Dark (Netflix)

In questi anni ho sviluppato una certa passione per i film di fantascienza che trattano di tempo, anomalie e dimensioni più o meno parallele. Quando ho sentito per la prima volta parlare di Dark pensavo si trattasse di una serie tv horror, e la locandina che mi ricordava in qualche modo il simbolo della strega di Blair non mi aveva preso per niente. Poi grazie al solito passaparola sui social ho scoperto che il vero tema era un altro. Seguono spoiler.

Nella piccola, perennemente assediata dalla pioggia e terribilmente noiosa cittadina di Winden si intrecciano le vite di quattro famiglie. La scomparsa di un bambino e misteriosi fenomeni apparentemente collegati alla centrale nucleare che alimenta il paese daranno inizio a una vicenda dai risvolti sovrannaturali. Continua…

Strange things about Stranger Things

A tre mesi abbondanti dall’ultima recensione, la visione di Stranger Things, nuova serie targata Netflix, è riuscita a spingermi a rimetter mano alla tastiera, per qualcosa che non sia programmare l’engine del roguelike o giochicchiare a Limbo. Siamo a meno di 24 ore dalla visione dell’ultimo episodio della prima stagione, resa disponibile appena tre giorni fa, e so che se non ne scrivo potrei avere ancora difficoltà a dormire. Troppo l’entusiasmo, le emozioni che vorrei raccontare, così come i rimandi e le citazioni delle quali mi piacerebbe discutere. Non riuscirei a farlo al bar, quindi tocca al blog ospitare questo soliloquio. Per le recensioni vere, di chi ne sa, aspettiamo al varco Lucia; io vi servo al solito un minestrone emozionale nel quale, se volete, potete sguazzare fino al suo arrivo.

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The Leftovers, la malinconia del sopravvivere

Ultimamente, diciamo negli ultimi 3/4 anni, i miei gusti in fatto di cinema e serie tv stanno inesorabilmente cambiando. Pur restando affezionato a certi generi, come horror e fantascienza, non riesco più a tollerare gli spettacoli a costo mentale zero, che non mi provocano alcuna reazione emotiva. Horror insensati, fantasy a buon mercato, super eroi senza alcuna identità, ogni tanto mi ricapita di provare, ma è peggio che fumare una sigaretta dopo che hai smesso da tempo. Solo il cattivo sapore e la consapevolezza che è stato tempo buttato via.
Per fortuna c’è a chi affidarsi per ottime scelte nel campo del cinema (penso alle ultime visioni consigliate da Elvezio o Lucia, come Yellow brick road, Sinister, Triangle o proprio pochi giorni fa l’ottimo Honeymoon) mentre per le serie TV sto in ascolto delle voci di corridoio tra i contatti dei social.
Proprio una di queste voci mi ha parlato qualche settimana fa del serial The Leftovers, che avevo archiviato nella mente e dimenticato, se non per la curiosità del suo essere la nuova serie ideata da Damon Lindelof mente diabolica che sta dietro, oltre a Lost (che a me è piaciuto pure col suo finale copiaincollato da Jacob’s Ladder) a una serie di terrificanti polpettoni sci-fi di questi anni come Cowboy&Aliens, Prometheus e Star Trek: Into Darness (il cui unico pregio è aver dato modo a Leo Ortolani di scriverne un’esilarante recensione).
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Game of Thrones. In viaggio verso il Trono di Spade (2)

Sono passati due anni da quel primo articolo dedicato al backstage del Trono di Spade e dal successivo viaggio per affiancare alle ambientazioni immaginarie quelle reali. Correva l’anno 2012 e quella che sarebbe diventata la serie più piratata della televisione era appena agli inizi. Oggi sono pochi quelli che non ne hanno almeno sentito parlare, moltissimi i fan in tutto il mondo, divisi tra chi ha letto i libri e chi invece si accontenta della versione (fino a ora piuttosto fedele) trasmessa dalla HBO. Tutti o quasi sanno anche chi è l’autore, il buon (si fa per dire, ammazza tutti i personaggi preferiti dai lettori) vecchio (troppo, visto quanto piano scrive) George Raymond Richard Martin. La speranza che lui concluda la saga A Song of Ice and Fire prima di tirare le cuoia (il primo volume è datato 1996) diminuisce col passare degli anni (ne sono serviti 6 per l’ultimo romanzo pubblicato, A Dance with Dragons, e dovrebbero servirne ancora due per leggere la parola fine) ma la serie TV continua ad avere notevole successo (è stata confermata per la quinta e sesta stagione).

