L’ultima parola

Questo “L’ultima parola” è nato ormai sei mesi fa, durante un periodo di transizione. Come una di quelle scene da film con la donna che partorisce in automobile (o in condizioni più estreme e singolari, come capita in quel vecchio racconto nel racconto, di Stephen King). In questo caso è venuto alla luce sotto un cavalcavia, mentre aspettavo fermo a un semaforo di raggiungere non ricordo quale destinazione.
Il seme della storia è l’idea di parola e il potere ad essa associato. Idea incontrata molte volte in molte forme. Ricordo un racconto di Raffaele o Simone a un concorso di quelli che si faceva da giovini, un Minuti Contati, dove arrivava una sorta di apocalisse, con enormi parole di pietra che fluttuavano nel cielo. O il misconosciuto Pontypool, dove la parola è addirittura al centro di una follia pandemica.
La parola ha potere da sempre, nel mito e nella religione, dai mantra ai canti sciamanici, dalla magia dei nomi delle strighe alle parole di potere usate dagli incantatori in Dungeons & Dragons.

E l’apocalisse è da sempre un tema che mi affascina, per quel senso di cambiamento radicale, la formattazione di un mondo intero costretto a ripartire, il senso di silenzio, più che guerre tra retromutanti e fattonisuperarmati su autostrade polverose (anche quelle hanno il loro perché). E se avete letto quel libro allora ne avrete incontrate di tutti i tipi, dai simulacri degli antenati che diffondono il gelo dell’altro mondo ai conigli assassini, dal classico risvegliarsi dei morti al sopraggiungere di divinità etere-diffuse.

Ma, tornando a noi, se un simile potere finisse nelle mani dei bambini, a cosa potrebbe dare inizio?
Ecco, questa era la domanda che mi è balenata in testa mentre stringevo il volante squamato, in attesa sotto un cavalcavia buio di smog, che fa un po’ da confine tra la città e la sua zona industriale.

Il raccontino per un po’ è stato sul ciglio dell’abisso, tra la cancellazione e l’espansione in qualcosa di più corposo. Per mia e sua fortuna tutto ciò non si è avverato. L’idea di un Messia del silenzio che vaga per la terra insegnando le ultime parole per condurre il mondo alla follia me la sono messa da parte, magari ci farò qualcosa, magari me la sognerò solo di notte.

Ve lo lascio da leggere. É, al mio solito, una fotografia sfocata, una sovrapposizione d’immagini da tempi diversi e per qualche motivo correlati, senza che questi contengano un vero inizio o una reale conclusione.

PS – se lo volete leggere nel sempre amatissimo formato PDF c’è il tasto apposito alla fine del post 🙂

Buona lettura!


Oh, you kill the word that’s killing you! That’s good! You repeat it. Yeah, I remember as a kid, I used to, uh, I used to repeat words over and over again till they were incomprehensible. You think that’s what it is? Is that why they’re repeating things? Is it some kind of immune system response?

dal film Pontypool

 

La strada è una lingua di terra rossastra, punteggiata da ciuffi d’erba, incisa da solchi profondi, simile a un animale ferito. Pochi cespugli spigolosi la circondano, le sagome irte di spine interrompono sequenze di muretti spaccati. Alcune travi poggiate tra loro compongono una strana figura geometrica. Lastre di vetro giacciono fracassate su alcune chiazze d’asfalto superstite. Il vento gioca a spostare nervoso i frammenti, come un bambino incapace di ricomporre un puzzle troppo grande.
Giovanni cammina ingobbito, proteggendosi col cappuccio dalle raffiche impietose. Arrivato alla cima della collina fa scorrere lo sguardo sul paesaggio desolato. Calcia un sasso, che rotola contro uno dei muretti, provocando una piccola frana di calcinacci.
Si siede, incrocia le gambe.
Attende.

