The Leftovers, la malinconia del sopravvivere

Ultimamente, diciamo negli ultimi 3/4 anni, i miei gusti in fatto di cinema e serie tv stanno inesorabilmente cambiando. Pur restando affezionato a certi generi, come horror e fantascienza, non riesco più a tollerare gli spettacoli a costo mentale zero, che non mi provocano alcuna reazione emotiva. Horror insensati, fantasy a buon mercato, super eroi senza alcuna identità, ogni tanto mi ricapita di provare, ma è peggio che fumare una sigaretta dopo che hai smesso da tempo. Solo il cattivo sapore e la consapevolezza che è stato tempo buttato via.
Per fortuna c’è a chi affidarsi per ottime scelte nel campo del cinema (penso alle ultime visioni consigliate da Elvezio o Lucia, come Yellow brick road, Sinister, Triangle o proprio pochi giorni fa l’ottimo Honeymoon) mentre per le serie TV sto in ascolto delle voci di corridoio tra i contatti dei social.
Proprio una di queste voci mi ha parlato qualche settimana fa del serial The Leftovers, che avevo archiviato nella mente e dimenticato, se non per la curiosità del suo essere la nuova serie ideata da Damon Lindelof mente diabolica che sta dietro, oltre a Lost (che a me è piaciuto pure col suo finale copiaincollato da Jacob’s Ladder) a una serie di terrificanti polpettoni sci-fi di questi anni come Cowboy&Aliens, Prometheus e Star Trek: Into Darness (il cui unico pregio è aver dato modo a Leo Ortolani di scriverne un’esilarante recensione).

The Leftovers

Conclusa la prima stagione direi che ogni timore di una nuova agonia pluriennale dietro indizi e clamorosi colpi di scena alla Lost è del tutto infondato.
The Leftovers, tratto dal romanzo omonimo di Tom Perrotta, qui anche nelle vesti di co-ideatore, racconta ciò che accade nella piccola cittadina di Mapleton dopo che un inspiegabile evento ha fatto scomparire il 2% della popolazione mondiale.
La storia non si incentra sull’analisi del fenomeno, non ci sono scienziati o man in black, niente complotti né alieni. Ed è questo il punto di forza del serial. L’occhio della macchina da presa è fisso sulla vita di persone comuni che tentano di continuare a vivere dopo tutto questo. Chi ha perso amici o parenti. A qualcuno è stata strappata l’intera famiglia, a una donna vediamo scomparire il bimbo ancora nel grembo.
Senza alcuna ragione.
Ognuno è andato avanti a suo modo in un mondo dove, come si intravede nel pilot, religione e scienza hanno risposto alla domanda “cosa è successo?” con un sonoro “boh!”.

The Leftovers

Il serial ha delle vaghe sfumature che potrebbero suggerire soluzioni fantascientifiche. Le allucinazioni del protagonista, la follia del padre che sente le voci, il “messia” che toglie il dolore, le prescelte. La sceneggiatura porta spesso lo spettatore davanti a un bivio e lo lascia lì a sufficienza perché si convinca che la storia prenderà la strada della fantasia. Invece la visuale ruota di qualche grado e si scopre la materiale essenza di quegli avvenimenti, la realtà scevra di spiegazioni.
Quello che si respira è il dolore che nasce dal lottare con un senso di inutilità. Dove la perdita è inspiegabile, quali meccanismi di difesa scattano nella mente?
Probabilmente è quanto di più vicino ci sia al dramma di chi ha visto scomparire un parente senza averlo mai ritrovato.

Christopher Eccleston

The Leftovers è un serial-drama lento, malinconico, doloroso, che spara le sue cartucce migliori quando si concentra sui singoli protagonisti, come le puntate sul parroco (un bravissimo Christopher Eccleston, noto ai fan per essere stato la nona incarnazione del celebre Dottore) alla ricerca della salvezza per la sua chiesa, che se la vedrà sfuggire tra le dita o su Nora Durst (Carrie Coon, attrice che trovo dotata di una malinconica e silenziosa sensualità).

Carrie CoonNel mentre, su tutti dominano i Guilty Remnant, col loro voto di silenzio, la muta forza di quegli abiti bianchi che sottolineano la rinuncia a tutto ciò che si possiede, fisicamente ed emotivamente, con la loro convinzione che ogni azione sia ormai insensata, se non ricordare quelli che sono scomparsi.
Il serial chiude questa prima stagione con uno dei migliori finali di questi anni, che riesce a toccare l’apice della drammaticità e contemporaneamente lasciarci ammutoliti davanti allo schermo con una nota ottimistica.

The Leftovers è consigliatissimo per temi e atmosfere, per il cast e un lirico score musicale.
Astenersi RIGOROSAMENTE tutti quelli che hanno bisogno di spiegazioni, amanti del complotto, della fantascienza facile, amanti dei finali consolatori o che corrono a leggere l’ultima pagina del libro per sapere come finisce. Dalle recensioni su Amazon si deduce che sono numerosi quelli che hanno chiuso il telefilm per poi acquistare il libro sperando che questo contenesse la “soluzione del mistero”.
Nel caso vi passasse per la testa la stessa idea ve lo dico subito: neanche lì la troverete.
E c’è da sperare che Lindelof non diverga dal testo e non cerchi una qualche chiusura consolatoria che dia una chiave di lettura alla scomparsa. Sarebbe comunque, senza dubbio, una grossa delusione.

Menzione di merito al sordido club dei titolatori italiani per quel “Leftovers – Scomparsi nel nulla” che toglie qualsiasi senso al titolo originale. Leftovers è una chiara indicazione di qual è l’argomento del serial: il dramma di chi rimane, di quelli lasciati indietro, dei sopravvissuti. Non il mistero di chi è “scomparso nel nulla”.

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