi, ai tempi di internet. Quella del mobilificio demoniaco che assorbe le persone sembra perfetta per diventare un meme diabolico pronto a diffondersi, tra accenni e “sentito dire”, di quella volta che uno ha raccontato all’amico del cugino che ha perso di vista la moglie all’IKEA e non l’ha più trovata (e su dai niente battute del tipo “ma che fortuna!” mi raccomando).

Come sempre l’introduzione alla leggenda è un lento e avvolgente calare nell’incubo, narrato da una “persona” molto particolare. Ma è da quando il protagonista, Stefano, rivede la moglie in una fotografia del catalogo (deformata in un terribile urlo in uno specchio), che il racconto prende ancora velocità, fino al terribile finale.

Tra forme metafisiche di scrittura, mobilifici assassini, fantasmi e nuove civiltà antropofaghe, protagonista assoluta (nonostante la trasferta di Fame) rimane la città di Samuel, Milano. Entità crudele e impersonale, raccolta dopo raccolta sta assumendo una personalità sempre più intensa, una presenza inquietante nella geografia dell’incubo.

Racconti crudeli è una raccolta autoprodotta di ottimo livello, tolti alcuni refusi e una certa pesantezza iniziale, acquistabile su Amazon a 0.99€, pochissimo, una cifra irrisoria per un titolo perfetto per iniziare a conoscere un bravo interprete italiano dell’horror.

Può interessarvi rileggere l’intervista che feci a Samuel Marolla.

Bagliori da Fomalhaut di Alessandro Girola

Bagliori da fomalhaut di Alessandro GirolaTre post in una settimana! I’m on fire, direbbe Sheldon Cooper. Dopo teatro e tango, il ritorno a un po’ di sano orrore ci voleva, per risistemare l’equilibrio del blog. Una sorta di Tao dei contenuti. E siccome è un periodo denso di cose , infilare qualche lettura più rapida e semplice, è l’ideale. Così mentre il buon Conan di Howard, in un eBook che ne raccoglie quasi tutti i racconti, attende che mi tornino le forze per leggere ancora in inglese, il buon Alessandro “McNab” Girola era pronto con alcuni suoi lavori.
Continua…

La madonna cadavere di Luigi Musolino

La madonna cadavere ebook di Luigi Musolino
Ed eccoci ancora a parlare di eBook, giusto dopo aver sistemato un po’ le pagine statiche del blog, e averci aggiunto una dedicata alle recensioni di libri, ebook, film,… e una dedicata ai post su artisti con interviste, making of e altro ancora. Oggi non solo parliamo di eBook ma di un racconto di Luigi “Gigi” Musolino, amico e compagno di diverse avventure per i bivacchi montani, nonché uno dei primi scrittori che intervistai per La Tela Nera, tre anni fa (qui l’intervista) e proprietario delle altre due mani che con le mie hanno dato vita al racconto horror Dalla carne.

Dopo avervi rimpinzati di link, arriviamo al racconto.

In ogni leggenda metropolitana, in ogni racconto da vecchie comari, si nasconde un briciolo di verità. Marcello Maci, disilluso presentatore televisivo di un format dedicato al mistero, lo scoprirà sulla sua pelle quando un’inquietante e-mail lo condurrà a Idrasca, paese incastonato nelle nebbie della Bassa Piemontese, paese in cui si sussurra a bassa voce del mito della Madonna Cadavere…

Un racconto breve del quale si rischia di dire troppo e rovinare la sorpresa. Pensate voi. E invece no, perché la “sorpresa” finale, che c’è forse e forse no, dipende da quello a cui arriverete a credere girata l’ultima pagina. Quello che c’è, presente come sempre nella narrativa di Gigi, è il muoversi tra la realtà con i suoi orrori quotidiani (a tal proposito leggetevi la raccolta Bialere o racconti come Sporcizia e In bilico, se ancora non lo avete fatto) e gli altri orrori, quelli che premono dall’oltre e cercano per un motivo o per l’altro di strisciare fino al nostro mondo. L’orrore umano o sovrannaturale, le tenebre dell’anima e il concretizzarsi di leggende come quella che ruota attorno a un certo specchio maledetto.

Non vi dico altro, se non che il racconto, lungo una ventina di pagine, va giù d’un fiato, è bello ed è GRATIS, cioè l’eBook si scarica GRATIS, e lo si fa cliccando qua.

