True Detective e il corno di Jericho Hill

“If you ask me, light is winning”
Rust Cohle

C’è tutto nel titolo. Almeno se avete letto la Torre Nera, visto l’ottava e ultima puntata di True Detective e quindi non c’è possibilità di alcuno spoiler. Altrimenti questo non è posto per voi, siete avvisati.

Il cerchio, si diceva qualche puntata fa, argomentazione centrale nei vaneggiamenti di Rust Cohle, incentrati (ahah) sull’idea ciclica della vita, su un’eterna ripetizione di gesti insensati, in questa parziale percezione dell’esistenza che noi “sacchi di carne” chiamiamo realtà. Ogni cosa è già stata fatta, ogni situazione affrontata. Ragionamento che regala a Rust quel suo modo di agire (quasi) sempre compassato, quell’apparente vuoto dell’anima.

Eppure.
Ma al corno arriviamo poi.

Prima passiamo per Carcosa.

Carcosa

Carcosa

Che qualcuno è rimasto deluso, dalla assenza totale di un piano sovrannaturale nella faccenda, qualcuno si è lamentato dei troppi dialoghi, qualcuno delle figure femminili inesistenti. Ma qualcuno si lamenta sempre, e una serie che riesce ad accontentare molti e scontentarne altrettanti qualcosa di buono deve aver fatto. Dal mio punto di vista, ristrettissimo data la scarsa frequentazione del genere poliziesco e colpevole di non aver mai letto Il re in giallo (che ormai, figuriamoci, TUTTI conoscono di persona proprio, ci escono il sabato sera, con Hastur), il viaggio lento nel vuoto delle vite dei due true detective, colmate dall’unica speranza di giustiziare il killer, è stato appassionante e soddisfacente.

Anzi, la mancanza totale del sovrannaturale ha lasciato spazio al solo confronto tra le due personalità, sufficiente a riempire le puntate di questo “poliziesco”. Anche con le sue donne, che per quanto abbiano avuto poco minutaggio lo hanno usato bene, dimostrandosi sufficientemente spietate da mutare il corso degli eventi. Soprattutto per Marty, ovviamente, vittima di se stesso e della propria cronica fiducia nell’essere normale, cosa che gli viene a noia troppo presto per non farlo ricadere nei soliti errori (d’altro canto con Lili Simmons era impossibile non ricadesse, ammettiamolo).

Ed è banale scontato e inutile dire “senza il personaggio di Cohle non c’era nulla”. Parafrasandolo ce lo dice lui stesso, senza non c’era la serie (meglio infatti la battuta in originale, No buddy without me there is no you, che sottintende molto più di una dipendenza, quasi che Marty – e forse non solo lui – fosse nient’altro che un personaggio creato da Rust, dalla sua presenza in questa realtà, un attore nella messa in scena organizzata dal Re in giallo).

Nessun piano sovrannaturale, il mito è parte della realtà che ci circonda, bisogna solo saperlo (volerlo) vedere. Incarnato il mito, Carcosa diventa un luogo della mente e del corpo, riflettendo le intricate e pericolose devianze del serial killer nelle quali si perdono, fin quasi a rischiare la vita, entrambi i detective. Che hanno percorso il cerchio, e si ritrovano alla fine dov’erano all’inizio. Nei boschi davanti a un vuoto ciclico, solo che questa volta invece di guardarlo dall’esterno lo vivono da dentro.

Ed è nel finale che si comprende il simbolo, si può almeno ipotizzare, sperare anche, di dare una interpretazione (giusta, sbagliata, non ha senso, l’importante è che ci sia stato abbastanza mestiere nello spettacolo da generare il bisogno di ipotizzare, di sperare, di crearsi una propria interpretazione). Perché tornati al punto di partenza, pronti a cominciare un nuovo ciclo, qualcosa è cambiato, persino Rust riesce a essere “ottimista”. Nonostante la morte sfiorata, nonostante l’aver sfiorato con mano l’abisso di tenebra dove sua figlia lo attende, nonostante l’abisso di tenebra che soffoca il mondo, la luce sta vincendo, secondo lui.

Spostare di poco un punto in un cerchio permette di non tornare esattamente all’inizio, ma traslare e continuare.
Ed è così che arriviamo al corno di Jericho Hill.

È stato il mio primo pensiero, una volta spenta l’ottava puntata; una scheggia, un ricordo impazzito di un libro letto tanto tempo fa. Roland che conquista la Torre Nera solo per perdere la memoria e ricominciare tutto da capo. Però con quella piccola differenza, con il corno in mano pronto per essere usato. E Roland pronto a ricominciare tutto, tutto uguale eppure tutto potenzialmente diverso.
Spostando di poco l’asse degli eventi, sfiorando la ciclicità eterna che è l’inferno senza via di fuga.
E che cos’è un cerchio che non si ricongiunge a sé stesso, se non una spirale?

True Detective

La visione della realtà?

