Dark (Netflix)

In questi anni ho sviluppato una certa passione per i film di fantascienza che trattano di tempo, anomalie e dimensioni più o meno parallele. Quando ho sentito per la prima volta parlare di Dark pensavo si trattasse di una serie tv horror, e la locandina che mi ricordava in qualche modo il simbolo della strega di Blair non mi aveva preso per niente. Poi grazie al solito passaparola sui social ho scoperto che il vero tema era un altro. Seguono spoiler.

Nella piccola, perennemente assediata dalla pioggia e terribilmente noiosa cittadina di Winden si intrecciano le vite di quattro famiglie. La scomparsa di un bambino e misteriosi fenomeni apparentemente collegati alla centrale nucleare che alimenta il paese daranno inizio a una vicenda dai risvolti sovrannaturali. Continua…

Strange things about Stranger Things

A tre mesi abbondanti dall’ultima recensione, la visione di Stranger Things, nuova serie targata Netflix, è riuscita a spingermi a rimetter mano alla tastiera, per qualcosa che non sia programmare l’engine del roguelike o giochicchiare a Limbo. Siamo a meno di 24 ore dalla visione dell’ultimo episodio della prima stagione, resa disponibile appena tre giorni fa, e so che se non ne scrivo potrei avere ancora difficoltà a dormire. Troppo l’entusiasmo, le emozioni che vorrei raccontare, così come i rimandi e le citazioni delle quali mi piacerebbe discutere. Non riuscirei a farlo al bar, quindi tocca al blog ospitare questo soliloquio. Per le recensioni vere, di chi ne sa, aspettiamo al varco Lucia; io vi servo al solito un minestrone emozionale nel quale, se volete, potete sguazzare fino al suo arrivo.

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Serial di stagione: Ash vs Evil Dead, The Leftovers e l’arrivo di Shannara Chronicles

E rieccoci qua, a chiacchierare di serie TV, la cui produzione sta aumentando in maniera esponenziale con l’arrivo sul mercato di nuovi provider (Netflix e Amazon, per citarne un paio) e nuovi formati di distribuzione (tutti gli episodi disponibili in un colpo solo, addio attesa settimanale). Tra novità 2015 (boomstick vi dice niente?), conferme e arrivi per il 2016 (Shannara, X-Files) la lista sarebbe lunghissima, anche solo nelle serie “di genere” che seguiamo da queste parti, per cui mi limiterò a un piccolo assaggio.
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The Leftovers, la malinconia del sopravvivere

Ultimamente, diciamo negli ultimi 3/4 anni, i miei gusti in fatto di cinema e serie tv stanno inesorabilmente cambiando. Pur restando affezionato a certi generi, come horror e fantascienza, non riesco più a tollerare gli spettacoli a costo mentale zero, che non mi provocano alcuna reazione emotiva. Horror insensati, fantasy a buon mercato, super eroi senza alcuna identità, ogni tanto mi ricapita di provare, ma è peggio che fumare una sigaretta dopo che hai smesso da tempo. Solo il cattivo sapore e la consapevolezza che è stato tempo buttato via.
Per fortuna c’è a chi affidarsi per ottime scelte nel campo del cinema (penso alle ultime visioni consigliate da Elvezio o Lucia, come Yellow brick road, Sinister, Triangle o proprio pochi giorni fa l’ottimo Honeymoon) mentre per le serie TV sto in ascolto delle voci di corridoio tra i contatti dei social.
Proprio una di queste voci mi ha parlato qualche settimana fa del serial The Leftovers, che avevo archiviato nella mente e dimenticato, se non per la curiosità del suo essere la nuova serie ideata da Damon Lindelof mente diabolica che sta dietro, oltre a Lost (che a me è piaciuto pure col suo finale copiaincollato da Jacob’s Ladder) a una serie di terrificanti polpettoni sci-fi di questi anni come Cowboy&Aliens, Prometheus e Star Trek: Into Darness (il cui unico pregio è aver dato modo a Leo Ortolani di scriverne un’esilarante recensione).
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Hell on Wheels