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True Detective e il corno di Jericho Hill

“If you ask me, light is winning”
Rust Cohle

C’è tutto nel titolo. Almeno se avete letto la Torre Nera, visto l’ottava e ultima puntata di True Detective e quindi non c’è possibilità di alcuno spoiler. Altrimenti questo non è posto per voi, siete avvisati.

Il cerchio, si diceva qualche puntata fa, argomentazione centrale nei vaneggiamenti di Rust Cohle, incentrati (ahah) sull’idea ciclica della vita, su un’eterna ripetizione di gesti insensati, in questa parziale percezione dell’esistenza che noi “sacchi di carne” chiamiamo realtà. Ogni cosa è già stata fatta, ogni situazione affrontata. Ragionamento che regala a Rust quel suo modo di agire (quasi) sempre compassato, quell’apparente vuoto dell’anima.

Eppure.
Ma al corno arriviamo poi.

Prima passiamo per Carcosa.

Carcosa

Carcosa

Che qualcuno è rimasto deluso, dalla assenza totale di un piano sovrannaturale nella faccenda, qualcuno si è lamentato dei troppi dialoghi, qualcuno delle figure femminili inesistenti. Ma qualcuno si lamenta sempre, e una serie che riesce ad accontentare molti e scontentarne altrettanti qualcosa di buono deve aver fatto. Dal mio punto di vista, ristrettissimo data la scarsa frequentazione del genere poliziesco e colpevole di non aver mai letto Il re in giallo (che ormai, figuriamoci, TUTTI conoscono di persona proprio, ci escono il sabato sera, con Hastur), il viaggio lento nel vuoto delle vite dei due true detective, colmate dall’unica speranza di giustiziare il killer, è stato appassionante e soddisfacente.

Anzi, la mancanza totale del sovrannaturale ha lasciato spazio al solo confronto tra le due personalità, sufficiente a riempire le puntate di questo “poliziesco”. Anche con le sue donne, che per quanto abbiano avuto poco minutaggio lo hanno usato bene, dimostrandosi sufficientemente spietate da mutare il corso degli eventi. Soprattutto per Marty, ovviamente, vittima di se stesso e della propria cronica fiducia nell’essere normale, cosa che gli viene a noia troppo presto per non farlo ricadere nei soliti errori (d’altro canto con Lili Simmons era impossibile non ricadesse, ammettiamolo).

Ed è banale scontato e inutile dire “senza il personaggio di Cohle non c’era nulla”. Parafrasandolo ce lo dice lui stesso, senza non c’era la serie (meglio infatti la battuta in originale, No buddy without me there is no you, che sottintende molto più di una dipendenza, quasi che Marty – e forse non solo lui – fosse nient’altro che un personaggio creato da Rust, dalla sua presenza in questa realtà, un attore nella messa in scena organizzata dal Re in giallo).

Nessun piano sovrannaturale, il mito è parte della realtà che ci circonda, bisogna solo saperlo (volerlo) vedere. Incarnato il mito, Carcosa diventa un luogo della mente e del corpo, riflettendo le intricate e pericolose devianze del serial killer nelle quali si perdono, fin quasi a rischiare la vita, entrambi i detective. Che hanno percorso il cerchio, e si ritrovano alla fine dov’erano all’inizio. Nei boschi davanti a un vuoto ciclico, solo che questa volta invece di guardarlo dall’esterno lo vivono da dentro.

Ed è nel finale che si comprende il simbolo, si può almeno ipotizzare, sperare anche, di dare una interpretazione (giusta, sbagliata, non ha senso, l’importante è che ci sia stato abbastanza mestiere nello spettacolo da generare il bisogno di ipotizzare, di sperare, di crearsi una propria interpretazione). Perché tornati al punto di partenza, pronti a cominciare un nuovo ciclo, qualcosa è cambiato, persino Rust riesce a essere “ottimista”. Nonostante la morte sfiorata, nonostante l’aver sfiorato con mano l’abisso di tenebra dove sua figlia lo attende, nonostante l’abisso di tenebra che soffoca il mondo, la luce sta vincendo, secondo lui.

Spostare di poco un punto in un cerchio permette di non tornare esattamente all’inizio, ma traslare e continuare.
Ed è così che arriviamo al corno di Jericho Hill.

È stato il mio primo pensiero, una volta spenta l’ottava puntata; una scheggia, un ricordo impazzito di un libro letto tanto tempo fa. Roland che conquista la Torre Nera solo per perdere la memoria e ricominciare tutto da capo. Però con quella piccola differenza, con il corno in mano pronto per essere usato. E Roland pronto a ricominciare tutto, tutto uguale eppure tutto potenzialmente diverso.
Spostando di poco l’asse degli eventi, sfiorando la ciclicità eterna che è l’inferno senza via di fuga.
E che cos’è un cerchio che non si ricongiunge a sé stesso, se non una spirale?

