Game of Thrones. In viaggio verso il Trono di Spade

Night gathers, and now my watch begins. It shall not end until my death. I shall take no wife, hold no lands, father no children.I shall wear no crowns and win no glory. I shall live and die at my post. I am the sword in the darkness. I am the watcher on the walls. I am the fire that burns against the cold, the light that brings the dawn, the horn that wakes the sleepers, the shield that guards the realms of men. I pledge my life and honor to the Night’s Watch, for this night and all nights to come.
Vow of the Night’s Watch

Eccoci qui, di nuovo. Che preferiate le arie gelide di Winterfell o il clima più mite di King’s Landing, che tifiate Lannister o Stark, qualsiasi personaggio amiate o detestiate in modo viscerale (qualcuno ha detto Joffrey?) se adorate il fantasy e le serie TV, siete sicuramente qui, di nuovo, ad attendere la prossima puntata di Game of Thrones. Iniziata da un paio di episodi (il primo in TV il secondo regalato in anticipo via web), la serie ispirata alla saga di George R. R. Martin A Song of Ice and Fire (arrivata ormai al quinto volume, lasciamo stare la terrificante distribuzione italiana), ha visto la migliore incarnazione possibile per le avventure med-fantasy dei sette regni.

Guardando questo nuovo inizio, affascinati da location azzeccatissime, chi non si è chiesto dove sia stato girato il serial? Se ricordate, tre mesi fa vi avevo parlato di una delle location, tra le più facilmente raggiungibili (anche se un low cost per la Scozia forse si trova con gli stessi denari), Dubrovnik, sfruttata per realizzare parte di King’s Landing. E il resto di quel mondo così vasto? Ebbene, ecco un post scritto spulciando tra tutte le wiki possibili, che risponde a tale giustificata curiosità. Iniziato con l’idea di pubblicare un paio di foto si è trasformato in un lungo viaggio tra Irlanda, Scozia, Marocco, Malta, Croazia, insomma un bel giro per il mondo.

Ma tutto inizia in un luogo solo, nel nostro caso a Belfast dove ha sede la produzione del serial. Dell’Irlanda del Nord vedremo moltissime zone, tra esterni, castelli, villaggi e porti. Non tutte le location sono state accreditate e durante le ricerche ho trovato solo una parte delle associazioni tra luoghi reali e ambientazioni fantastiche. Se notate incongruenze o avete notizie aggiornate sulle location di Game of Thrones fatemelo sapere che modifico l’articolo.

E ora iniziamo il viaggio…

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Game of Thrones, un backstage in attesa della seconda stagione

Lo so che i titoli corti funzionano meglio eh, mannaggia se di SEO e altre menate non ne ho sentite e le sento ogni giorno. Ma tanto qua ci arrivano solo i quattro amici rimasti a leggersi le mie storie e quelli da facebook. Soprattutto quelli da facebook. E a loro prometto: nel 2012 arriverò al post col titolo più lungo del testo.
Ho dovuto accorciare il titolo altrimenti sbordava tutto dalla home del sito. E via così.

A parte questo.
Già già già – che ve lo dico a fare – ricomincia Game of Thrones.
Mancano solo due mesi.
La prima serie, pur col suo surplus di mammelle danzanti e morti esposti, che fosse per alzare il rating e gridare “siamo la serie dark fantasy più cool del momento”, m’è piaciuta, del resto non me ne frega granché.
Era bella da vedere, affascinante da seguire nel suo snodarsi lungo i tragitti già percorsi nella lettura dei romanzi di Martin, riusciva a catturare l’essenza dei personaggi principali. E c’erano i draghi, caspita, c’erano i draghi!
Però questo post non nasce dall’esigenza di mostrarvi i draghi (i draghi!) ma di fare una gita, quasi dietro l’angolo.
Su, venite con me.