“…people of color could transform whites into people of color”
The Blue Tattoo: The Life of Olive Oatman

Siamo a pochi giorni dall’inizio della nuova stagione televisiva (ammerregana, of course), almeno di quella che dovrebbe presentare prodotti di una certa qualità, mentre l’estate è stata lasciata come sempre ad altri livelli di intrattenimento (True Bleah docet). Nel vuoto di queste ultime settimane mi sto portando in pari con una serie che all’inizio avevo un po’ snobbato. Vuoi per quel Wheels nel titolo che, nella mia ridotta capacità analitica, aveva qualcosa a che fare con ruote di moto. Il perché poi, non lo so dire.

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Orphan Black (serie 1 e 2)

Oggi è andata così, che pioveva (strano eh) e quindi ho saltato brutalmente la lezione di tai chi per restarmene con Fred, la cartella di musica classica (rubata a Irene) su Spotify sul Kindle e l’ultimo bicchiere di Tazzelenghe della Tenuta Beltrame, un posto che sta proprio lì, al confine tra l’inferno dell’eterno alcolista e il paradiso dei sapori perduti. E si sa, che alla fine tutto finisce e separarsi è sempre difficile. Ti riprometti che questa volta sarà diverso, che hai imparato. E quando te lo versi, quell’ultimo, invece.
E tra la conclusione dell’ottimo L’armée furieuse (che per altro mi ha fatto passare quasi un’oretta sul web a rileggere testi sulla masnada di Hellequin) e la cena da inventare, ho chiuso la seconda serie di Orphan Black, serial suggerito da Eddy (a cui devo anche la spinta per scrivere Le guide che a breve si ingrosseranno di un nuovo capitolo).

E mentre penso che dovrei recensire il libro, raccontarvi dei conigli assassini che sono arrivati belli impaginati sul sito di Savage Worlds e di altri progetti che stanno trovando ognuno il loro bel porto, qualche parola sul telefilm ce la scambiamo, prima di cena. Orphan Black è stata una bella scoperta, in un periodo in cui niente sembrava davvero soddisfarmi (dopo l’abbandono di Helix e Penny Dreadful stavo quasi per rivedermi tutta Breaking Bad). Siamo sinceri, non è niente più che puro intrattenimento, con pseudo scienza/fantascienza a tema clonazione che raggiunge epici momenti di LOL in alcuni discorsi tra “scienziati”.
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Game of Thrones. In viaggio verso il Trono di Spade (2)

Sono passati due anni da quel primo articolo dedicato al backstage del Trono di Spade e dal successivo viaggio per affiancare alle ambientazioni immaginarie quelle reali. Correva l’anno 2012 e quella che sarebbe diventata la serie più piratata della televisione era appena agli inizi. Oggi sono pochi quelli che non ne hanno almeno sentito parlare, moltissimi i fan in tutto il mondo, divisi tra chi ha letto i libri e chi invece si accontenta della versione (fino a ora piuttosto fedele) trasmessa dalla HBO. Tutti o quasi sanno anche chi è l’autore, il buon (si fa per dire, ammazza tutti i personaggi preferiti dai lettori) vecchio (troppo, visto quanto piano scrive) George Raymond Richard Martin. La speranza che lui concluda la saga A Song of Ice and Fire prima di tirare le cuoia (il primo volume è datato 1996) diminuisce col passare degli anni (ne sono serviti 6 per l’ultimo romanzo pubblicato, A Dance with Dragons, e dovrebbero servirne ancora due per leggere la parola fine) ma la serie TV continua ad avere notevole successo (è stata confermata per la quinta e sesta stagione).

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True Detective e il corno di Jericho Hill

“If you ask me, light is winning”
Rust Cohle

C’è tutto nel titolo. Almeno se avete letto la Torre Nera, visto l’ottava e ultima puntata di True Detective e quindi non c’è possibilità di alcuno spoiler. Altrimenti questo non è posto per voi, siete avvisati.