True Detective

La visione della realtà?

True Detective e le paludi della natura umana

È vicino a casa mia.
Nella palude.

Sta tutto lì, serve ben poco altro. Quella frase, quel frammento di dialogo, che precede un lungo e bellissimo piano sequenza di sei minuti, nella quarta puntata di True Detective. È stato quello a spingermi a scriverne, dopo esserci arrivato grazie all’entusiasmo degli articoli di Germano e, impossibile negarlo, alla presenza di citazioni tratte da Il Re in Giallo. Pensando all’inizio che si trattasse dell’ennesimo poliziesco non ci avevo fatto troppo caso. Invece bastano pochi minuti, qualche dialogo e attenzione alle location scelte, per capire che ci si trova di fronte a uno spettacolo diverso. Niente lucida tecnologia, niente classica coppia di sbirri, nessun filtro high contrast alla moda.
Il mondo nel quale si muovono Marty e Rust (Woody Harrelson e Matthew McConaughey) è stato candeggiato parecchie volte, senza che questo riuscisse a togliere lo sporco incrostato nella trama, in ogni sua fibra. E ci sono pochi luoghi adatti quanto la Louisiana, lì dove si abita “nella palude”, dove la terra è intrisa di miti oscuri, rivelati puntata dopo puntata con quasi fastidiosa parsimonia.

Altro colpo magistrale il suddividere la narrazione su due piani temporali, in un continuo di rimandi e citazioni che legano l’indagine sul killer, avvenuta diciassette anni prima, e l’interrogatorio al quale i due detective sono sottoposti da loro colleghi. In esame, sembrerebbe, c’è il ritorno in azione del killer e il bisogno di ripercorrere gli eventi della prima indagine. L’analisi che i protagonisti fanno del proprio operato è il modo perfetto per disseminare indizi su quanto è successo, spesso interrompendo la rivelazione a poche parole dal “finale”, e permette di navigare a fondo nel carattere dei personaggi. Come non bastassero i dialoghi, eccellenti in scrittura e ritmo, che vedono contrapporsi le teorie nichiliste di Rust al razionale per non dire rozzo approccio alla vita di Martin.

You, yourself, this whole big drama, it was never anything but a jerry-rig of presumption and dumb will and you could just let go, finally know that you didn’t have to hold on so tight. To realize that all your life, you know, all you love, all you hate, all your memory, all your pain—it was all the same thing. It was all the same dream, a dream you had inside a locked room, a dream about being a person. And like a lot of dreams . . . there’s a monster at the end of it.
Rust Cohle

Rust

Rust, come lo vede Martin

Chiunque non sia proprio a digiuno di letture lovecraftiane avrà colto nel pensiero di Rust, col suo continuo alternarsi tra realtà e visioni (dovute a un massiccio uso di droghe nel suo passato da infiltrato) le basi di quella teoria del terrore cosmico, dovuto alla consapevolezza che l’uomo è niente più che un insignificante burattino di carne in un cosmo meccanico.

La razza umana scomparirà. Altre razze appariranno e si estingueranno a loro volta. Il cielo diventerà gelido e vuoto, attraversato dalla debole luce di stelle morenti. Che a loro volta scompariranno. Tutto scomparirà. E ciò che fanno le persone non ha più senso del moto casuale delle particelle elementari.
H. P. Lovecraft

In questa luce le visioni lisergiche di Rust assumono il ruolo di squarci aperti, forse, sulla vera realtà delle cose, arricchendosi di simboli propri della vicenda nella quale il detective si trova coinvolto.

True Detective

Una delle visioni di Rust, il simbolo della spirale

True Detective Rust

La luce gialla, smorta, uno dei simboli visivi del serial

Le citazioni sono tantissime, la serie presenta collegamenti interni, a ripetere quella struttura a spirale che è il simbolo del culto che i due true detective stanno rivelando, puntata dopo puntata.

