I dodici inverni di Tullio Avoledo

Col tempo i ricordi di quella lunga estate si sarebbero spezzettati, confusi. Sarebbero diventati come i frammenti di uno specchio infranto. Alcuni aguzzi, taglienti, capaci di far male. Altri smussati dalla pioggia dei giorni fino a diventare simili a gioielli opachi, a lacrime di vetro.

L'anno dei dodici inverni di Tullio Avoledo

Postazione estiva, sedia IKEA sistemata in veranda, netbook carico e libro alla mano, oggi con Lucifero alle porte e bollini neri ovunque non è giornata da spostarsi. Vediamo quindi di ripassare quanto fatto ieri, secondo episodio di lettura immersiva. Altre ore al mare, questa volta senza danni permanenti all’epidermide, con un vento meno teso e meno fresco ma sempre ottimo compagno di letture. Una nuova avventura nell’immergersi totalmente in un romanzo e completarlo in un unico giorno, un esperimento che sto pensando di far diventare rilassante e buona abitudine. Un giorno al mese magari, un sabato o una domenica, telefono lontano, via da casa che il piccì è sempre una tentazione, un libro e vivande sufficienti al sostentamento. E si viaggia lontano, così.

Intanto tra un bagno e l’altro è stato il turno de L’anno dei dodici inverni, di Tullio Avoledo, gentilmente regalato dal buon Alex. Il suo titolo più conosciuto, L’elenco telefonico di Atlantide, era in lista da tempo, ma Alessandro ha visto giusto con questo romanzo che per certi versi riecheggia il lavoro di Audrey Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Lontano dalle tinte melodrammatiche di quel successo editoriale (trasformato in un soporifero film con Eric “Hulk” Bana) Tullio Avoledo regala una storia complessa, stratificata e capace di far ingoiare chucchiaiate di sana fantascienza anche a chi questo genere lo evita (associandolo erroneamente a tutta una serie di cliché che soprattutto nel nostro paese sono sinonimo di “bassa letteratura”, come non si potesse parlare di robot o viaggi nel tempo senza dover scendere in un underground per pochi eletti).

Gennaio 1982, un vecchio bussa alla porta di casa della famiglia Grandi incantandola con una storia che lo legherà indissolubilmente a loro: sta facendo uno studio sui bambini nati il giorno di Natale nella regione e vuole incontrarli una volta l’anno per seguirne la crescita. Chi è quell’uomo? E, soprattutto, come fa a sapere tante cose sul futuro? In quello stesso 1982 un ragazzo brillante e confuso intraprende la sua strada nel mondo, una strada che presto diverrà un vicolo cieco. Riuscirà a sottrarsi al suo destino? Nel 1997, due donne – la vedova Grandi e sua figlia Chiara, ormai adolescente sono in vacanza in Versilia, ma un incontro imprevisto cambierà per sempre le loro vite. In un prossimo futuro, in una Londra resa irriconoscibile da una guerra, un anziano poeta chiede udienza alla Chiesa della Divina Bomba. Dice di avere una proposta e una richiesta: vuole stringere un patto che può far rivivere, anche se in modo diverso, l’antico mito di Orfeo ed Euridice. Comincia cosi un viaggio incredibile che chiarirà ogni cosa, e dopo il quale niente sarà più lo stesso…

Cancellate dalla vostra mente il “sottotitolo” appiopato al libro, quella scritta “quanto lontano sei disposto a spingerti per salvare un amore”. Mai come in questo caso i signori del marketing hanno poco compreso la qualità e il tipo di storia, ma forse sanno cose che noi comuni mortali ignoriamo e che frasi come quelle davvero fanno – sigh – vendere di più. Speriamo non sia così perché qua di salvare amori non si parla proprio almeno non nell’accezione semplicistica che sembra suggerire la frase. La salvezza è certamente il tema centrale del romanzo, ma tratta del salvare il salvabile sacrificando ciò che si deve, perché nell’equilibrio delle cose non si può prendere senza dover lasciare qualcosa.

Il romanzo ha una prima lunga parte che scivola lenta e gustosa, con un personaggio costruito con attenzione, che si disegna nella mente di chi legge, conquista frase dopo frase. E la sua provenienza, nel quando e non nel dove, è suggerita da piccoli indizi, e da errori che compie e che ricorderà alla fine di tutto, capaci di far scattare le giuste molle nella mente del lettore.
Non sono meno intense le altre figure che popolano la storia, con un quadro familiare che si regge su pochi basilari elementi, mostrati con dialoghi efficaci e silenzi ancora più eloquenti. Se una capacità speciale va attribuita al protagonista, è quella di riuscire a estrarre le persone dal sé che gli avvenimenti han fatto costruire, un passaggio doloroso che libera Esther come il marito Emilio (che si rivela piano piano e diventa un bellissimo quanto drammatico personaggio), per concludersi ovviamente nella rottura del bozzolo che avvinghia Chiara.

Se nella seconda parte il ritmo della narrazione cede a tratti, quando tratta dell’universo che gli interventi di Libonati hanno creato per Chiara, il sontuoso finale, ambientato principalmente nel futuro, torna a catturare con prepotenza. Le citazioni, che avvolgono fin dall’inizio passando dalla musica alla poesia, dalla pittura alla storia, arrivano a toccare il mondo della fantascienza e dei videogiochi, traendo spunto dal mondo di Fallout 3 e dai racconti lisergici di Philip K. Dick, divenuto suo malgrado (un malgrado fondamentale per la chiusura del romanzo) icona e incarnazione di un modo di vita, concentrato nella dottrina della Chiesa della Divina Bomba.

Quello che rimane costante nella sua capacità di variare e adattarsi, è lo stile di Avoledo. A ogni parte il suo giusto vocabolario, a ogni parte, a ogni tempo il suo ritmo. Passando dalle vicende di Libonati all’autodistruzione di Chiara Grandi passano mondi interi, dalla dolcezza dell’uomo anziano alla violenza auto inflitta della ragazza col suo bagaglio di odio e dolore. Nulla sembra essere lasciato al caso, i tasselli si incastrano, i misteri si risolvono anche quando sembrava non ce ne fosse la possibilità o il tempo di farlo.

Alla fine, con la brandina che scricchiola e il profumo del mare vicino, consapevole di aver viaggiato parecchio in un unico giorno, chiudo l’ultima pagina del libro. Assaporo per qualche minuto le ultime parole, godendomi i ricordi ancora roventi della storia. Mi chiedo per chi possa essere questo libro, di quelli che all’inizio avrei consigliato a tutti e poi però ci ripenso. Non è cosa da tutti, ed è davvero un peccato che molti si fermino alla sua appartenenza a un genere che da noi è visto ancora, erroneamente, come “di nicchia”.
Ci vuole intelligenza per godersi L’anno dei dodici inverni, capacità di cercare la fantascienza nei dettagli e nelle piegature, così come di cogliere la bellezza di una storia d’amore nel fantastico mondo di cronomacchine e universi paralleli.

Esther si sente come se stesse aprendo la prima pagina di un libro sconosciuto. Non sa in che lingua sia scritto, né di cosa parli. Ma quello è il libro del futuro e dovrà essere letto.

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