Il cerchio, si diceva qualche puntata fa, argomentazione centrale nei vaneggiamenti di Rust Cohle, incentrati (ahah) sull’idea ciclica della vita, su un’eterna ripetizione di gesti insensati, in questa parziale percezione dell’esistenza che noi “sacchi di carne” chiamiamo realtà. Ogni cosa è già stata fatta, ogni situazione affrontata. Ragionamento che regala a Rust quel suo modo di agire (quasi) sempre compassato, quell’apparente vuoto dell’anima.

Eppure.
Ma al corno arriviamo poi.

Prima passiamo per Carcosa.

Carcosa

Carcosa

Che qualcuno è rimasto deluso, dalla assenza totale di un piano sovrannaturale nella faccenda, qualcuno si è lamentato dei troppi dialoghi, qualcuno delle figure femminili inesistenti. Ma qualcuno si lamenta sempre, e una serie che riesce ad accontentare molti e scontentarne altrettanti qualcosa di buono deve aver fatto. Dal mio punto di vista, ristrettissimo data la scarsa frequentazione del genere poliziesco e colpevole di non aver mai letto Il re in giallo (che ormai, figuriamoci, TUTTI conoscono di persona proprio, ci escono il sabato sera, con Hastur), il viaggio lento nel vuoto delle vite dei due true detective, colmate dall’unica speranza di giustiziare il killer, è stato appassionante e soddisfacente.

Anzi, la mancanza totale del sovrannaturale ha lasciato spazio al solo confronto tra le due personalità, sufficiente a riempire le puntate di questo “poliziesco”. Anche con le sue donne, che per quanto abbiano avuto poco minutaggio lo hanno usato bene, dimostrandosi sufficientemente spietate da mutare il corso degli eventi. Soprattutto per Marty, ovviamente, vittima di se stesso e della propria cronica fiducia nell’essere normale, cosa che gli viene a noia troppo presto per non farlo ricadere nei soliti errori (d’altro canto con Lili Simmons era impossibile non ricadesse, ammettiamolo).

Ed è banale scontato e inutile dire “senza il personaggio di Cohle non c’era nulla”. Parafrasandolo ce lo dice lui stesso, senza non c’era la serie (meglio infatti la battuta in originale, No buddy without me there is no you, che sottintende molto più di una dipendenza, quasi che Marty – e forse non solo lui – fosse nient’altro che un personaggio creato da Rust, dalla sua presenza in questa realtà, un attore nella messa in scena organizzata dal Re in giallo).

Nessun piano sovrannaturale, il mito è parte della realtà che ci circonda, bisogna solo saperlo (volerlo) vedere. Incarnato il mito, Carcosa diventa un luogo della mente e del corpo, riflettendo le intricate e pericolose devianze del serial killer nelle quali si perdono, fin quasi a rischiare la vita, entrambi i detective. Che hanno percorso il cerchio, e si ritrovano alla fine dov’erano all’inizio. Nei boschi davanti a un vuoto ciclico, solo che questa volta invece di guardarlo dall’esterno lo vivono da dentro.

Ed è nel finale che si comprende il simbolo, si può almeno ipotizzare, sperare anche, di dare una interpretazione (giusta, sbagliata, non ha senso, l’importante è che ci sia stato abbastanza mestiere nello spettacolo da generare il bisogno di ipotizzare, di sperare, di crearsi una propria interpretazione). Perché tornati al punto di partenza, pronti a cominciare un nuovo ciclo, qualcosa è cambiato, persino Rust riesce a essere “ottimista”. Nonostante la morte sfiorata, nonostante l’aver sfiorato con mano l’abisso di tenebra dove sua figlia lo attende, nonostante l’abisso di tenebra che soffoca il mondo, la luce sta vincendo, secondo lui.