Sul diario della ragazza trovata uccisa (sacrificata) si legge:

Along the shore the cloud waves break,
The twin suns sink behind the lake,
The shadows lengthen
In Carcosa
Strange is the night where the black stars rise,
And strange moons circle through the skies,
But stranger still is
Lost Carcosa
The King in Yellow, Act I, Scene II

Tratto dall’opera teatrale fittizia che da il nome alla raccolta di racconti di Robert W. Chambers.

true detective carcosa

La citazione da Il Re in Giallo sul diario della ragazza sacrificata

Siamo alla quarta puntata, metà serie è andata e le cose sono cambiate. Nic Pizzolatto, l’ideatore, e Cary Fukunaga, il regista, si sono presi la libertà di usare le prime tre parti della storia (un primo Atto) per raccontare il lento scavare dei due nel caso e in sé stessi, muovendosi lentamente verso quella che sarà la probabile conclusione, dove attende il mostro alla fine (nostro) del sogno. Ed è a questo punto che per entrambi è tempo di cambiare (o rivelare il vero sé, con la scusante degli eventi esterni che catalizzano, richiedono, tale cambiamento). E in pochi minuti Rust “è costretto” a tornare Crush, silenzioso spacciatore ritenuto morto. E Marty si spoglia, fisicamente e moralmente, di ogni parvenza civile per rivelarsi bifolco nell’apparenza oltre che nella sostanza.

Hastur

Hastur, il Re in Giallo

Ci sarebbe moltissimo da dire, su queste “sole” quattro puntate, dal lavoro eccezionale sui personaggi, dall’alchimia tra i due poliziotti, dalla qualità della fotografia e delle location scelte (vero terzo protagonista della serie) fino a quel già osannato piano sequenza di sei minuti che chiude quella che Pizzolato ha definito la prima parte del secondo atto di True Detective. E ne parleremo ancora, ma in seguito, quando tutto questo sarà finito e, forse, completo.

In un’intervista all’Arkham Digest lo stesso Pizzolato ha descritto molto bene il lavoro svolto sulla serie, insistendo sul fatto che non ci sono elementi sovrannaturali (cosa che trovo estremamente positiva, vista la natura rituale degli omicidi e la presenza delle allucinazioni, non serve davvero altro per raggiungere quel luogo tra luce e ombra dove il sospetto genera la paura, senza inutili forze aliene). Una sua frase raccoglie il pensiero di Rust, che è evidentemente anche il suo, e il senso ultimo della storia: Reality is the dread.

Da qualche parte a sud, tra le paludi, uomini potenti e ricchi si muovono attorno a circoli di pietre, compiendo oscuri sacrifici. Per evocare, forse inconsapevoli, il mostro che attende alla fine del sogno e che, a conti fatti, è l’essere umano, davanti allo specchio che ne rivela la vera natura.

La chiesa del Re in Giallo

La chiesa, il nulla, la civiltà distruttrice sullo sfondo

For although nepenthe has calmed me, I know always that I am an outsider; a stranger in this century and among those who are still men. This I have known ever since I stretched out my fingers to the abomination within that great gilded frame; stretched out my fingers and touched a cold and unyielding surface of polished glass.
H.P.Lovecraft – The Outsider

Dr. Horrible’s Sing-Along Blog

Il tragicomico musical di Joss Whedon, risalente al 2008, è ormai disponibile su youtube (sub ita) in cinque spezzoni. Per chi non conoscesse la storia della produzione di questo mediometraggio (42′ in tre atti), realizzato durante lo sciopero della Writers Guild of America, la riassumo rapidamente. Gli sceneggiatori statunitensi incrociarono le braccia, creando un vuoto nelle produzioni televisive e cinematografiche. Whedon si mise al lavoro in quel periodo, coinvolgendo i fratelli Zack e Jed, rispettivamente sceneggiatore e compositore (con dei nomi da avventura grafica Lucasarts!). Tra gli attori reclutò alcune sue conoscenze: Felicia Day (Buffy, Dollhouse) e Nathan Fillion (il capitano Malcolm Reynolds in Firefly e Serenity) mentre per la parte del super villain Dr. Horrible venne scelto Neil Patrick Harris (Starship Troopers, How I met your mother).

Dr. Horrible Sing Along Blog

Dr. Horrible Sing Along Blog

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Dead Set

Dead Set TV Logo

Dead Set

Ispirato da una recensione del Sommobuta, dedicata a Black Mirror, ne ripesco una mia su un’altra delle fatiche di Charlie Brooker, ideatore d’entrambe le miniserie inglesi.

Dead Set, storia in 5 parti che ebbi modo di vedere nella piccola sala del cineforum cittadino. Spettacolo decisamente horror, che descrive cinque giorni dell’invasione degli zombie. Il tutto inizia durante una delle serate di “eliminazione” di un concorrente dalla Casa del Grande Fratello, col pubblico che attende la nomina assiepato davanti a un palco, all’esterno della Casa.