Milano Doppelganger di Alessandro Girola

Complice lo scarsissimo tempo libero e i frenetici ritmi di questi mesi, ho recuperato alcuni eBook che avevo da leggere, testi rimasti in attesa nella memoria del Kindle, a far polvere da tempo. Tutti ampiamente soddisfacenti, devo dirlo, autoproduzioni di ottimo livello, nel genere del fantastico e dell’orrore.
Anche per aggiornare il blog serve qualche brandello di tempo strappato alle giornate e oggi sfrutto l’emicrania che fa visita (per fortuna raramente) e una visione in relax del classico Piramide di paura, come compagni di scrittura.

Milano.
Mancano quattro giorni ad Halloween.
Daniele, cercatore di rarità per collezionisti, che ispira il suo lavoro a quello di Dean Corso de “La Nona Porta”, accetta un delicato incarico, molto ben pagato.
L’enigmatico Mister Colibay gli chiede di recuperare un raro libro del ’500, il primo mai scritto a proposito di illusionismo e prestidigitazione.
Il volume fa parte di una collezione privata, il cui proprietario è appena defunto.
Tra il materiale raccolto da costui abbondano i tomi che trattano di argomenti bizzarri e insoliti, dalle città inesistenti all’architettura di luoghi immaginari.
Ma saranno poi immaginari per davvero?

Milano Doppelganger di Alessandro GirolaQuesta la sinossi di Milano Doppelganger, fatica letteraria dell’amico Alessandro Girola, la cui produzione è in continuo aumento, sia come quantità che come qualità.
Devo ammettere che, da lettore praticamente non dotato di alcuna forma di memoria, non riesco a godermi ucronie e altri testi legati alla nostra storia e le sue (im)possibili varianti, racconti dei quali Alessandro è appassionato scrittore. La sua vena più “urbana”, i racconti contemporanei (che comunque affondano sempre lunghe e tentacolose radici nelle leggende e nel passato) sono quindi quelli che preferisco, e che trovano in questo Milano Doppelganger eccellente rappresentante.
In questo racconto lungo Alessandro sfrutta la sua destrezza (+1/+5 vs leggende metropolitane e occultismo urbano, anche se la dicitura la capiranno in pochi…), allenata con le centinaia di articoli coi quali riempie quotidianamente il blog Plutonia Experiment, fondendo il tutto con la conoscenza della sua Milano.
Accenni e citazioni (più velati e suggeriti che in altri suoi testi, cosa che ho apprezzato) costellano la storia principale, con rimandi evidenti a l’omaggio kinghiano a Lovecraft, Orrore a Crouch End, e al protagonista de Il club Dumas (e la sua versione cinematografica, La nona porta). Tra queste citazioni più evidenti Alessandro si è divertito a inserire auto riferimenti, come la notizia di un certo treno scomparso nel nulla.

Riferimenti a parte, la storia è un lento discendere nell’incubo, in una Milano orribile e letale. Molto efficace l’idea di suggerire l’orrore, nascosto da vie o corridoi bui, celato da tende appena aperte, percepito ma non visto. Il tempo presente della narrazione aumenta l’immediatezza del legame tra lettore e protagonista, ne deriva una maggior empatia, di quelle per intenderci che spinge a parlare al protagonista nella speranza che non finisca proprio così male.
Ma non vi spoilero nulla della trama, anche perché l’eBook ve lo potete procurare per poco più del caffè, unità di misura ormai divenuta standard per gli scrittori che “si fanno da sé” (sto ancora cercando una definizione migliore di quel autoprodotti che mi fa veramente schifo).

H.P. Lovecraft. Da altrove e altri racconti, di Erik Kriek

Lovecraft Da AltroveQuest’anno sono tornato da Lucca col bottino più misero di sempre, dovuto a vari fattori (la crisi, c’è la crisi!) tra i quali spiccava la scelta di privilegiare gli incontri con gli amici, mangiare e bere in compagnia e vedersi i cosplayer. Un esperimento che ha dato ottimi frutti, per quanto purtroppo le intemperie e i soliti problemi di trasporti lucchesi abbiano impedito una certa cena. Anche l’aver limitato la visita alla fiera a UN giorno e aver beccato proprio la data del Nuovo Diluvio Universale (che non ha fermato i – dicono – 70.000 visitatori di quel giorno), possono essere stati fattori di una certa importanza nella mia scarsa permanenza agli stand. Per fare un esempio, l’entrata al Games, il mega padiglione che è posto tra le mura di Lucca e la stazione, quindi il punto in cui entrano subito TUTTI i visitatori, ce la siamo guadagnata in meno di mezz’ora in un attimo di tregua dalla pioggia. Ho sentito di gente che c’è rimasta più di un’ora, in fila. Qualcuno è ancora lì, in cerca dell’uscita.