Spostare di poco un punto in un cerchio permette di non tornare esattamente all’inizio, ma traslare e continuare.
Ed è così che arriviamo al corno di Jericho Hill.

È stato il mio primo pensiero, una volta spenta l’ottava puntata; una scheggia, un ricordo impazzito di un libro letto tanto tempo fa. Roland che conquista la Torre Nera solo per perdere la memoria e ricominciare tutto da capo. Però con quella piccola differenza, con il corno in mano pronto per essere usato. E Roland pronto a ricominciare tutto, tutto uguale eppure tutto potenzialmente diverso.
Spostando di poco l’asse degli eventi, sfiorando la ciclicità eterna che è l’inferno senza via di fuga.
E che cos’è un cerchio che non si ricongiunge a sé stesso, se non una spirale?

True Detective

La visione della realtà?

True Detective e le paludi della natura umana

È vicino a casa mia.
Nella palude.

Sta tutto lì, serve ben poco altro. Quella frase, quel frammento di dialogo, che precede un lungo e bellissimo piano sequenza di sei minuti, nella quarta puntata di True Detective. È stato quello a spingermi a scriverne, dopo esserci arrivato grazie all’entusiasmo degli articoli di Germano e, impossibile negarlo, alla presenza di citazioni tratte da Il Re in Giallo. Pensando all’inizio che si trattasse dell’ennesimo poliziesco non ci avevo fatto troppo caso. Invece bastano pochi minuti, qualche dialogo e attenzione alle location scelte, per capire che ci si trova di fronte a uno spettacolo diverso. Niente lucida tecnologia, niente classica coppia di sbirri, nessun filtro high contrast alla moda.
Il mondo nel quale si muovono Marty e Rust (Woody Harrelson e Matthew McConaughey) è stato candeggiato parecchie volte, senza che questo riuscisse a togliere lo sporco incrostato nella trama, in ogni sua fibra. E ci sono pochi luoghi adatti quanto la Louisiana, lì dove si abita “nella palude”, dove la terra è intrisa di miti oscuri, rivelati puntata dopo puntata con quasi fastidiosa parsimonia.

Altro colpo magistrale il suddividere la narrazione su due piani temporali, in un continuo di rimandi e citazioni che legano l’indagine sul killer, avvenuta diciassette anni prima, e l’interrogatorio al quale i due detective sono sottoposti da loro colleghi. In esame, sembrerebbe, c’è il ritorno in azione del killer e il bisogno di ripercorrere gli eventi della prima indagine. L’analisi che i protagonisti fanno del proprio operato è il modo perfetto per disseminare indizi su quanto è successo, spesso interrompendo la rivelazione a poche parole dal “finale”, e permette di navigare a fondo nel carattere dei personaggi. Come non bastassero i dialoghi, eccellenti in scrittura e ritmo, che vedono contrapporsi le teorie nichiliste di Rust al razionale per non dire rozzo approccio alla vita di Martin.

You, yourself, this whole big drama, it was never anything but a jerry-rig of presumption and dumb will and you could just let go, finally know that you didn’t have to hold on so tight. To realize that all your life, you know, all you love, all you hate, all your memory, all your pain—it was all the same thing. It was all the same dream, a dream you had inside a locked room, a dream about being a person. And like a lot of dreams . . . there’s a monster at the end of it.
Rust Cohle

Rust

Rust, come lo vede Martin

Chiunque non sia proprio a digiuno di letture lovecraftiane avrà colto nel pensiero di Rust, col suo continuo alternarsi tra realtà e visioni (dovute a un massiccio uso di droghe nel suo passato da infiltrato) le basi di quella teoria del terrore cosmico, dovuto alla consapevolezza che l’uomo è niente più che un insignificante burattino di carne in un cosmo meccanico.