Dexter. La fine.

Stavo scrivendo la rece di Darkness on the edge of town di Keene (e lancio qualche occhiata al buon killer di Deathproof che ora tocca al pezzo con Jungle Julia…) quando mi è comparsa la mail di youtube, che in genere finisce subito nello spam. Ma stavolta c’era qualcosa di interessante così ho interrotto per un post rapido rapido, di quelli sulle serie tv che nella vecchia incarnazione del sito avevano pure una loro categoria.
Continua…

Dexter il devoto di Jeff Lindsay

Posticipata questa settimana la solita operazione del sabato, “recupera le recensioni dal vecchio blog”, per lasciar decantare la notizia sul nuovo eBook gratuito, e aver qualcosa da pubblicare attorno Halloween.
Non vi dirò che in questi giorni sto traslocando, perché chi mi segue ha sentito questa parola spessissimo negli anni potrebbe non credermi. Però è vero eh… e vedreste cosa è venuto fuori dagli scatoloni del magazzino, ci farò un post sicuro appena finisco qua.
Comunque sono ancora più incasinato del solito, di mattina, di giorno, di sera, la notte…
Inoltre…
ho impaginato il numero l’iterazione 16 di NeXT del quale vi racconterò a breve
è l’ultimo giorno utile per il concorso col quale vi regalo un libro se mi fate gli auguri e domani stilo la classifica randomica e penso a spedire Il Grande Notturno al fortunello vincitore
esce Arkana, altra collaborazione di eBookAndBook, della quale però vi parlo nei prossimi giorni
dovrei scrivere un racconto per il Fun Cool, se c’è ancora tempo (c’è?)

Oggi invece si torna indietro di qualche anno, con il secondo libro della saga su Dexter Morgan.

Arrivo a questo libro dopo aver visto tutte le tre serie televisive dedicate al personaggio di Dexter Morgan e credo che a molti sia successa la stessa cosa, attratti dal volume economico della Mondadori disponibile nelle edicole, incuriositi dalla possibilità di conoscere a fondo il protagonista di una bella serie thriller.

Dexter il devoto

Dexter il devoto è il secondo volume di Jeff Lindsay dedicato al killer di serial killer, Dexter Morgan appunto. Frutto di un infanzia travagliata e da pulsioni omicide incanalate dalle ferree regole del padre Harry, il protagonista di queste storie è diventato un analista della scientifica, specializzato nel ricostruire la dinamica degli omicidi basandosi sul sangue. Macchie, traiettorie, brandelli organici, potenza e direzione del colpo, sono gli elementi di partenza per le sue indagini nella calda e musicale Miami.
E dove la giustizia non arriva, quando le sue maglie vengono allargate grazie ad avvocati compiacenti o cavilli legali, Dexter entra in campo, seguendo un preciso iter di identificazione, giustificazione (solo quando sei veramente sicuro, puoi uccidere, gli insegna il padre), eliminazione.

Si limitasse a questo, devoto o meno, Dexter non sarebbe nient’altro che un assassino, per quanto dotato di una sua morale. La peculiarità del personaggio invece è che viene definito per sottrazione: Dexter non è solo freddo, cinico, lui non prova proprio sentimenti, non li ha mai avuti e non ne comprende il funzionamento ne l’utilità. Allo stesso tempo però non vive segregato in una cantina, attendendo la prossima vittima. Lavora e conduce un’esistenza apparentemente normale, circondato da colleghi, la sorella, una ragazza.
E quando gli mancano i filtri emotivi, che permettono di interfacciarsi col prossimo, Dexter inventa.
Si crea un rapporto amoroso, consola gli amici e la sorella, si dedica a passatempi, si dipinge addosso la maschera che ritiene migliore per ogni occasione, in un complesso lavoro di mimica umana.
Il tutto, nel libro, è osservato dal miglior punto di vista: la sua mente.
In Dexter il devoto il lettore/visitatore viene fatto sedere comodo sulla poltroncina cerebrale, e davanti ai suoi occhi sfilano i pensieri del nostro amato serial killer di quartiere, freddi e cinici che spiazzano, divertono e affascinano.

In questo capitolo, che propone alcuni elementi presenti nella seconda serie televisiva, Dexter è perennemente sotto sorveglianza del suo collega, il sergente Doakes, che lo costringe a rintanarsi dalla compagna Rita, con i suoi due figli e la scorta di birre light, in una discesa nella quotidianità che lo porterà a un passo dal diventare un sedentario uomo qualsiasi.
Ma una serie di atti efferati che coinvolgono una segreta unità operativa militare gli permetterà di scatenare ancora il suo Passeggero Oscuro. Al quale Dexter sarà felice di lasciare le redini dell’azione, per tornare alla sua attività preferita.
Legare i cattivi.
Usare il coltello.
Riporre una goccia del loro sangue nel suo archivio di piastrine.
Che è tutto quello che noi chiediamo a Dexter, in fin dei conti.