Ecco Kings Landing, nella sigla di Game of Thrones

Ecco Kings Landing, nella sigla di Game of Thrones

Da qualche giorno gira il nuovo teaser trailer della seconda stagione. Teaser che non dice molto più di quanto già non si sappia: mostra personaggi che già conosciamo e fa quanto deve, alimenta la voglia di fantasy sullo schermo, che almeno da ‘ste parti è parecchio elevata.
Eliminato quasi del tutto l’horror, che non lo sopporto proprio più, la voglia di fantastico rimane. Così come ho ripiegato da Bioshock 2 (ma lo finirò prima o poi) su Overlord (mandare in giro goblin a massacrare villaggi felici è sempre una gioia) e concluderò con Skyrim, che la nuova PS3 (non ve l’ho detto? ve lo dirò!) ne è ghiotta, dopo tutte le preview, i trailer, le guide e soprattutto la patch risolutoria.
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Once Upon a Time, i cataloghi delle fiabe

Once upon a time

La locandina di Once upon a time, sempre con 'sto blu, però

Post di puro cazzeggio, che ogni tanto ci vuole per passare il tempo, reduce dalla visione della nona puntata del serial Once upon a time. Da tempo ormai seguo più telefilm che lungometraggi, che vedo poco spesso magari recuperando vecchie pellicole (recentemente dal divano ci siamo sbafati La storia fantastica, Un biglietto per due, Gremlins, Christine la macchina infernale, che era il più recente). I telefilm li riesco a infilare nei ritagli di tempo e spesso li trovo più interessanti, soprattutto nel campo “di genere”, dove vuoi i budget ridotti o la serialità imposta, ma le scelte di sceneggiatura sembrano più riuscite che nei film che affollano le (carissime) sale cinematografiche. Non che sia tutto oro, per Cthulhu no, soprattutto quando tirano la corda stagione dopo stagione annacquando la salsa, però capita qualche bella esperienza.

È il caso di questo Once upon a time, rivisitazione di tante favole classiche, che cerca di amalgamarle con un tono fantasy dark, tra streghe piuttosto discinte e personaggi classici che la Disney ha riproposto in chiave buonista negli ultimi decenni. Qui il presupposto è tutt’altro che felice: Un giorno [i personaggi delle fiabe, NdM] si ritrovarono intrappolati in un posto dove tutti i loro lieto fine erano stati rubati. Il nostro. E chi può dargli torto, vedendo dove stavano, tra animali che cantano e principi sempre pronti a battersi contro le ingiustizie, che il nostro sia molto peggio dei loro mondi?
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Dragon Age: Redemption – Episodio 1 (e ultimo)

Okay, sapevo di non potermi aspettare un altro Game of Thrones o qualcosa che ci andasse vicino. Però non pensavo di trovarmi a rimpiangere gli effetti speciali di The Gamers e la recitazione dei brutti di Haven .
Poco da fare, dai videogame è stato tratto poco di buono, un paio di film forse e credo nessun libro, anche se non ho mai letto nulla della saga letteraria di Dragon Age.
Possiedo un paio dei volumi ispirati ai giochi della saga xboxiana di Halo, trovati sulle bancarelle e presi per affetto per il Master Chief.
Ne ho iniziato uno, tempo fa, e alla seconda pagina avrei voluto strapparmi gli occhi.

Felicia Day nei panni dell'elfa assassina Tallis

Felicia Day nei panni dell’elfa assassina Tallis

Dragon Age: Redemption è realizzato da Felicia Day, ormai ertasi (si può dire?) a paladina della nerdaggine a 360°. Partita proprio da quel BTVS (eddai che lo sapete, Buffy The Vampire Slayer) dov’era una potenziale cacciatrice nel finale della serie, invece di smettere e trovarsi un lavoro ha continuato a recitare nelle produzioni di Joss Whedon (Dr. Horrible’s Sing-Along Blog, Dollhouse) per poi creare la sua web serie dedicata ai giochi di ruolo online e cavalcare il successo di World of Warcraft, The Guild.
Supervisiona e produce la BioWare (produttrice dei videogiochi che compongono la saga: Dragon Age: Origin, Dragon Age: Origins – Awakening e Dragon Age 2).

In questo pilot (puntata che dovrebbe attirare spettatori e tenerli incollati in modo da garantirsi un certo pubblico), tra mascheroni di cartapesta e costumi che era meglio li comprassero agli stand di Lucca Comics & Games, siamo tornati ai primi episodi di Buffy.
Anzi, manco lì, che certi cattivi di Buffy erano veramente fighi, per un serial.
In DA: Redemption la parte fatta meglio è l’ultima, quella con la grafica del videogioco.