La razza umana scomparirà. Altre razze appariranno e si estingueranno a loro volta. Il cielo diventerà gelido e vuoto, attraversato dalla debole luce di stelle morenti. Che a loro volta scompariranno. Tutto scomparirà. E ciò che fanno le persone non ha più senso del moto casuale delle particelle elementari.
H. P. Lovecraft

In questa luce le visioni lisergiche di Rust assumono il ruolo di squarci aperti, forse, sulla vera realtà delle cose, arricchendosi di simboli propri della vicenda nella quale il detective si trova coinvolto.

True Detective

Una delle visioni di Rust, il simbolo della spirale

True Detective Rust

La luce gialla, smorta, uno dei simboli visivi del serial

Le citazioni sono tantissime, la serie presenta collegamenti interni, a ripetere quella struttura a spirale che è il simbolo del culto che i due true detective stanno rivelando, puntata dopo puntata.

Sul diario della ragazza trovata uccisa (sacrificata) si legge:

Along the shore the cloud waves break,
The twin suns sink behind the lake,
The shadows lengthen
In Carcosa
Strange is the night where the black stars rise,
And strange moons circle through the skies,
But stranger still is
Lost Carcosa
The King in Yellow, Act I, Scene II

Tratto dall’opera teatrale fittizia che da il nome alla raccolta di racconti di Robert W. Chambers.

true detective carcosa

La citazione da Il Re in Giallo sul diario della ragazza sacrificata

Siamo alla quarta puntata, metà serie è andata e le cose sono cambiate. Nic Pizzolatto, l’ideatore, e Cary Fukunaga, il regista, si sono presi la libertà di usare le prime tre parti della storia (un primo Atto) per raccontare il lento scavare dei due nel caso e in sé stessi, muovendosi lentamente verso quella che sarà la probabile conclusione, dove attende il mostro alla fine (nostro) del sogno. Ed è a questo punto che per entrambi è tempo di cambiare (o rivelare il vero sé, con la scusante degli eventi esterni che catalizzano, richiedono, tale cambiamento). E in pochi minuti Rust “è costretto” a tornare Crush, silenzioso spacciatore ritenuto morto. E Marty si spoglia, fisicamente e moralmente, di ogni parvenza civile per rivelarsi bifolco nell’apparenza oltre che nella sostanza.

Hastur

Hastur, il Re in Giallo

Ci sarebbe moltissimo da dire, su queste “sole” quattro puntate, dal lavoro eccezionale sui personaggi, dall’alchimia tra i due poliziotti, dalla qualità della fotografia e delle location scelte (vero terzo protagonista della serie) fino a quel già osannato piano sequenza di sei minuti che chiude quella che Pizzolato ha definito la prima parte del secondo atto di True Detective. E ne parleremo ancora, ma in seguito, quando tutto questo sarà finito e, forse, completo.

In un’intervista all’Arkham Digest lo stesso Pizzolato ha descritto molto bene il lavoro svolto sulla serie, insistendo sul fatto che non ci sono elementi sovrannaturali (cosa che trovo estremamente positiva, vista la natura rituale degli omicidi e la presenza delle allucinazioni, non serve davvero altro per raggiungere quel luogo tra luce e ombra dove il sospetto genera la paura, senza inutili forze aliene). Una sua frase raccoglie il pensiero di Rust, che è evidentemente anche il suo, e il senso ultimo della storia: Reality is the dread.

Da qualche parte a sud, tra le paludi, uomini potenti e ricchi si muovono attorno a circoli di pietre, compiendo oscuri sacrifici. Per evocare, forse inconsapevoli, il mostro che attende alla fine del sogno e che, a conti fatti, è l’essere umano, davanti allo specchio che ne rivela la vera natura.

