La parabola di Stanley, un “librogame 3D”

Anno nuovo, nuova stagione videoludica, iniziata benissimo completando il fantastico Middle Earth: Shadow of Mordor, capace di lasciarmi perfino una sorta di malinconica amarezza con quella conclusione “open” ormai indispensabile per questo genere di giochi. Restare in giro per le terre dell’Oscuro Signore, senza possibilità di pace e redenzione, tra orchi, Uruk e bestie ancora peggiori, non è il destino che avrei voluto per il povero ramingo, ma è probabilmente tra i finali più “eroici” capitati da qualche tempo a questa parte.

Di tutt’altro però parliamo oggi, dal momento che i primi titoli del 2017 sono molto meno action oriented e più tranquilli e old style. Messo a riposo il joypad e ripresa la tastiera ho concluso il breve ma simpatico The Silent Age. Trama lineare, pur nel gorgo dei salti temporali, qualche spruzzo di cultura anni ’70, grafica minimale dovuta all’origine mobile e poche ore di gameplay (da acquistare assolutamente durante gli sconti di Steam).

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È stata quindi la volta del peculiare The Stanley Parable. Nato come mod per Portal 2 è stato trasformato in un titolo a sé stante. La trama c’è e non c’è, e per iniziare bene vi copioincollo la sinossi ufficiale.

The Stanley Parable is a first person exploration game. You will play as Stanley, and you will not play as Stanley. You will follow a story, you will not follow a story. You will have a choice, you will have no choice. The game will end, the game will never end. Contradiction follows contradiction, the rules of how games should work are broken, then broken again. This world was not made for you to understand. But as you explore, slowly, meaning begins to arise, the paradoxes might start to make sense, perhaps you are powerful after all. The game is not here to fight you; it is inviting you to dance.

Curioso, vero?

Il protagonista, Stanley, fa un lavoro che, da programmatore, trovo molto affine. Passa le ore davanti a uno schermo e una tastiera. Sullo schermo gli viene detto che tasto premere e lui lo preme. Quindi si passa al tasto successivo. E ancora. E così avanti. Tutto il giorno, tutti i giorni, tutta la vita. Uffici deserti, attività ripetitive e ossessionanti, mi riportano sempre la mente a racconti come In bilico di Luigi Musolino o qualche incursione nella Malarazza di Samuel Marolla.

Un bel (?) giorno Stanley si accorge che tutti nell’ufficio sono scomparsi. Ci sono bicchieri di caffé ancora caldi e documenti di riunione sparsi per i tavoli. Ma dei colleghi neanche l’ombra. Inizia così The Stanley Parable, con una visuale 3D degna dei classici FPS, con la quale navigare per l’azienda deserta.

E a raccontarla sembrerebbe una qualsiasi avventura con oggetti da scoprire, enigmi da risolvere e un finale da raggiungere, ma le cose non sono così. The Stanley Parable ha due cose in comune con un vecchio film che pochi conoscono e che personalmente adoro, Stranger than fiction (da noi Vero come la finzione). C’è una voce narrante, che descrive gli avvenimenti e anticipa le nostre scelte. C’è la possibilità di esercitare il libero arbitrio e andare contro la narrazione, che tenterà di adattarsi ai cambiamenti.

Le scelte non sono moltissime, le interazioni sono ridotte al minimo, e gli ambienti sono anch’essi limitati. Eppure è possibile incappare in una quindicina di finali, ognuno dei quali apre uno squarcio sulla (o sulle) realtà di Stanley. Giocare con qualcuno che narra le nostre azioni, portandoci di scelta in scelta, regala la sensazione di essere veramente dentro a uno dei vecchi libri interattivi, o librogame, dove qualcuno cerca di condurci lungo un percorso e noi dobbiamo decidere se conformarci o “ribellarci”.

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C’è della fantascienza e del dramma, e c’è qualcuno che decide per noi quando inizia e quando finisce la nostra storia. Qualcuno così convinto di poterci dire dov’è giusto andare al punto da dipingere una linea che mostra la “trama” da seguire.

Potrebbe essere più semplice di così?

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