Non sto nemmeno a dire della trama di questo primo episodio di sei, non credo ci sia, io non l’ho notata. La trama. Un’elfa assassina corre per i boschi. Mi pare incontri un tipo in armatura scintillante, quindi uno dei buoni (perché lei è cattiva, tirano gli anti eroi, si sa). Lei lo sgozza.

Per fortuna, come per The Guild, gli episodi sono visibili gratuitamente.
E in ‘sti casi non si può nemmeno dire “eh son ragazzi, l’han fatto con pochi soldi” perché insomma c’è la BioWare che non è proprio una software house nata ieri. E piuttosto che dare al web questi 10 minuti di un’elfa assassina che corre e tenta di fare la dura, avrebbero potuto realizzare qualche episodio tutto in CGI, no? O un altro DLC, piuttosto.

Dragon Age: Redemption non è per chi ha amato il gioco, probabilmente solo per gli estimatori della Felicia, che qui sbaveranno nel vederla con un push up medioevale, che sgozza e corre. Felicia, non il push up.

Cliccate play, se avete coraggio.
Io torno a farmi una partita a DA: Origin, che faccio fare le cose zozze al mio personaggio.

Haven

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla serie

Haven

Haven

Ho un debole per i telefilm tranquilli, ultimamente, quelli lontani da ogni fenomeno mediatico, che ti creano aspettative mostruose o fenomeni di addiction irrinunciabili. Dimenticato Lost e il suo finale, arrivato il Terra Nova di Spielberg, ormai stroncato anche dal Corriere dei Piccoli, di serial tv decenti, almeno nel panorama “di genere” non è che ci sia molto di cui gioire (Game of Thrones, per il fantasy, e magari qualche serie sci fi che non digerisco come Doctor Who).
Le season premiere di questo 2011 si stanno dimostrando per la stragrande maggioranza deludenti (quel barlume di misticità in Those kind of things, ritorno sugli schermi di Dexter, mi ha fatto tremare le budella, non parliamo del ritorno di Sheldon & Compagnia di The Big Bang Theory, scadenti copie di se stessi dopo quattro stagioni in lento declino) si salva per ora Fringe, una delle poche serie che ho smesso e ricominciato a vedere (da quella Peter, che riportava sui binari di una continuity sensata la serie, con qualche follia di sceneggiatura come i soul magnets e la puntata in cartoni animati). In comune con Dexter, Fringe ha dalla sua degli attori ottimi (e avere ancora le due Olivia e i due Walter è un bonus) che riescono a tenere su anche quelle puntate dove gli script sono sbilenchi.

Ma torniamo alle serie di cui si parla ancora meno, nel mio caso intendo Eureka e Haven.
Fantascienza la prima e un misto horror-light, fantasy-light per la seconda.
Eureka ha visto recentemente concludere la sua penultima stagione, ne è stata annunciata la cancellazione ma avremo a disposizione ancora una dozzina di episodi per un decente (si spera) finale.
Dovendo scegliere per recitazione e idee sicuramente Eureka la spunterebbe, anche in nerdaggine, dove Haven fallisce miseramente e l’altra schiera varie guest star scelte ad hoc (Felicia “The Guld” Day, Wil “The Next Generation” Wheaton, il crossover con Warehouse 13).
E perché parlare di Haven allora? Be’ intanto perché non ne parla nessuno (e ci sarà un motivo? chiederete voi, probabile) e perché ha avuto una seconda stagione superiore alla prima e non è cosa da poco.

La giovane agente dell’Fbi Audrey Parker (Emily Rose) si trova bloccata nella cittadina di Haven, dove inizierà a indagare sui misteriosi fenomeni che colpiscono la popolazione locale, portatrice di oscure maledizioni. Al centro di tutto, forse, l’assassinio di un uomo conosciuto solo come Colorado Kid.