La chiesa del Re in Giallo

La chiesa, il nulla, la civiltà distruttrice sullo sfondo

For although nepenthe has calmed me, I know always that I am an outsider; a stranger in this century and among those who are still men. This I have known ever since I stretched out my fingers to the abomination within that great gilded frame; stretched out my fingers and touched a cold and unyielding surface of polished glass.
H.P.Lovecraft – The Outsider

Serial di stagione: Sherlock, la pandemia di Helix, risse e sesso a Banshee

Titolo che riassume solo in parte questa nuova puntata della rubrica dedicata ai serial televisivi andati e in arrivo. Che ormai ne consumo più dei film lo sapete già, così come credo che la qualità media di questi prodotti si sia elevata anni fa, per poi avere un cedimento, dovuto al proliferare incontrollato di nuove serie. Tra queste escono ancora vincenti per qualità le miniserie britanniche, più brevi, compatte e incisive, rispetto le eterne e annacquate saghe telefilmiche americane.

 

Orrore, paranoia e ghiacci artici. Non è La Cosa, è Helix.
Helix, il cimitero delle scimmie congelateIniziata da sole tre puntate la nuova serie di Syfy, Helix, che segue gli scienzati del Centers for Disease Control and Prevention in una missione nella base della Arctic Biosystems dove il più classico dei disease outbreak minaccia di raggiungere proporzioni mondiali. Per ora il plot mescola elementi orrorifici classici con tetrangoli sentimentali (lei, lui, l’altra e il fratello di lui – zombificato, o forse no) e cospirazioni interne. Queste ultime per ora dominate dal misterioso direttore della struttura (interpretato da Hiroyuki Sanada visto recentemente in 47 Ronin) e dal “cimitero delle scimmie congelate”.
La serie dovrebbe svolgersi in 13 giorni precisi, una puntata per ogni giorno di diffusione del virus, niente flashback, narrazione diretta, puro thriller (fanta)scientifico.
Per ora tra “livelli segreti” della base, esperimenti che coinvolgono l’energia nucleare, cospirazioni (e scimmie congelate) le premesse per qualcosa di buono ci sono tutte.

 

Sangue, soldi e sesso. Bentornati a Banshee.
BansheeRicominciato da un paio di settimane, il telefilm dedicato allo “sheriffo” Hood e ai suoi affari nella sordida cittadina di Banshee. Una prima puntata, un ritorno al fumettone pulp che è Banshee, un lungo recap della serie precedente, che non cade nella noia del già visto. Un viaggio che va a fondo nei personaggi noti e meno noti, ne estrae peculiarità e debolezze (pressure point?), fino a sottolineare il punto fondamentale. Rabbit, il cattivo, è ancora vivo e incazzato (e il primo a farne le spese è un povero scoiattolo, ironia della serie sorte).
Come si affrontano a Banshee momenti del genere? La ricetta è sempre la stessa della prima serie, collaudata e funzionante. Un po’ di azione, un assalto acrobatico a un porta valori che non finisce proprio benissimo. E per citare la protagonista di Pazzi a Beverly Hills “con una scopata e una dormita tutto va a posto”. E lo sceriffo Hood in questo non ha rivali.

 

Sherlock se ne va. Anzi no.
Sherlock e WatsonMolti non l’hanno gradita, questa terza serie dedicata all’investigatore per eccellenza. Meno interessanti i “casi della settimana”, questo è sicuro, ma molto molto lavoro sulla figura di Sherlock Holmes, tornato dalla morte e assurto anche nel mondo fittizio di questa sua nuova versione moderna, a mito. Punto nodale e perfettamente sviluppato, punteggiato dalla sempre presente ironia, l’approfondimento del rapporto con Watson, vero e proprio tramite con il resto di un mondo, di una umanità, che Sherlock appena adesso sembra iniziare a vedere, se non comprendere.

 

Altro?
Game of Thrones 4Ce ne sarebbe per pagine e pagine, dalla terza deludente serie di American Horror Story alla settima di The Big Bang Theory che si è risollevata di qualche grado dalle precedenti, fino ai pochi mesi che separano dalla quarta di Game of Thrones.
Ma la verità è che tra un paio d’ore mi devo gettare fuori casa e affrontare la tormenta che imperversa sull’altopiano carsico, per raggiungere finalmente i monti e la neve.
Di queste cose, se riesco nell’impresa, parleremo più avanti.