Triangle

In realtà il titolo era diverso. Solo che sarebbe stato uno spoiler di suo e so che c’è gente che li odia profondamente e già il blog lo leggono in quattro, meglio tenerseli buoni no? Quindi Triangle, un horror. Ché ultimamente ne sto guardando qualcuno, dopo un periodo in cui proprio non gliela facevo. E mi affido per questo ai pusher migliori che conosco, Luigi che non ha blog ma su FB ne scrive, Elvezio ormai una garanzia e la sempre brava Lucia, persone di cui mi fido e nelle parole delle quali riesco a capire se è pellicola che potrei digerire o meno.

Siamo al secondo paragrafo e ve lo dico, ci saranno spoiler, o ci potrebbero essere, se siete abbastanza arguti quindi siete avvertiti. Intanto leggetevi la recensione di Lucia, che dice moltissimo e praticamente tutto quello che avrei voluto dire io (a parte le cose sui registi che lei ne sa e io proprio niente).
Letta?
Bravi.

TriangleUnused

Triangle è, esattamente come dice Lucia, qualcosa che ti rimane dentro. È un meccanismo che ticchetta perdendo pochissimi colpi, forse solo in alcuni passaggi nella ripetizione di certe scene, viste e riviste da varie angolature. Ma sono sfumature di poco conto in un quadro complessivo angosciante, uno sguardo su temi come il senso di colpa e la pervicacia umana, lucido, senza giudizi.

Jess è madre di Tommy, un bambino autistico. È brava, lo ama, ma forse sta cedendo al bisogno di uno spazio, di una vita che in quel rapporto a due non riesce a trovare. E l’occasione di una gita in barca, di una giornata lontana da tutto, potrebbe aiutare. Un terribile naufragio però si abbatte sulla piccola imbarcazione. La paura, incentrata per Jess sull’impossibilità di tornare in tempo da suo figlio che è “a scuola”, troverà sollievo in una barca da crociera che li soccorrerà. Una barca senza equipaggio, apparentemente, dove a Jess sarà chiesto di sacrificare i suoi compagni per poter tornare a casa.

L’orrore, anzi, l’horror, che è parola più congeniale a definire, come spesso si fa, un genere, qui non c’è. Se l’immagine della locandina potrebbe far pensare a un qualche slasher marittimo, bastano i primi dialoghi, un incubo sotto coperta, certi silenzi, per farci capire che si tratta di altro. E rivederlo, Triangle, è ancora più doloroso, un’esperienza più intima, quando – anche grazie alla brava Melissa George – la consapevolezza della verità consente di riempire quei silenzi e comprendere quelle risposte che, durante la prima visione, erano stati solo parte di un continuo strato di angoscia e malinconia.

Triangle va ascoltato e guardato con attenzione agli incroci e ai vari salti “temporali” ma soprattutto alla costruzione, pezzo dopo pezzo, dell’anima di una donna distrutta da ciò che la sua vita è diventata, disposta a ripetere gli stessi gesti in eterno sperando di poterne cambiare l’esito. Le scene in cui questo accumulo di dolore prende forma fisica, con i corpi prima e con la devastante visione dei gabbiani morti poi, sono rivelatorie al punto da togliere il fiato, anche se certi ciondoli già ci avevano messo sull’avviso.

Triangle 2009
Anche la fotografia regala emozioni e indizi

Sensi di colpa, inadeguatezza, l’orrore dell’umanità messa di fronte alla propria debolezza, il ripetersi di atti che portano alla perdita della consapevolezza di ciò che si è. Ci sono alcuni titoli che accosterei a questo più moderno (e per certi versi ancora più riuscito) Triangle. Quello che dava il titolo originale a questo post, è Silent Hill. Triangle è Silent Hill, ne estrapola il concetto alla base e lo porta sul mare, per una gita che ricorda il confronto con la propria colpa del protagonista del secondo capitolo, ma della saga di videogame. Già perché per quanto il primo film (del secondo dai, non ne possiamo proprio parlare) sia riuscito bene, il confronto va fatto con lo script di quel Silent Hill 2, con la discesa nella propria anima e col confronto con i propri incubi personali. Ci sarebbero anche L’uomo senza sonno e Una pura formalità. Ma questi sono film che vivono nel limbo, per quanto oscuro e denso di presenze, e con una risoluzione positiva, che conduce al di fuori, anche lo spettatore.
Triangle non ci concede questo lusso, ci racconta di un inferno dal quale non c’è uscita e di come la volontà umana sia capace di annullare questa consapevolezza e portare Jess a tentare ancora e ancora.
E noi che guardiamo siamo portati a sperare, comunque, nella sua stessa follia che ripetere qualcosa nello stesso modo possa portare a risultati diversi.
Quando in quell’ultimo dialogo le viene chiesto se è sicura di voler partire, il nostro respiro si ferma, basterebbe un semplice no a cambiare le cose. Ma Tommy dev’essere salvato, questa volta potrebbe riuscire a salvarlo.
E tutto ricomincia.

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