E fine. Cioè si inizia così e a dirla tutta avevo un altro screen cap da mettere come banner dell’articolo però si vedevano le facce dei tre protagonisti principali ed era veramente troppo anche per me. Perché Haven sicuramente non ha puntato i pochi soldi sul cast. Tra l’inespressivo Nathan (Lucas Bryant), figlio dello sceriffo e incapace di provare qualsiasi sensazione fisica, il ladruncolo Duke (Eric Balfour), perennemente con l’espressione da seduttore (o da miope che non vuol mettersi le lenti, fate voi) e la nostra agente Parker, tanto bionda quanto legnosa su qualsiasi set la mettano, è durissimo scegliere il proprio preferito.
Non viene in aiuto la pochezza degli effetti speciali, dovuta alla summenzionata mancanza di fondi.
Sarà per questo che il telefilm mi è stato simpatico, insomma tre brutti che indagano su gente coi Problemi, cercando di nascondere i fili e quei due blue screen comprati in saldo, meritavano una chance.

E superata quella diffidenza iniziale, la prima serie si è rivelata una sorpresa interessante. Niente di eclatante, come già dicevo, una di quelle serie da accompagnamento, dove i misteri si risolvono facilmente e le ispirazioni letterarie fanno sorridere gli appassionati di Stephen King. Perché, stavo dimenticando, la serie si ispira liberamente a Colorado Kid, romanzo di King del 2005.
Non ho letto il libro (non leggo King dai tempi di Insomnia) e quindi non posso dirvi quanto e in cosa differisce.

La quantità ridotta di episodi (una dozzina a stagione) ha permesso uno sviluppo abbastanza rapido della trama orizzontale, senza sbrodolamenti vari (vedi quello che stava succedendo nella seconda di Fringe), con la solita passione per i cliffhanger finali, rivelatisi in questo caso piuttosto azzeccati.
Se nella prima serie abbiamo assistito all’arrivo della vera (?) Audrey Parker, nella seconda si è fatta una gran rincorsa verso delle puntate rivelatorie che han seminato cadaveri inaspettati per strada (il Reverendo, interpretato dall’ottimo Stephen McHattie, lo davo per certo come big bad della stagione).
Lo status della protagonista, da agente FBI con problemi di memoria a possibile vessel umano (?) di volta in volta vuotato e riempito di una diversa identità, con lo scopo preciso di aiutare i troubleds, è stata una rivelazione magari non del tutto inattesa (la stessa foto con Colorado Kid la ritraeva decenni prima ad Haven) ma di sicuro impatto.

Meno incisive le vicende che riguardano gli altri due del terzetto: da Nathan, che non percepisce sensazioni fisiche ma non coglie di sicuro il poco umorismo presente nella serie, sarcastico o meno, mantenendo una maschera mono espressiva per la gran parte del tempo. Il legame con la nostra agente è evidente da subito e il fatto che per qualche motivo misterioso lui riesca a sentirla acuirà il tutto senza finire troppo facilmente, per fortuna, in una scontatissima love story. Su questo versante si potrebbe versare qualche parola, sottolineando il cliché della situazione creatasi alla fine della seconda serie: innamoramento condiviso, istantanea comparsa di un motivo per cui uno dei due non può stare con l’altro, scomparsa dell’altro (da Buffy a True Blood, per citarne alcune).
Rimane Duke, che riesce a passare da collaboratore a quasi villain, unico dei tre a riuscire nel tentativo di dar forma a una espressione diversa dall’altra, ha dalla sua una serie di segreti di cui è solo parzialmente consapevole, che lo rendono interessante.

Detta così immagino non appare troppo invitante e il fatto che vi ho spoilerato l’impossibile non vi aiuta. Ho già detto che non sono gli attori il punto forte della serie (il Reverendo che era il più carismatico lo hanno ammazzato davvero troppo presto), ma quella trama che si è va costruendo e riesce a essere intrigante pur nei suoi limiti.
Haven è un paesino apparentemente tranquillo e così è il telefilm, un buon passatempo con qualche mistero tutto da risolvere.

The Guild (e un video musicale per Felicia Day)

Fa troppo caldo per scrivere cose davvero intelligenti, cosa che non so nemmeno se mi riesca bene a 10 sotto lo zero, quindi dedico un post a questo piccolo fenomeno geek-nerd che imperversa da un po’, tra facebook, twitter (#theguild, #datemyavatar) e compagnia bella.