E insomma, cosa ho preso? Beh, eliminati i vari comics che mi ero già procurato via Amazon grazie a un buono (gli ultimi numeri di Hellboy e BPRD, che francamente erano evitabili in quanto a qualità delle storie), ho optato per due volumi per i quali c’era l’autore presente. Per quel discorso che tanto il libro/gdr/graphic novel/… lo puoi comprare ovunque, ma in queste occasioni ti puoi far lasciare un segno da chi ci ha lavorato, e magari – non quel sabato a Lucca certamente – scambiarci due parole. E quest’anno ho preso appunto H.P. Lovecraft. Da altrove e altri racconti di Erik Kriek e Apocalisse, illustrato da Paolo Barbieri. Okay questo non l’ho preso proprio io, mi è stato gentilmente regalato, con tanto di dedica, ma lo faccio figurare tra gli acquisti altrimenti sembra che a Lucca ho solo gozzovigliato e mi son goduto la gita in un bellissimo B&B racchiuso in un borgo medioevale.

Finita questa “breve” introduzione fuori luogo, arriviamo al volume di cui nel titolo, una nuova versione illustrata dei racconti del Maestro di Providence, una delle muse di questo sito, Howard Phillips Lovecraft. Le sue opere come forse saprete, sono già state rappresentate da chine, matite e colori, negli anni passati, con risultati sempre di ottimo livello. Tra tante ricordo il Lovecraft di Alberto Breccia e  i racconti illustrati da John Coulthart in The Haunter of the Dark. La stessa vita del Maestro è stata rappresentata, in modo surreale e affascinante, nel volume Lovecraft della Vertigo. E come per la narrativa anche nell’arte grafica i Miti hanno dato forma a nuove inquietanti storie, come nel Neonomicon di Alan Moore, o nei passatempi di ogni tipo, illustrati da decine di artisti riportati in parte nel volume dedicato all’Arte dei Miti di Cthulhu.

In questo Da altrove l’olandese Erik Kriek ci porta a rileggere, in forma di graphic novel, L’Estraneo (The Outsider, ), Il colore venuto dallo spazio (The color out of space, 1927), Dagon (Dagon, 1923), Da altrove (From Beyond, 1920), La maschera di Innsmouth (Shadow over Innsmouth, 1931). Cinque racconti tra quelli più conosciuti anche se li ritengo tra i più “sovraesposti”. Ci sono molti altri lavori di H.P.L. che meriterebbero di venir disegnati e mi chiedo se davvero sia necessario puntare sulla popolarità delle storie per vendere un volume del genere.

Erik Kriek LovecraftScelta delle storie a parte, il libro ha il pregio dell’interpretazione visiva alla vecchia maniera di certe riviste della EC Comics (Tales from the Crypt) che contaminarono l’horror negli anni ’50. Purtroppo, se il tratto di Kriek riesce a rendere benissimo quelle atmosfere e quel gusto del terrore, non riesce altrettanto bene nell’adattamento delle storie di Lovecraft. Finali alterati e in parte monchi, per quanto non tolgano molto al senso della storia, ne alterano il punto di vista. Dalla troncatura dell’Estraneo a quel Dagon e le sue “chimere” che rubano la scena alle urla finali rivolte alla creatura che, forse, lo ha seguito fin nel nostro mondo.

Volume dedicato ai soli fan del lavoro di Lovecraft (e quelli di Kriek, immagino), e di chi ha ancora voglia di leggersi fumetti in stile horror ’50, ha inoltre la pecca di non dire nulla sulle ispirazioni visive, su quei fumetti che non tutti gli appassionati conoscono, e sulle motivazioni che hanno spinto l’autore a quella scelta.

Darkness on the Edge of Town di Brian Keene

“Nah. We’re animals, Robbie. Always have been. Always will be.
If dolphins had opposable thumbs, they’d replace us as the dominant species in a heartbeat.”

Ma quant’è che non recensisco qualcosa? Secoli sembrano, speriamo sia come con la bici che non ci si dimentica come si fa… Tenebra, disperazione e morte, okay, ma anche quel tocco di paranormale cosmico e parecchi personaggi alcuni perfino ironici. Tutto in questo libriccino che avevo trovato cartaceo per pochi euri sul solito ebay e invece poi è successo che mi son fatto regalare da Amazon nel formato eBook, per non so che occasione.

Continua…