***

Giovanni è nel cortile della scuola, una fossa di cemento circondata da vecchi edifici con l’intonaco sbiadito. Scritte di ogni tipo si inseguono e si sovrappongono, graffiti di teste, strani animali, nomi di alcuni suoi compagni di classe. La Laura. Benussi, l’unico che da quando è arrivato in paese gli ha dimostrato un po’ di simpatia. Massimiliano, del quale ha solo sentito parlare. Ha dato via una merenda per conoscere la sua storia, quella in cui lo portano via i poliziotti perché ha ammazzato il padre.
Tra le mani Giovanni tiene l’ultimo regalo, ricevuto poco dopo che si sono trasferiti lì. Il Gundam AK45 è piccolo ma bellissimo, un sogno di plastica colorata. Non è un pupazzo, non è un giocattolo. È l’enorme difensore della giustizia, i cui poteri non temono confronti.
Ancora non ha ricevuto nessuno dei cattivi. Ripensa ai cartoni visti l’estate precedente, quando si fissava davanti a Telemontecarlo all’ora della merenda. Va a memoria e fantasia. Il mondo attorno a lui cambia.
– Gio! – il grido lo scuote, riportandolo sulla Terra direttamente da Luna-2. Un atterraggio scomodo.
– Gio’, dov’eri? – Luca arriva di corsa e si ferma davanti a lui, le mani sulle ginocchia, ansimando. Giovanni lo fissa, immobile. Luca è uno di quelli di cui è meglio non fidarsi, uno che ti frega, così gli hanno detto.
– Ascolta – Luca lo guarda e sorride – scambieresti il tuo Gundam?
Senza nemmeno accorgersene Giovanni stringe le dita, avvolgendo il giocattolo.
Scuote la testa.
Luca lo guarda e si avvicina di un passo. Ora gli è accanto, in piedi. Giovanni sa che se si alza sarà comunque il più basso dei due. Un anno e diversi centimetri li separano.
– Io ho questa – dalla tasca sdrucita dei pantaloni estrae una pistola. Il metallo è consumato, il calcio è bianco e scintilla più della canna, che è stretta e lunga.
Giovanni la guarda ammirato. Per un attimo pensa sia addirittura vera, poi vede il fondo, grattato, e la plastica bianca che emerge dalla vernice. Storce la bocca, osserva il proprio Gundam.
– No, – risponde. – Grazie – aggiunge come gli hanno insegnato fare, anche con quelli che non ti piacciono.
– E se ti dico un segreto? Lo scambi Gundam per un segreto?
Quella parola accende la curiosità di Giovanni.
– Che segreto?
– Se te lo dico poi lo sai e non è un segreto. Prima giura di darmi il robot.
L’altro rimane pensieroso per un attimo, guarda in basso. Sembra più piccolo Gundam, che occhieggia tra le dita sudate della mano. Ha perso i suoi poteri, è tornato, come la pistola, solo un giocattolo di plastica. Il segreto invece, quello potrebbe essere immenso.
– Okay.
– Devi dire giuro, altrimenti non funziona.
– Giuro.
– Dammi il robot.
Giovanni stringe la manina.
– Il segreto.
Luca ci pensa. Sorride.
– Però devi stare attento. È una cosa da grandi questa, anche meglio della pistola.
– Okay.
– Io so una parola che fa sparire le cose.
Giovanni rimane a bocca aperta per un attimo, l’idea di una parola magica lo invade completamente, stuzzicando ogni fantasia.
Poi qualcosa gli torna alla mente, le storie su Luca e i suoi amici, più grandi e più furbi. Magari è solo un trucco, magari stavolta è lui la vittima e aspettano solo che ci caschi. Stringe il robot, pentendosi del giuramento.
– Hey dammelo, hai giurato!
E se la parola fosse vera? si chiede Giovanni, magari fa sparire anche me.
– Dimmi la parola.
– Non funziona così. È magica, la devi dire a dieci persone.
– E poi?
– Poi fai scomparire una cosa che decidi tu.
– Ma come l’hai saputa? Chi?
– Benussi.
– Quello raccontava frottole, lo dicono tutti. L’hanno perfino portato via i poliziotti!
– È stato lui, e lui diceva che funziona. Allora, il robot?
Giovanni guarda l’altro negli occhi. Vuole andare fino in fondo, vuole sapere.
– La parola.
– Okay – dice Luca avvicinandosi. A pochi centimetri dal suo orecchio bisbiglia, poi si ritrae rapido come un animale in fuga.
La parola è bellissima, pensa Giovanni. Sente qualcosa esplodergli nel cervello, una sequenza di lettere che striscia tra i suoi ricordi, tra le altre parole che conosce. Tutte si inchinano alla nuova arrivata, che si fa spazio mentre il piacere si trasforma in fitte di dolore. La parola è bellissima e potente, è un buco tra le cose, un vuoto impronunciabile che si è fatto vibrazione per diffondersi. Giovanni se la sente scorrere sulla lingua, scivolare tra le labbra, ansiosa, vogliosa di essere pronunciata.
Due grosse lacrime gli scendono a bagnare le guance.
Non si accorge nemmeno di aver lasciato cadere il robot, raccolto da Luca che si sta allontanando verso la strada.
– Quante – grida Giovanni alzandosi in piedi, – tu quante ne hai dette?
Luca non risponde. Fischietta, osservando il suo nuovo robot, lasciandosi alle spalle Giovanni, seduto in una piazzetta di asfalto rovinato, tra le fondamenta spezzate di luoghi dimenticati.