Felica Day, trentenne rossa e palliduccia, se ne esce dallo schermo pochi anni or sono e viene ricordata tra i fan di Buffy l’Ammazzavampiri per il piccolo ruolo dell’aspirante Slayer Vi, nel finale dell’ultima stagione. Dopo quello Wikipedia mi dice che ha fatto anche altro, ma sinceramente non la ricordavo in Buffy e invece l’ho notata nel lavoro musicale di Joss Whedon, Dr. Horrible’s Sing-Along Blog (che ha vinto recentemente un Hugo Awards come Best Short Form Dramatic Presentation).
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The Lost Room

Un poliziotto (Peter Krause, Dirty Sexy Money, Six Feet Under) trova la chiave che apre tutte le porte, che divengono vie d’accesso per una misteriosa stanza, sospesa oltre lo spazio e il tempo. Da questo luogo immerso perennemente in una luce divina sono stati trafugati degli oggetti, che nel nostro mondo ottengono strani poteri. Tutto è iniziato qualche decennio fa e da allora gruppi di (fanatici) pseudo religiosi si danno da fare per mettere assieme i pezzi, sostenendo che conducono alla mente di Dio.
In quella stessa stanza per un errore svanisce la figlia del poliziotto, che si ritrova immerso in una vicenda ai confini del reale, nel tentativo di ritrovarla.

Scopro su suggerimento di un’amica questa serie, The Lost Room, datata 2006, che già dal titolo evoca almeno due celebri assonanze: il telefilm di Abrams che spopola da ormai cinque anni e sta volgendo alla giusta conclusione, con i suoi misteriosi paradossi spazio temporali, creature di fumo e rovine dimenticate e il quarto capitolo della saga di videogiochi più famosa nel mondo del survival horror (a parimerito con l’altra con gli zombie, lo ammetto), Silent Hill – The Room.
Come in altre serie fantastiche (X-Files, Fringe, Dresden Files) l’impianto è un poliziesco e all’inizio mi annoia. Per fortuna l’elemento perturbatore entra in campo abbastanza presto, col ritrovamento della chiave “magica” e tutto assume un tono diverso. Fanatici, oggetti pieni di un potere misterioso, la stessa stanza del titolo, tutto contribuisce a creare una sensazione di attesa, verso la prossima scoperta, il prossimo passo del protagonista, alla disperata ricerca della figlia Anna (la meno fastidiosa, per ora, delle sorelle Fanning). Purtroppo a sceneggiare e girare abbiamo “solo” persone che sanno fare il loro mestiere (Christopher Leone, Laura Harkcom, Paul Workman) e non geni epilettici, per cui il risultato è buono dove poteva essere eccezionale.

Solo sei episodi, per fortuna, sviluppano la trama principale ma lasciano aperte molte altre porte (e chissà verso quali stanze) che non saranno richiuse, come si sperava, da una serie successiva. A mio avviso questo è uno dei pregi principali del serial, inizia, finisce, apre con una scoperta chiude con la risoluzione di un problema. E se anche non sappiamo cosa sia realmente accaduto o come può vivere un “oggetto umano” tra noi, è realmente importante? Io credo proprio di no.
Alcune location sono ben sviluppate, il motel, sopratutto esternamente, semplice ma funzionale, la stessa stanza, non troppo bianca “god style”, ma sufficientemente evocativa.
C’è un momento romantico che non serve proprio a nulla, si poteva tagliare quel dialogo post coitale (lei: “Non spezzarmi il cuore”, lui “Nemmeno tu”, segue conato di vomito, mio). Un più secco “Grazie è stato bello ma ho di meglio da fare” da parte del poliziotto sarebbe stato più convincente, sopratutto quando lui ha tra le frecce al suo arco un certo disinteresse verso chi non reputa utile, aspetto che poteva essere ulteriormente marcato (quando porta via le forbici “magiche” alla donna che gli dice “Ti prego, lasciamele, non ho niente altro” lui la guarda e dice “Mi dispiace” e se ne va).

Il finale della serie è anche troppo accomodante, avrei preferito qualcosa più “alla Silent Hill”, sopratutto viste le tematiche in gioco e le possibilità a disposizione. Ma si è optato verso un happy end con tanto di auto verso l’orizzonte e ci accontentiamo, sapendo che in quella stanza, strappata da un evento inspiegabile a questa realtà e cancellata dall’esistenza stessa, qualcuno sta ancora aspettando che le chiavi N° 10 vengano raccolte e utilizzate, perché tutto abbia di nuovo inizio.