Su quel palco la presentatrice Davina McCall (nella parte di sé stessa) intrattiene i fan, parla con i concorrenti all’interno della Casa e, dopo lo spoglio delle votazioni, accoglie l’isterica Pippa (nome sfigatissimo). In quel momento giunge un auto con degli infetti e (com’è consuetudine in questi casi) the infection spreads! Non ci sono spiegazioni, non ci sono rimedi.

Dead Set è un bel pugno nello stomaco, di quelli che non ricevevo da tempo. Non c’è spazio per i dubbi sulla qualità del serial, che somma la buona tradizione zombesca alle migliori uscite degli ultimi anni (28 giorni dopo per dirne una).

Alla fine della prima puntata di Dead Set il senso di opprimente predestinazione è palpabile. Non c’è via di fuga, non c’è speranza. Anche perché se quella (la gente assiepata fuori dal palco del GF, i telespettatori, i protagonisti) è l’umanità  che dovrebbe venir salvata, allora è meglio stare dalla parte dei goffi antropofagi mugugnanti.

Gore a livelli che in Italia non vedremo mai. Vivi e morti dilaniati da non morti, in una visione piacevole, se paragonata ai cadaveri ridotti a pezzi dal regista del GF, esca nel folle tentativo di fuga. Lui macella i corpi di alcuni concorrenti, morti, risorti e ri-morti. Estrae interiora, affetta, senza mai smettere di insultare i sopravvissuti, che lui disprezza e considera, al pari di quelli che ha tra le mani, solo carne utile a raggiungere un risultato.

Inutile credo citare i sottotesti, evidenziati nel parallelo tra l’occhio dello zombie e il simbolo del GF e nel doppio assedio che apre e chiude la mini serie. I fan accorsi a vedere i loro (dementi) idoli. I non morti affamati che assaltano la sede del Grande Fratello per mangiarsi quelli stessi umani che idolatravano.

Comparsate note agli inglesi: la già  citata conduttrice del GF nella parte di sé stessa ed ex concorrenti della trasmissione nei panni degli zombie. Una recitazione che si mantiene a ottimi livelli e nessun momento di vera speranza.

Teso e sanguinante, Dead Set lascia senza fiato durante la visione e senza parole, una volta concluso.

Game of Thrones. In viaggio verso il Trono di Spade

Night gathers, and now my watch begins. It shall not end until my death. I shall take no wife, hold no lands, father no children.I shall wear no crowns and win no glory. I shall live and die at my post. I am the sword in the darkness. I am the watcher on the walls. I am the fire that burns against the cold, the light that brings the dawn, the horn that wakes the sleepers, the shield that guards the realms of men. I pledge my life and honor to the Night’s Watch, for this night and all nights to come.
Vow of the Night’s Watch

Eccoci qui, di nuovo. Che preferiate le arie gelide di Winterfell o il clima più mite di King’s Landing, che tifiate Lannister o Stark, qualsiasi personaggio amiate o detestiate in modo viscerale (qualcuno ha detto Joffrey?) se adorate il fantasy e le serie TV, siete sicuramente qui, di nuovo, ad attendere la prossima puntata di Game of Thrones. Iniziata da un paio di episodi (il primo in TV il secondo regalato in anticipo via web), la serie ispirata alla saga di George R. R. Martin A Song of Ice and Fire (arrivata ormai al quinto volume, lasciamo stare la terrificante distribuzione italiana), ha visto la migliore incarnazione possibile per le avventure med-fantasy dei sette regni.

Guardando questo nuovo inizio, affascinati da location azzeccatissime, chi non si è chiesto dove sia stato girato il serial? Se ricordate, tre mesi fa vi avevo parlato di una delle location, tra le più facilmente raggiungibili (anche se un low cost per la Scozia forse si trova con gli stessi denari), Dubrovnik, sfruttata per realizzare parte di King’s Landing. E il resto di quel mondo così vasto? Ebbene, ecco un post scritto spulciando tra tutte le wiki possibili, che risponde a tale giustificata curiosità. Iniziato con l’idea di pubblicare un paio di foto si è trasformato in un lungo viaggio tra Irlanda, Scozia, Marocco, Malta, Croazia, insomma un bel giro per il mondo.

Ma tutto inizia in un luogo solo, nel nostro caso a Belfast dove ha sede la produzione del serial. Dell’Irlanda del Nord vedremo moltissime zone, tra esterni, castelli, villaggi e porti. Non tutte le location sono state accreditate e durante le ricerche ho trovato solo una parte delle associazioni tra luoghi reali e ambientazioni fantastiche. Se notate incongruenze o avete notizie aggiornate sulle location di Game of Thrones fatemelo sapere che modifico l’articolo.

E ora iniziamo il viaggio…

Continua…