***

Dal fondo della strada lo vede arrivare. È un pick up, ma fa il rumore di un cingolato. Si scassa e traballa, a tratti scarta sulla strada per poi tornare in carreggiata. Dev’essere uno dei pochi ancora in circolazione, messo su con pezzi trovati in giro.
Dannati ambientalisti, pensa.
A un chilometro circa l’automobile emette un suono metallico simile a un doloroso accesso di tosse, quindi sputa un grumo di fumo nero. Si spegne.
Dalla portiera esce un uomo biondo, che veste un lungo cappotto di pelle nera.
Fissato, pensa Giovanni.
Mette la mano in tasca. Il peso è notevole, e il metallo sotto le dita è grezzo e spiacevole. Sente i punti in cui l’ha saldata, sotto il palmo ci sono le viti che la tengono assieme. È quanto di più simile a un’arma che sia riuscito a procurarsi negli ultimi anni.
Maledetti pacifisti, ringia tra sé e sé.
Guarda l’uomo che gli viene incontro. Raffiche nervose giocano a far rotolare sacchi della spazzatura raccolti chissà dove, disturbando enormi ammassi di foglie secche.
Lo sapeva quando ha iniziato? Potrebbe chiederglielo, potrebbe gridare la domanda e sperare che il vento gliela porti. Farsi dire il nome di chi l’ha raccontata a lui.
Non intende correre quel rischio. Ha visto le ultime trasmissioni, è sprofondato nel dolore quando attorno a lui tutto svaniva, e quel ragazzo rabbioso impestava un mondo sempre più spoglio, come un giovane messia del silenzio.
Il vento sta cambiando ancora direzione. Giovanni impreca, sputa davanti a sé. È il momento giusto, ora o mai più.
Lascia che la parola scivoli dal cervello febbricitante fino alla lingua.
Poi urla.

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2 thoughts on “L’ultima parola

  1. Ammetto che sono perplesso.
    Non mi ritengo particolarmente intelligente né perspicace: ho bisogno di finali chiari per apprezzare un racconto. Qui non capisco chi è il biondo di pelle vestito: quello che ha fatto sparire automobili e pistole? E perché Giovanni urla alla fine?
    Magari è un limite mio: porta pazienza, sono fatto così.

    Notevole invece lo stile (si vede che sai scrivere) e davvero originale l’idea alla base. Nell’ultimo paragrafo, mostri con poche pennellate di una chiarezza esemplare un mondo che sta svanendo, senza perderti in spiegoni o carrellate su città desolate o altre banalità già viste mille volte. I miei complimenti.

    Usando le parole di un critico attento, potrei definire questa storia “una fotografia sfocata, una sovrapposizione d’immagini da tempi diversi e per qualche motivo correlati, senza che questi contengano un vero inizio o una reale conclusione.” 🙂

      

    1. Grazie per il commento e per aver apprezzato il raccontino. Le tue domande sono più che lecite, è spiegato davvero poco e molto è lasciato al lettore.
      L’idea è che i protagonisti siano gli stessi in due tempi diversi, si incontrano ancora in un mondo ormai raso al suolo dai desideri di un’umanità che in un modo o nell’altro si trova sempre a detestare qualcosa o qualcuno.
      Sul perché o cosa Giovanni urli… nessun indizio, nessuna idea? 🙂

        

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